PREMESSA. Il Ministro dell’Interno ha trasmesso alle Camere il 29 gennaio 2021 la Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel primo semestre del 2020, della quale si riportano i punti salienti.

In particolare, l’attenzione è focalizzata sulle connotazioni strutturali e sulle linee evolutive delle principali mafie italiane (‘ndrangheta, Cosa nostra, Camorra e le mafie pugliesi).

 

‘NDRANGHETA.  La ‘ndrangheta si è mostrata in passato l’organizzazione criminale in grado di cogliere più velocemente le opportunità dei cambiamenti socio-economici innescati da situazioni di emergenza, pertanto la sua azione potrebbe essere oggi “ancor di più favorita dal contesto di forte sofferenza economico-produttiva” causati dalla pandemia da Covid-19.

“È noto che la criminalità organizzata calabrese – al pari delle omologhe matrici mafiose – è da sempre abile a proporsi con azioni ‘filantropiche’ nei confronti di famiglie in difficoltà alle quali offrire sostegno economico, innescando un meccanismo di dipendenza che verrà sicuramente riscattato a tempo debito. Quanto detto vale, ad esempio, per quelle sacche di lavoratori ‘in nero’ o sottopagati che, in prospettiva, potrebbero essere disposti a farsi coinvolgere in azioni criminali pur di garantire un sostentamento alle proprie famiglie ovvero alimentare quel bacino di consenso utile anche in occasione di competizioni elettorali”.

“In tale contesto, di tutta evidenza è il rischio che la ‘ndrangheta si ponga quale welfare alternativo, sostituendosi alle Istituzioni con forme di assistenzialismo, forte della capillare presenza nel territorio e della notevole disponibilità economica, a beneficio sia del singolo cittadino in stato di necessità, sia dei grandi soggetti economici in sofferenza e in cerca di credito più dinamico rispetto ai circuiti ordinari. Salvo poi presentare il conto alle imprese beneficiarie del sostentamento mafioso”.

“Anche l’analisi delle risultanze investigative e giudiziarie intervenute nel I semestre 2020 restituisce, ancora una volta, l’immagine di una ‘ndrangheta silente, ma più che mai viva nella sua vocazione affaristica, tesa a farsi impresa. Una preoccupante conferma perviene anche dall’elevato numero di provvedimenti interdittivi antimafia adottati dalle Prefetture nei confronti di ditte ritenute contigue alle cosche calabresi, attive in svariati settori commerciali, produttivi e di servizi, che spaziano dalle costruzioni edili agli autotrasporti, dalla raccolta di materiali inerti al commercio di veicoli, dalla ristorazione alle strutture alberghiere, dai giochi, alla distribuzione di carburante”.

“D’altro canto i sodalizi più strutturati mantengono saldamente la propria leadership nei grandi traffici di droga, continuando ad acquisire forza e potere. In questo senso si può dire che l’emergenza pandemica non ha in alcun modo rallentato il florido mercato del narcotraffico“.

“Uno dei punti di forza della ‘ndrangheta sta nella sua capacità di intrecciare legami diretti con qualsiasi tipo di interlocutore: politici, esponenti delle Istituzioni, imprenditori, professionisti. Si tratta di soggetti potenzialmente in grado di venire incontro alle esigenze delle cosche, sicché da ottenere indebiti vantaggi nella concessione di appalti e commesse pubbliche”.

“In tale ambito, l’elevato numero di consigli comunali sciolti, nel tempo, per ingerenze ‘ndranghetiste ne è l’impietosa rappresentazione. L’inquinamento dei diversi settori imprenditoriali e un’interlocuzione, sempre più raffinata, con soggetti istituzionali compiacenti, agevolano il riciclaggio dei proventi illecitamente accumulati e l’acquisizione di ulteriori introiti anche attraverso canali legali. Infatti, l’accesso delle ‘ndrine a circuiti finanziari sani perfeziona taluni complessi meccanismi di riciclaggio. Questo aspetto, coniugato con la diffusa corruttela, condiziona le dinamiche relazionali con gli Enti locali sino a controllarne le scelte”.

I clan non hanno mai smesso di segnare il territorio, perpetuando la loro pressione estorsiva e usuraria ai danni di imprenditori e commercianti. All’occorrenza, del resto, non si fanno scrupoli, laddove si presentasse la necessità, di dare un segnale deciso ricorrendo anche ad atti di violenza. Allo stesso tempo, tuttavia, le cosche sono in grado di adattarsi alle evoluzioni del contesto sociale, nazionale ed estero, tenendosi al passo con il progresso e la globalizzazione sapendo proiettare, al momento opportuno, le proprie attenzioni verso i mercati dell’Est europeo, attratte anche dai cospicui stanziamenti dell’Unione Europea”.

“Nel semestre, inoltre, è emerso un ulteriore aspetto comprovante l’ingordigia ‘ndranghetista in spregio alla situazione emergenziale vissuta dal contesto sociale calabrese appena descritto, in totale distonia con le ingenti risorse economiche a disposizione delle consorterie, anche attraverso le richieste del reddito di cittadinanza”.

“Non si può tralasciare la tendenza da parte degli ndranghetisti ad autoreferenziarsi nel contesto religioso, con l’utilizzo dei santini per le affiliazioni, con gli inchini delle Statue patronali innanzi alle abitazioni di noti boss durante le processioni o con la partecipazione rivestendo ruoli di grande visibilità a cerimonie e riti sacri. In relazione a questa vera e propria distorsione dei valori espressi dagli ‘ndranghetisti, appare opportuno sottolineare anche il sempre più frequente coinvolgimento, nei loro affari illeciti, di donne e di minori, come evidenziato da recenti inchieste”.

“Per quanto riguarda le proiezioni delle ‘ndrine all’estero e nel nord Italia, in passato si è percepita una difficoltà, da una parte delle Istituzioni ad ammettere l’insediamento delle mafie in tali territori, trattandosi di aree distanti dalle terre d’origine e che ne sconoscevano il modus operandi. Ormai è diffusamente riconosciuta la capacità delle consorterie calabresi di replicare, nei territori di proiezione, i modelli organizzativi tradizionali, in maniera silente, mediante relazioni affaristiche con interlocutori strategici avvalendosi, comunque, della forza di intimidazione tratta anche dalla semplice appartenenza al clan”.

“Anche all’estero le organizzazioni ‘ndranghetiste sono in grado di sfruttare soprattutto le opportunità offerte dai differenti sistemi normativi, privilegiando l’insediamento in Stati non cooperativi dal punto di vista dell’assistenza giudiziaria, che presentano quelle maglie larghe opportunamente sfruttate dalla ‘ndrangheta per il reinvestimento dei capitali illeciti. L’attuale disomogeneità legislativa esistente tra i vari Paesi Europei favorisce l’infiltrazione nel mondo dell’economia e della finanza delle mafie già notevolmente avvantaggiate dall’integrazione dei mercati, dalla liberalizzazione dei movimenti di capitali, dalle potenzialità offerte dalle reti telematiche, nonché dallo sviluppo dell’intermediazione finanziaria, tra l’altro, anche attraverso circuiti alternativi. Tale disallineamento normativo, di contro, rende molto difficile il sequestro dei beni dei mafiosi fuori dal territorio nazionale”.

 

COSA NOSTRA. “La struttura delle organizzazioni malavitose nel territorio siciliano risulta eterogenea evidenziando nella parte occidentale dell’isola ‘famiglie’ più rigidamente strutturate ed ancorate al territorio di riferimento, mentre in quella centro-orientale sodalizi dai contorni più fluidi e flessibili. Tuttavia, la pervasività della criminalità mafiosa appare su tutta la Regione ugualmente aggressiva. Cosa nostra continua a presentarsi, nell’area occidentale della Sicilia, come un’organizzazione verticistica, coordinata e strutturata in famiglie raggruppate in mandamenti anche se impossibilitata a ricostituire un organismo di vertice deputato alla regolazione delle questioni più complesse e delicate”.

“Le articolazioni di cosa nostra continuano a manifestare la propensione, da un lato, a rinsaldare i contatti tra le famiglie dell’isola, dall’altro, a recuperare con maggiore efficacia i rapporti con le proprie storiche propaggini all’estero. Recenti sono, in particolare, le evidenze di una significativa rivitalizzazione dei contatti con le famiglie d’oltreoceano, che sono emerse con riferimento alle dinamiche sia palermitane sia agrigentine. Occorre anche sottolineare che la criminalità mafiosa siciliana, e cosa nostra in particolare, pur essendo stata duramente colpita dall’attività di contrasto, ha dimostrato di possedere una straordinaria capacità di resilienza e ricostituzione dei ranghi e dell’operatività garantendo notevoli doti di flessibilità e adattamento”.

“I cardini intorno ai quali ruotano le attività criminali sono sempre i medesimi nel dettaglio, estorsioni ed usura, narcotraffico e gestione dello spaccio di stupefacenti, controllo del gioco d’azzardo legale ed illegale, inquinamento dell’economia dei territori, soprattutto nei settori dell’edilizia, del movimento terra, dell’approvvigionamento dei materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti, della produzione dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura. Spesso ciò si realizza attraverso l’infiltrazione o il condizionamento degli Enti locali, anche avvalendosi della complicità di politici e funzionari corrotti”.

“Articolato è anche il rapporto della criminalità mafiosa con la piccola delinquenza locale, spesso impiegata come forma di manovalanza, garantendo in questo modo alle famiglie la fidelizzazione dei piccoli sodalizi, anche stranieri. Il ricorso di cosa nostra alle organizzazioni etniche risulta, comunque, limitato ad una collaborazione destinata ad attività criminali circoscritte e sempre con ruoli di basso profilo. La mafia siciliana manterrebbe, cioè, il controllo delle attività nelle zone di competenza, tollerando la presenza della criminalità straniera ed utilizzandola per ruoli di cooperazione marginale”.

“In tale quadro si sono innestati, nel periodo in esame, gli effetti della grave crisi pandemica. Quest’ultima è consistita in uno shock improvviso che ha visto corrispondere al blocco di molte attività economiche nel territorio il conseguente crollo della domanda di beni e servizi, nazionali ed esteri. In questo contesto di sostanziale stagnazione economica, le organizzazioni criminose, movimentando il proprio denaro più velocemente rispetto ai circuiti creditizi legali, possono porsi quale alternativa allo Stato nel sussidio e sostentamento alle imprese e famiglie, atteggiandosi ad ammortizzatori sociali.

Un welfare mafioso di prossimità, pertanto e che si propone di accrescere il proprio consenso nel territorio. Ad esempio, nel quartiere ZEN di Palermo, durante il lockdown, il fratello di un noto boss ha distribuito generi alimentari alle famiglie in difficoltà, anticipando lo Stato nelle prestazioni assistenziali. Inoltre anche se alcune attività criminose hanno necessariamente risentito di un rallentamento, come nel caso delle estorsioni, si è sviluppato lo scenario ideale per inserirsi nei circuiti produttivi legali alla ripresa delle attività, cercando di intercettare i sussidi e i fondi erogati nella specifica circostanza per il sostegno delle imprese. Occorre, infatti, tenere conto del fatto che, nel periodo in esame, ha continuato a manifestarsi una spiccata propensione a pervadere il tessuto socio-economico e i locali apparati politico-amministrativi”.

“Una recente analisi ha messo in luce l’evidente squilibrio tra i contributi corrisposti dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA) e il risultato in termini di sviluppo del comparto rurale. Difatti, nel biennio 2016-2017, sono stati distribuiti circa 270 milioni di euro ad una platea di 15.494 beneficiari, senza un apprezzabile riscontro positivo negli indicatori produttivi e innovativi delle imprese agricole e zootecniche siciliane. Una così elevata quantità di denaro destinata al settore rurale ha rappresentato un’irresistibile attrazione per le organizzazioni mafiose che, in genere con minacce e pressioni estorsive, hanno sottratto ai legittimi proprietari i terreni riuscendo a concentrare, nella disponibilità di poche famiglie, considerevoli estensioni di fondi agricoli in una logica di tipo latifondistico”.

Quello dei giochi è un ambito di interesse criminale crescente data l’opportunità di ottenere elevati guadagni a fronte di rischi relativamente limitati e che ben si presta quale strumento di riciclaggio. Inoltre, l’infiltrazione del settore, attraverso il collocamento capillare delle apparecchiature nel territorio, concorre alla creazione di una ‘rete di pressione’ funzionale anche alle attività estorsive e di usura, riportando la mafia al controllo pervicace del territorio, quindi, alle attività illegali più tradizionali”.

“Il fenomeno mafioso, in continua evoluzione e adattamento alle mutate condizioni sociali e territoriali, si presenta come un sistema i cui componenti hanno acquisito la consapevolezza che azioni di eclatante violenza costituiscono l’extrema ratio del loro agire criminale, ragion per cui vanno sostituite, finché possibile, con forme più subdole di intimidazione e corruzione. In un tale quadro è verosimile che le consorterie mafiose dell’isola cerchino di evitare contrasti violenti continuando a ricercare un equilibrio tra le organizzazioni allo scopo di trarre il massimo vantaggio da una situazione, com’è quella attuale, che prospetta ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata che utilizza il suo tradizionale welfare di prossimità avvalendosi delle sue ricchezze e, tuttavia se necessario, ricorrendo alla forza intimidatrice o violenta per impossessarsi delle attività economiche nella fase di riavvio e di ricostruzione”.

 

CAMORRE.La lettura degli eventi che nel semestre hanno riguardato la Campania restituisce il quadro di un fenomeno mafioso caratterizzato da equilibri in continua trasformazione in ragione di un tessuto criminale più che mai complesso. Permangono le diverse connotazioni che delineano la realtà camorristica delle varie province, con una specificità per quanto riguarda Napoli città e le immediate periferie a Nord e a Est, ove i clan adottano differenti strategie alla luce di modelli organizzativi eterogenei, che generano dinamiche fortemente magmatiche. La coesistenza nella stessa zona di gruppi criminali diversi, per storia, struttura e scelte operative, dà spesso vita a imprevedibili quanto fragili alleanze per il controllo delle aree di influenza. Ne conseguono equilibri precari che vedono le leadership di alcuni clan in conflitto quasi perenne per l’acquisizione della totale egemonia sul territorio”.

“Nei territori dove i clan camorristici sono fortemente radicati lo spaccio di sostanze stupefacenti, la commercializzazione di prodotti con marchi contraffatti, la gestione di giochi e scommesse, la falsificazione di banconote e documenti e il contrabbando di tabacchi lavorati esteri, spesso rappresentano l’unica fonte di reddito per una fascia di popolazione tendenzialmente in difficoltà. Tale configurazione, in epoca di confinamento e lockdown, necessita tuttavia di forme alternative di operatività che consentano ai clan di mantenere la propria visibilità per riaffermarne prestigio e autorità”.

“È questo terreno fertile per la camorra, sempre tesa a consolidare il proprio consenso sociale attraverso svariate modalità di assistenzialismo economico, sanitario e alimentare, oppure elargendo prestiti di denaro a titolari di attività commerciali di piccole-medie dimensioni o creando i presupposti per fagocitare strumentalmente quelle più deboli, utili per il riciclaggio e il reimpiego di capitali illeciti. Le ingenti risorse economiche di cui la camorra dispone diventano quindi lo strumento ideale per proporre un intervento potenzialmente molto più rapido ed efficace rispetto a quello dello Stato, una sorta di welfare porta a porta, utile per accrescerne il consenso. Peraltro, le indagini confermano come alcuni sodalizi, piuttosto che imporre le estorsioni, preferiscano entrare in società con gli imprenditori che sono così costretti a diventare l’immagine pulita dell’attività economica”.

“La straordinaria capacità dei clan più strutturati di farsi impresa è una potenzialità attraverso la quale la camorra potrebbe trarre ulteriore giovamento grazie anche alle prossime erogazioni di denaro pubblico, ad esempio, a sostegno del settore sanitario, della filiera agro-alimentare, del comparto turistico alberghiero e della ristorazione”.

“In un contesto così complesso, i cui veri effetti non sono chiaramente individuabili nell’immediato, il Procuratore Capo di Napoli, dott. Giovanni Melillo, ha sottolineato la necessità di un maggiore impulso e di una accelerazione nei controlli, ma soprattutto l’importanza di un efficace piano per controllare i flussi dei finanziamenti al fine di scongiurare abusi e dispersione delle importanti risorse erogate dallo Stato. Il rischio, infatti, secondo l’alto magistrato, potrebbe essere rappresentato dall’acquisizione di tali risorse da parte di imprese che non ne hanno reale necessità o addirittura di aziende criminali, in quanto controllate da mafiosi o rette da logiche di corruzione, ovvero dedite ordinariamente a frodi fiscali o al riciclaggio; meccanismi questi che non riguardano solo il mondo dei colletti bianchi, ma risultano anche normalmente strutturali al crimine organizzato”.

“Con le fasi della ripresa, una tale emergenza potrebbe assumere proporzioni allarmanti tanto da far ipotizzare, da parte dello stesso Capo della Procura partenopea, la necessità di una sorta di codice rosso, sul modello di quello in vigore per i reati di violenza domestica e di genere, che imponga per le segnalazioni di operazioni sospette una priorità nell’avvio delle indagini e degli, eventuali, conseguenti processi”.

“L’incidenza della pandemia nel tessuto economico campano potrebbe accrescere, quale
ulteriore fattore di rischio, la migrazione di imprenditori camorristi nelle regioni del Centro
e Nord Italia dove, operando senza i vincoli imposti dalle regole di mercato, potrebbero alterare la legittima concorrenza contribuendo a indebolire le imprese legali. In tale contesto, i numerosi provvedimenti interdittivi antimafia emessi dalle Prefetture campane e di altre province italiane, nel periodo di riferimento, confermano ancora una volta la patologica infiltrazione di aziende riconducibili alla camorra nel settore dell’agroalimentare, delle società di servizi, della ristorazione, delle pulizie, della gestione di stabilimenti balneari, nella raccolta e smaltimento dei rifiuti, nella realizzazione di lavori edili in generale, dei servizi cimiteriali e di onoranze funebri, nonché di vigilanza, custodia e trasporto. Alcune delle società interdette, collegate o riconducibili in tutto o in parte ai clan di camorra, hanno sede o operano in altre regioni (Liguria, Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Molise), dove risultano presenti in pianta stabile elementi di spicco dei gruppi camorristici che hanno continuato a delinquere esportando sistemi criminali già collaudati in Campania”.

“Il semestre ha visto, tra gli effetti derivati dall’emergenza pandemica, anche riverberi nel
sistema carcerario. I possibili effetti dell’applicazione di regimi detentivi alternativi sono stati analizzati sulla base dell’eventuale impatto nei rispettivi contesti areali. La lettura delle singole posizioni, valutate in relazione alle peculiarità dei territori di riferimento, ha fatto rilevare come le scarcerazioni potessero rappresentare l’occasione per rinsaldare gli assetti criminali soprattutto in quelle aree caratterizzate da vecchie faide tra clan rivali, sino a quel momento latenti proprio per effetto della detenzione in carcere dei loro vertici. Esclusi i casi con gravi patologie, per diversi detenuti che nella prima fase erano stati scarcerati, è stata nei mesi successivi ripristinata la misura carceraria. Più in generale, il ritorno nel territorio per effetto delle scarcerazioni di personaggi di particolare caratura criminale è destinato ad avere importanti ripercussioni sulle dinamiche interne ed esterne ai clan”.

 

MAFIE PUGLIESI. “La criminalità organizzata si è imposta in Puglia alcuni decenni fa rivelando una modalità di affermazione del tutto particolare ottenuta attraverso una ‘utilizzazione mafiosa di un territorio originariamente non mafioso’ e raggiungendo nel tempo una ‘mafiosizzazione di una criminalità priva di tradizioni’. La criminalità pugliese ha sin da subito sviluppato la spiccata vocazione affaristico imprenditoriale mutuata dalla camorra e dalla ’ndrangheta nelle quali affonda le proprie radici. Oggi, dopo decenni, appare notevolmente evoluta e si presenta con i tratti di una moderna ‘mafia del click, che sposta denaro, lo investe, lo scambia e lo occulta con un colpo di mouse ed entra nel tessuto sano dell’economia e lì si nasconde. Criminalità sempre più pervasivamente infiltrata nella pubblica amministrazione’. Il trend di crescita delle mafie pugliesi – intese nella ormai consolidata distinzione tra mafie foggiane, camorra barese e Sacra corona unita – risulta confermato dai dati presentati nelle Relazioni sull’Amministrazione della giustizia”.

“Di particolare incidenza, in termini di ordine e sicurezza pubblica, è indubbiamente risultata
la recrudescenza nell’ultimo anno del fenomeno estorsivo, cui si connettono le prevaricanti
strategie intimidatorie sistematicamente poste in essere dalle organizzazioni criminali pugliesi ai danni di attività imprenditoriali e commerciali. Si fa riferimento ai casi verificatisi nel foggiano dove gli esiti investigativi e processuali hanno confermato la matrice mafiosa dei reati e delineato un quadro evolutivo del fenomeno sempre più spregiudicato, tale da creare un serio allarme sociale, con ripercussioni sul locale tessuto socio-economico”.

“I consistenti capitali illeciti provenienti dal narcotraffico e da un uso, definito dal Procuratore Generale di Bari, ‘capillare, sistematico dell’estorsione’, reinvestiti e riciclati nell’economia legale, costituiscono la base della forte crescita in ambito economico-finanziario delle consorterie pugliesi. Infatti, lo scenario che insistentemente emerge dai riscontri info-investigativi è quello di una delinquenza che persegue, oltre a prefiggersi il controllo del territorio e del mercato della droga, obiettivi di medio e lungo termine che mirano alla progressiva infiltrazione dell’economia legale attraverso avanzate strategie di investimento e dimostrando una spiccata capacità di condizionare i flussi finanziari ed il libero mercato cercando di cogliere, specie nel particolare periodo emergenziale, le opportunità offerte dai finanziamenti europei“.

“In merito, il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho, si è soffermato sul sostegno che le consorterie, evolute in mafia degli affari ricevono ‘da parte di quella che indichiamo come la borghesia mafiosa’, punto d’incontro tra gli interessi dei clan e di certa parte del mondo imprenditoriale e della politica. Anche altri rappresentanti della magistratura hanno affrontato il tema della c.d. zona grigia, precisando come l’organizzazione mafiosa a Foggia assuma sempre più la forma di un network che, alla continua ricerca di consensi nel tessuto economico e sociale, agisce prevalentemente
infiltrando prestanome nel tessuto societario delle aziende e riciclando nelle stesse i proventi delle attività illecite (specie quelle derivanti dal traffico degli stupefacenti)”.

“Lo specifico comparto del gaming, nel semestre, è stato al centro di più attività investigative, dimostrandosi, per le possibilità di riciclaggio e in quanto moltiplicatore di capitale, uno dei campi nel quale convergono i maggiori interessi criminali. Ai fini di una previsione delle linee evolutive del fenomeno mafioso, tali peculiarità affaristico imprenditoriali delle cosche devono essere valutate, del resto, alla luce dello stravolgimento socio economico determinato dalla pandemia Covid-19, tenuto conto che l’emergenza
sanitaria e il conseguente lockdown incidono sui profitti derivanti dalle principali attività illecite (in primo luogo sulle estorsioni) e sulle conseguenti strategie operative”.

“Non è arduo preventivare l’avvio di quel processo definito dal Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura come welfare mafioso di prossimità a favore delle imprese in crisi, finalizzato a cogliere opportunità per future connivenze ovvero ad esautorare i titolari delle aziende, assumendo il controllo di queste ultime. Da un lato le organizzazioni mafiose si fanno carico di fornire un welfare alternativo a quello dello Stato – valido e utile mezzo di sostentamento – dall’altro si adoperano per esacerbare gli animi in quelle fasce di popolazione che cominciano a soffrire oltremodo lo stato di povertà derivante dalla congiuntura negativa indotta dall’epidemia, ribellandosi e generando anche problemi di ordine pubblico. È il quadro perfetto nel quale le mafie si affrettano nel poter immettere nei circuiti legali di piccole fabbriche, negozi, ristoranti e bar, il denaro contante procacciato con lo spaccio, le estorsioni e l’usura. I piccoli imprenditori chiudono per decreto e iniziano ad accumulare debiti, non pagando i fornitori, il personale dipendente o l’affitto commerciale. Per questi i prestiti delle mafie, accompagnati magari dalla richiesta più o meno esplicita di subentrare nella gestione dell’azienda, possono essere l’unica ancora di salvezza per non cessare l’attività”.