La “gogna” antimafia: politica e ‘ndrangheta

Il 28 ottobre i carabinieri del ROS e del Comando provinciale di Cosenza hanno eseguito 41 misure cautelari, su richiesta della DDA di Catanzaro. Tra le persone colpite nell’inchiesta “Ginestra”, agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, c’è anche Flavio Stasi, sindaco di Corigliano-Rossano. I fatti contestati, scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.) risalgono alla primavera del 2024; l’ordinanza è del 30 settembre 2026, eseguita quattro settimane dopo. Riconoscendo massima fiducia e rispetto al lavoro della magistratura, ci si interroga su come tali notizie vengano lette e divulgate, e cosa questa lettura e diffusione comporti per la tenuta amministrativa presente e futura di un comune.

di Anna Sergi*

Il 28 ottobre i carabinieri del ROS e del Comando provinciale di Cosenza hanno eseguito 41 misure cautelari nella Sibaritide, su richiesta della DDA di Catanzaro. La Sibaritide è luogo molto caldo in questo periodo, da anni aggiungerei, essendoci una guerra di mafia in corso con vittime varie ed eventuali, soprattutto da notare le donne. Tra le persone colpite nell’inchiesta “Ginestra”, ci sono gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per Flavio Stasi, sindaco di Corigliano-Rossano. L’accusa è scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.) per le comunali del giugno 2024.

Ho letto l’ordinanza del gip. Sono 304 pagine, 57 indagati, e dentro ci sono omicidi, estorsioni, droga, armi, finte domande di lavoro per i decreti flussi. Uno spaccato di mafia in Calabria che va analizzato seriamente. La posizione del sindaco occupa una decina di pagine, il capo 7.

Cosa c’è in quelle pagine? Stasi non viene mai intercettato. Quello che lo riguarda è ciò che altri dicono di lui:

  • Vincenzo Curia racconta ad Annibale Matalone che il sindaco lo conosce, ha il suo numero e voleva chiamarlo “per un caffè”, e che lui lo avrebbe fermato perché il telefono era rischioso.
  • Antonio Mingrone, la sera stessa, racconta ai familiari che il sindaco “ha mandato a chiamare” Matalone.
  • Matalone, dopo il voto, dice alla moglie di aver fatto campagna “di sotto di sotto” per Stasi, e che “quello mi ha mandato pure a chiamare”.

Chi sono queste persone? Sono tre indagati che parlano tra loro o con i propri familiari.

  • Annibale Matalone è indicato dal collaboratore di giustizia Nicola Acri come il “contabile” della cosca rossanese. Il gip lo considera un vertice del locale. È in carcere per associazione mafiosa.
  • Vincenzo Curia è il presunto intermediario, ai domiciliari con il sindaco. Non è accusato di associazione. In un’intercettazione è Matalone a definirlo “vicino” alla cosca. Le dichiarazioni di Acri su di lui riguardano anni lontani e, scrive il gip, non sono utili a questa vicenda.
  • Antonio Mingrone era presente al pranzo del 6 maggio 2024. La Procura lo ritiene affiliato, ma il gip parla di una “battuta d’arresto” della sua partecipazione dal 2024. Non gli applica misure per l’associazione, ma i domiciliari per altri capi: un’arma e un altro presunto voto di scambio.

Ciascuno ha le sue ragioni per gonfiare il proprio ruolo. Curia si accredita come mediatore, Matalone si vanta con la moglie, Mingrone riferisce ciò che ha sentito a tavola. E anche loro, va ricordato, sono soltanto indagati.

L’unico elemento non dichiarativo “contro” il sindaco sono le immagini delle telecamere del 16 maggio 2024. Si vede Stasi davanti al proprio comitato elettorale, mentre Curia parla con Matalone sul lato opposto della strada. Poi Stasi se ne va, salutando “gli astanti”. Un incontro diretto tra il sindaco e Matalone non è documentato, come hanno notato anche alcuni mezzi stampa. Ma l’utilità promessa, secondo l’accusa, è un’assunzione al cimitero.

Lo dico subito: non so se Stasi sia colpevole, e non è questo il punto. Il gip ha ritenuto gravi gli indizi, la difesa li contesterà nelle sedi opportune, e la presunzione di innocenza vale per lui come per tutti gli altri indagati. Spero si faccia presto, per tutti. Il punto è un altro. Perché un sindaco in carica finisce dentro un’ordinanza come questa, e che cosa produce il suo nome lì dentro? 

Una ‘ndrangheta di derivazione

Prima di arrivare al sindaco bisogna chiedersi di quale mafia stiamo parlando. La stessa ordinanza ne ricostruisce la genealogia. Il primo locale della Sibaritide nasce negli anni Ottanta per iniziativa di Giuseppe Cirillo, un imprenditore di origine salernitana. Lo fonda “mutuando l’organizzazione delle cosche reggine” e con il beneplacito dei cirotani. Seguono la guerra con Santo Carelli, la cooptazione degli “zingari” Abbruzzese arrivati da Cosenza, gli scontri con i Forastefano tra il 1999 e il 2004 “per il controllo delle attività illecite”.

È una storia di adozione più che di filiazione. Le forme della ‘ndrangheta ci sono: locali, doti, copiate, il riconoscimento da parte di Cirò. Ma sono state importate come linguaggio di legittimazione da gruppi che nascevano altrove e per altro. È una ‘ndrangheta isomorfica, di derivazione, diversa.

Lo si vede anche nei conflitti, e qui la mia lettura si discosta da quella dell’ordinanza. Il gip interpreta la violenza recente con il lessico classico del 416-bis. Parla di “predominio mafioso del territorio” dopo il pentimento di Acri, di omicidi per punire o prevenire la collaborazione con la giustizia, di “consolidamento del prestigio” del gruppo.

A me sembra che la faida che oggi attraversa questi gruppi somigli alle faide di ‘ndrangheta per ritmo e violenza ma non per motivazione. Al centro infatti non ci sono l’onore o il sangue tra famiglie, c’è la gestione dei traffici. È del resto la stessa ordinanza a descrivere le guerre tra Abbruzzese e Forastefano del 1999-2004 come combattute “per il controllo delle attività illecite”. In questo tipo di guerre vengono uccisi anche uomini (e donne) che cercavano canali propri per il narcotraffico.

È un tratto più vicino al crimine organizzato “classico” che all’immagine della ‘ndrangheta reggina. La cornice del “predominio mafioso” rischia di nobilitarlo.

Non è un modo per minimizzare: la violenza è reale, e l’ordinanza lo documenta. È un modo per dire che l’etichetta non è neutra. Chiamare questo mondo semplicemente “’ndrangheta” porta con sé un intero immaginario: radicamento secolare, controllo del territorio, capacità di condizionare la politica. Sono cose che vanno dimostrate caso per caso, non presupposte dal nome.

Il calderone e il politico

Le grandi ordinanze antimafia tengono insieme filoni molto diversi. Qui ci sono l’associazione mafiosa, gli omicidi, lo spaccio, l’immigrazione irregolare e il voto di scambio. Il capo 7, lo scambio politico-mafioso presunto, nasce da intercettazioni disposte in un altro procedimento, per traffico di stupefacenti.

In questo impianto il politico ha anche una funzione narrativa. La sua presenza dimostra che la cosca ha una proiezione pubblica, che “controlla il territorio” fino al municipio. È l’elemento che trasforma un gruppo violento dedito ai traffici in una mafia nel senso pieno del 416-bis.

C’è un passaggio dell’ordinanza che lo mostra bene. Il gip scrive che il sindaco avrebbe chiesto di parlare con Matalone “a riprova della consapevolezza del ruolo dell’indagato sul territorio”. La consapevolezza del politico viene ricavata dalla stessa condotta che altri riferiscono di lui. Il ragionamento rischia di chiudersi su sé stesso: la caratura mafiosa dell’interlocutore rende rilevante la ricerca del politico, e la ricerca del politico conferma la caratura mafiosa dell’interlocutore.

Poi ci sono i numeri. Intercettato, Matalone dice di aver portato a Stasi “sette, otto, dieci voti, quindici” alle elezioni precedenti, e “una ventina” a queste. In una città di oltre settantamila abitanti. Sul piano giuridico conta poco: il 416-ter è un reato di pericolo, basta la promessa. Sul piano del racconto conta molto. È questa la capacità di condizionamento politico che un titolo “blitz anti-’ndrangheta, arrestato il sindaco” lascia immaginare?

Il prezzo si paga prima del processo

I fatti contestati risalgono alla primavera del 2024. L’ordinanza è del 30 settembre 2026, eseguita quattro settimane dopo. Lo stesso gip scrive che “il dato temporale della commissione delle condotte” affievolisce le esigenze cautelari, e per questo sceglie i domiciliari invece del carcere.

Per un sindaco in carica, però, i domiciliari non sono una misura qualsiasi. La legge Severino prevede la sospensione dalla carica. La città perde il suo vertice amministrativo. E il suo nome finisce nei titoli accanto alla parola ‘ndrangheta, prima di qualunque contraddittorio.

La Calabria conosce bene questa sequenza. Domenico Tallini, ex presidente del Consiglio regionale, era stato arrestato nell’inchiesta Farmabusiness con le accuse di concorso esterno e scambio elettorale politico-mafioso. Nel 2022 è stato assolto perché “il fatto non sussiste”. Sandro Principe, ex sindaco di Rende, indagato per concorso esterno e corruzione elettorale aggravata, è stato assolto nel 2022 “per non aver commesso il fatto”. E Carolina Girasole, ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, finita ai domiciliari con l’accusa di collusione con le ‘ndrine, è stata assolta in tutti e tre i gradi di giudizio. Per dirne alcuni.

Non tutti i casi sono uguali, e ci sono anche condanne ovviamente. Ma lo schema è riconoscibile, in Calabria e non solo. Il danno reputazionale arriva tutto e subito, al momento dell’arresto. L’assoluzione, quando arriva, arriva anni dopo, in un trafiletto, e non restituisce né la carica né il nome.

Gogna antimafia

Questo non è un attacco alla magistratura, né un invito a smettere di indagare i rapporti tra politica e criminalità. Anzi, mi auguro che vengano indagati di più e a livelli più alti. Perché quei rapporti esistono, e vanno perseguiti. La mia vuole essere una riflessione su un meccanismo che, a forza di ripetersi, è diventato prevedibile.

Chiamo gogna antimafia il momento in cui l’antimafia diventa soprattutto racconto, e il racconto ha bisogno di un colpevole eccellente per dimostrare quanto sia seria la mafia che ha davanti. Il politico serve a questo: certifica la pericolosità del gruppo, e insieme la rilevanza dell’inchiesta che lo colpisce.

Da qui tre considerazioni, che rivolgo con rispetto a chi indaga, a chi racconta e a chi legge.

La prima riguarda le misure cautelari. Non si può chiedere che i politici siano trattati meglio degli altri indagati, ci mancherebbe. Ma si può forse chiedere che si tenga conto di ciò che una misura produce quando colpisce chi governa una città, non per la persona ma per il ruolo – un politico arrestato è una ferita per la fiducia politica, fa malissimo alla tenuta democratica delle nostre realtà locali. In questo caso gli indizi a carico del sindaco sono soprattutto racconti di terzi. I fatti risalgono a più di due anni fa, e lo stesso gip riconosce che le esigenze cautelari si sono affievolite. In casi come questo si potrebbe valutare se bastino misure meno invasive, o nessuna misura in fase cautelare, lasciando al processo il compito di pesare quegli elementi. Per un sindaco i domiciliari significano la sospensione dalla carica e una città che cambia guida, prima di qualsiasi giudizio.

La seconda riguarda le parole. Non spetta a me dire ai giornalisti come fare il loro mestiere. Credo però che chi racconta la mafia, e chi la studia, debba chiedersi quanto pesano le parole che usa. “Blitz anti-’ndrangheta” e “arrestato il sindaco” nello stesso titolo costruiscono un’immagine precisa: una mafia così potente da arrivare in municipio. Anche la parola “’ndrangheta” ha un peso. Usata senza distinguere, fa sembrare più grande e più compatto un fenomeno che andrebbe descritto per quello che è. Sensazionalizzare la mafia non serve a combatterla, serve solo a ingrandirla.

La terza è la più semplice. Che un politico compaia in un’ordinanza non dimostra, da solo, che la mafia sia forte. Può voler dire molte cose, anche soltanto che qualcuno, intercettato, ha fatto il suo nome. Per capire quanto conta davvero un gruppo criminale bisogna guardare a ciò che fa, come, ma soprattutto perché.

Su Stasi decideranno i giudici. Su come raccontiamo queste vicende, invece, possiamo decidere noi.

 

* Professoressa di sociologia del diritto e della devianza presso l’Università di Bologna

**il contributo di Anna Sergi è ripubblicato dalla newsletter ‘Ndrangheta Critical Notes | Note Critiche sulla ‘Ndrangheta | Anna Sergi | Substack su gentile concessione dell’autrice.

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