Difendere lo sport dagli interessi mafiosi. L’intervista al Presidente della Commissione Antimafia, David Gentili

Tenere alto l’onore degli amministratori pubblici, mantenere una rete di solidarietà attorno ai più esposti, fare formazione per evitare che la superficialità e l’incompetenza possano generare situazioni dannose per i cittadini.

Le mani della criminalità organizzata si sono da tempo allungate anche sul mondo dello sport. Scommesse, riciclaggio dei proventi derivanti dai traffici illeciti, diffusione di sostanze dopanti, acquisto di squadre di calcio per acquisire consenso sociale e controllare il territorio. Nel 2011, a Milano, il centro sportivo Iseo fu incendiato e si scoprì che dietro questo fatto vi erano le mani della ‘ndrangheta. A seguito di questo fatto, nel 2014 il Comune si è dotato di un Codice Etico dello Sport, stilato con la collaborazione di Avviso Pubblico e Transparency International Italia, allo scopo di promuovere e rafforzare l’autoregolamentazione di associazioni e società sportive che si gestiscono – o si candidano a gestire – degli impianti sportivi. Il Codice, inoltre, è uno strumento che mira a generare consapevolezza sui pericoli legati al coinvolgimento della criminalità organizzata.

gentiliAvviso Pubblico ha intervistato il Presidente della Commissione antimafia del Comune di Milano e Coordinatore per la Lombardia della nostra associazione, David Gentili, per saperne di più.

1. Presidente Gentili, perché è nata l’esigenza di dotare Milano di un Codice Etico dello Sport?

L’esigenza di un codice etico sportivo è nata nel marzo 2011, a seguito degli arresti relativi all’inchiesta Redux Caposaldo sul clan ‘ndranghetista dei Flachi, famiglia radicata nei quartieri di Affori e Bruzzano di Comasina, a Milano. Si è colta subito una loro presenza anche all’interno dell’Iseo, un centro sportivo pubblico gestito attraverso una concessione da una società sportiva privata, la Milano Sportiva Asd.

Nel giugno 2011, appena insediata la giunta Pisapia, abbiamo ricevuto una lettera del Prefetto che ci segnalava le infiltrazioni all’Iseo. Il 2 luglio la concessione è stata revocata, scatenando la reazione degli interessati: la società chiedeva i danni e non voleva lasciare la struttura. Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre la palestra del centro sportivo è stata data alle fiamme.

Erano i Flachi a decidere il personale da assumere, a risolvere le controversie, a gestire i servizi come il catering, a incassare i guadagni. Di fronte a questi fatti è nata l’esigenza di comprendere quanto la criminalità organizzata fosse interessata allo sport e a difendere i suoi interessi. Ci siamo posti degli interrogativi: era un caso unico o solo il primo venuto all’evidenza? Si è deciso di coinvolgere Avviso Pubblico e Transparency International Italia sull’ipotesi di redigere un Codice Etico dello Sport.

2. Non era un caso unico?

Non lo era. Ci sono giunte segnalazioni da parte di Sindaci che aderiscono ad Avviso Pubblico, preoccupati per certi personaggi che vogliono investire nel mondo sportivo. Oltre al caso dell’Iseo, il più eclatante è legato ad una società sportiva di Cadorago, il cui presidente è stato coinvolto in un’inchiesta. In un’intervista ha dichiarato che la “mafia non esiste”, perché la mafia un tempo “era altra cosa” e oggi la “vera mafia è lo Stato”. Dichiarazioni tanto preoccupanti, che danno un messaggio a chi deve capire (“io non tradisco”), quanto inquietanti perché quando si parla di sport si fa riferimento anche al suo ruolo pedagogico, sociale e aggregativo.

3. Che interesse ha la criminalità organizzata ad infiltrarsi nel mondo sportivo?

Abbiamo società sportive che acquisiscono convenzioni ventennali a fronte di investimenti da 2-4 milioni di euro. Intorno alle società sportive gira molto denaro contante e vi è il tema rilevante delle sponsorizzazioni. L’altro aspetto principale è legato al consenso che può generare lo sport. E’ normale che chi si impegna quotidianamente sul territorio, anche per l’integrazione di ragazzi che vengono da ceti sociali e nazionalità diverse, abbia un ritorno di immagine. E’ altrettanto chiaro come questo consenso possa essere utilizzato dalle famiglie mafiose per fini elettorali o per intessere nuove relazioni, economiche o politiche.

4. In che modo questo Codice Etico può aiutare le società sportive? A che punto siamo con le adesioni? La sottoscrizione è obbligatoria?

E’ uno strumento per generare consapevolezza e attenzione. Inoltre, esso rafforza l’autoregolamentazione delle società sportive, ma al tempo stesso ha un ruolo di autotutela per l’Amministrazione pubblica, che dà in concessione i propri spazi. Infine, promuove la democrazia nelle società sportive, attraverso la partecipazione dei soci. Non abbiamo stilato una lista generica di dieci principi da seguire, ma siamo entrati nella ‘carne viva’ della gestione delle società sportive. Il documento pertanto non è di facile lettura. Anche per questo abbiamo pensato che l’adesione inizialmente non dovesse essere obbligatoria e dare il tempo alle società di discuterne, a fronte di un obbligo di spiegare le ragioni di una mancata adesione e della possibilità di suggerire integrazioni o cambiamenti.

5. Dopo che le società sportive hanno letto il Codice cosa è successo?

E’ trascorso un anno e mezzo in cui il Codice è stato studiato e ‘digerito’. Sono state coinvolte la cittadinanza e le società sportive, per cui al momento stiamo apportando ad alcuni cambiamenti. Il mio auspicio è che in futuro il Codice diventi obbligatorio, che le concessioni vengano affidate e le fidejussioni approvate solo a fronte di un’adesione al documento. Sappiamo che aderire non significa necessariamente applicare. Pertanto quando scatterà l’obbligatorietà, l’amministrazione dovrà dotarsi di uno strumento di controllo e predisporre le relative sanzioni in caso di mancata applicazione. Fermo restando che il primo controllo deve arrivare dai cittadini, da presidenti e dirigenti che in queste società investono tempo e fatica. Ad oggi il 35% dei concessionari ha approvato il Codice, una percentuale che ritengo insufficiente.

6. Oltre al Codice etico, che risultati concreti ha ottenuto la Commissione Antimafia che presiede?

 Vado particolarmente fiero di tre strumenti amministrativi individuati dalla Commissione:

  • L’applicazione della legge 231 del 2007 sull’antiriciclaggio. Milano è stato primo Comune d’Italia a farlo;
  • L’applicazione, ancora con il contributo di Avviso Pubblico e Trasparency, del whistleblowing (tutela dei dipendenti che segnalano reati, ndr) che è inserito nel Piano anticorruzione del Comune e che garantisce l’anonimato della prima segnalazione. Ci siamo dotati inoltre di un organismo di garanzia che ha il computo di valutare queste segnalazioni, composto dai presidenti di Avviso Pubblico e Trasparency e dal vicesegretario generale del Comune di Milano;
  • L’apertura, in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati, di nove sportelli dedicati alle vittime di racket ed estorsione, un fenomeno la cui percezione è in crescita e su cui abbiamo aperto un tavolo di lavoro con Confcommercio e Confesercenti, per capire se sono efficaci, e in tal caso, promuovere gli strumenti di contrasto che abbiamo a disposizione.

7. Se avesse davanti il legislatore, e potesse chiedere subito uno strumento di contrasto all’illegalità e alla criminalità organizzata, quale misura solleciterebbe?

Applicherei il DASPO alle aziende i cui dirigenti hanno corrotto dei funzionari pubblici, una sanzione che oggi è rivolta solo ai singoli. In questo modo l’impresa ‘chiude’ per 5-10 anni con i contratti pubblici. E’ un danno per operai e dipendenti? E’ vero, ma mettiamoci nei panni delle aziende che non hanno ricevuto quell’appalto, hanno dovuto licenziare o non assumere personale, perché la gara era truccata: gli operai e i dipendenti delle aziende sane chi li tutela?

8. Come Coordinatore regionale di Avviso Pubblico quali sono, secondo Lei, le attività che l’associazione deve portare avanti nello scenario attuale?

Tenere alto l’onore degli amministratori pubblici, mantenere una rete di solidarietà attorno ai più esposti, fare formazione per evitare che la superficialità e l’incompetenza possano generare situazioni dannose per i cittadini.

 

(a cura di Claudio Forleo e Giulia Migneco)

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