Si è svolto questa mattina mercoledì 3 novembre, il quarto seminario online del progetto formativo “Mafie e Coronavirus, strumenti di prevenzione e contrasto”, promosso dalla Regione del Veneto insieme all’Associazione Avviso Pubblico. Il progetto, che rientra nelle attività promosse dalla Legge regionale n.48 del 2012, consiste nella realizzazione di quindici seminari formativi, da tenersi da remoto, tra il mese di settembre e quello di dicembre.
Al seminario di oggi, dal titolo “La prevenzione e il contrasto alla penetrazione mafiosa nell’economia”, hanno partecipato amministratori locali e funzionari della Pubblica amministrazione, rappresentanti della Polizia locale, dei sindacati, delle principali associazioni di categoria oltre che imprenditori, giornalisti e cittadini.
Ad introdurre i lavori della quarta giornata formativa l’intervento del Prefetto di Vicenza, Pietro Signorello che nel corso della sua relazione ha tracciato un quadro relativo alle presenze mafiose in Veneto, e nello specifico nella provincia di Vicenza, approfondendo il tema degli strumenti adottati dalle Prefetture specialmente sul piano preventivo.
“Nel territorio vicentino, a differenza di altre province venete, si può ancora parlare di infiltrazioni mafiose, e non di radicamento vero e proprio, ma l’attenzione va tenuta alta trattandosi di una regione caratterizzata da forte appetibilità economica per le organizzazioni mafiose e da nuove opportunità di business nel periodo post-pandemico”, ha dichiarato il Prefetto Signorello. “L’attività della Prefettura, articolata anche nelle strutture del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica e del Gruppo Interforze Antimafia (che ha esteso le proprie competenze), pone grande attenzione, tra le altre cose, al monitoraggio sui cambiamenti degli assetti societari e dei passaggi di proprietà aziendali, al tracciamento delle erogazioni statali e comunali concessi alle imprese, al controllo rispetto alle opere pubbliche. La vera sfida – ha sottolineato il Prefetto – è quella dell’attività di prevenzione, che si può vincere attuando effettivamente gli strumenti a disposizione (tra cui i protocolli di legalità), rispetto ai quali gli Enti locali e i corpi intermedi (come le associazioni di categoria, i sindacati, ecc) svolgono un ruolo fondamentale”.
A seguire ha portato il suo contributo il Tenente Colonnello Martino Salvo della Direzione Investigativa Antimafia di Padova che ha fornito, nel suo intervento, un quadro relativo agli interessi delle organizzazioni mafiose nel Veneto e alle attività che queste privilegiano. Punto di partenza di queste riflessioni è la considerazione che queste hanno una sovrabbondanza di denaro (derivante anche dal traffico di stupefacenti) che devono cercare di riciclare nel nord Italia. “Le attività finalizzate a questo sono diverse: si va dall’acquisizione di aziende in difficoltà e di immobili di vario tipo (privilegiando alberghi, bar, ristoranti) al fenomeno delle false fatturazioni (che mette in contatto, con reciproci vantaggi, imprenditori interessati ad evadere le imposte con le cosche mafiose che devono riciclare il denaro), fino alle presenze, con quote inferiori al 5%, nei consorzi di imprese che si aggiudicano le gare d’appalto – ha aggiunto il Tenente Colonnello Martino Salvo – Si nota bene, quindi, la propensione verso i reati finanziari che lascia però inalterato il livello di pericolosità mafiosa”. Il Tenente Colonnello ha poi ricostruito alcune vicende emblematiche sul piano dei prestiti a usura: come emerso nell’operazione Serpe (di cui si trova riscontro anche nel documentario sui trent’anni della DIA), gli imprenditori veneti che contraggono debiti verso usurai appartenenti ad organizzazioni mafiose si trovano, nel giro di poco tempo, a perdere la propria attività e a diventare addirittura complici delle organizzazioni, suggerendo a queste i nominativi di altri imprenditori da aggredire.
A seguire il giornalista del quotidiano La Repubblica, Giuseppe Baldessarro, che per anni ha seguito da vicino le vicende della ndrangheta, ha ricostruito alcune vicende particolarmente indicative della modalità d’azione delle mafie nel campo imprenditoriale. In questo senso, è stato sottolineato come non sia possibile, per gli imprenditori che si rivolgono alle organizzazioni mafiose per ottenere credito o servizi illeciti, riuscire a tenere sotto controllo i rapporti instaurati con questi soggetti, che finiscono, anche in tempi relativamente brevi, per assumere il controllo totale delle società di cui entrano a far parte. “Particolarmente insidiosa, in questo senso, è la vicenda delle false fatturazioni, che costituiscono il primo canale di contatto tra mafiosi e imprenditori – ha dichiarato Baldessarro – dando a questi ultimi l’impressione sbagliata che le cosche siano in grado di fornire loro servizi utili e di risolvere i problemi. Il fenomeno dell’espansione mafiosa al nord, del resto, non può in alcun modo essere considerato in regressione. I colpi assestati alla cosca dei Grande Aracri nell’inchiesta Aemilia, ad esempio, non possono indurre a pensare che sia stata estirpata la ’ndrangheta da questi territori. Anche il dato delle segnalazioni delle operazioni sospette all’UIF (in crescita a livello nazionale, ma in calo per alcune regioni del centro-nord) va letto con attenzione: il calo di segnalazioni da parte di alcune categorie di professionisti (es. notai, commercialisti) non è un segnale incoraggiante”.
A chiudere il seminario l’On. Paolo Lattanzio, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle Mafie e presidente del Comitato Infiltrazioni mafiose nel tessuto socioeconomico determinate dalle condizioni causate dall’emergenza sanitaria Covid-19, che ha ricostruito il percorso e i contenuti che hanno condotto all’approvazione (all’unanimità) della Relazione sulla prevenzione e la repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l’emergenza sanitaria. Tra i temi che sono stati affrontati nel suo intervento, anzitutto, va posto in rilievo quello dell’insidiosità delle forme del cosiddetto welfare mafioso (che si sono sviluppate anche nel periodo del lockdown), il quale non è mai pro-bono ma presuppone sempre uno scambio e una messa a disposizione dei soggetti beneficiari che dovranno successivamente garantire in varie forme. “Si deve quindi prestare attenzione – ha sottolineato l’On. Lattanzio – alla diffusione a vari livelli di una vera e propria cultura mafiosa, che si traduce anche in manifestazioni di insofferenza rispetto al tema dei controlli, e in un livello di accettabilità che coinvolge, in varie sfumature, la cd. area grigia”. Sul piano economico, l’On. Lattanzio ha sottolineato alcuni andamenti relativi alle imprese (quelle create ex novo in pieno lockdown, circa 2.500, di cui 900 con pregiudicati negli organi societari) e ai contributi economici statali (assegnati a circa 40.000 imprese su un totale di 140.000 che, secondo alcune stime, erano in condizioni di crisi di liquidità). In questo quadro, risulta fondamentale il tema della prevenzione, anche declinato nell’impegno del mondo delle professioni a contrastare il fenomeno mafioso.
Il prossimo seminario del progetto formativo “Mafie e Coronavirus, strumenti di prevenzione e contrasto”, dal titolo “La presenza, l’attività e la specificità delle organizzazioni criminali straniere sul territorio veneto”, sarà dedicato in specifico alla Polizia locale e si svolgerà in modalità online mercoledì 10 novembre dalle ore 9 alle ore 11.30.
Per maggiori informazioni sul Progetto visita il sito www.avvisopubblico.it