Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha rilasciato una dichiarazione netta sulla pericolosità della situazione delle mafie a Foggia. Durante la conferenza stampa successiva all’esecuzione di 21 misure cautelari per reati commessi nella città pugliese, ha ribadito come “qui regga ancora un patto di omertà tra mafiosi e vittime.” Parole che scuotono chi, come Daniela Marcone, figlia di Francesco Marcone, vittima innocente delle mafie, ogni giorno si impegna per tenere alta l’attenzione e stimolare l’impegno della società civile della sua città.
Scrivere di Foggia e della sua grande provincia, la cosiddetta Capitanata, non potrà mai essere per me un esercizio teorico. È un atto che attraversa le ferite della mia storia personale e si intreccia, in modo indissolubile, con il percorso della comunità di cui faccio parte.
Quando racconto della criminalità nella mia terra, non mi riferisco solo agli indici statistici pubblicati sui quotidiani di tiratura nazionale, che pongono Foggia invariabilmente agli ultimi posti per qualità della vita e ai primi per la presenza della criminalità, bensì di un vero e proprio sistema che continua a soffocare la bellezza e la libertà, di un fenomeno, oggi noto come “Quarta mafia”, che per troppo tempo è stato colpevolmente sottovalutato, quasi fosse un caso di folclore locale e non la feroce organizzazione mafiosa che ha iniziato a muovere i primi passi fin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso.
Silenzio e paura
Per decenni, la Capitanata ha vissuto sotto un cono d’ombra. Mentre l’attenzione mediatica e investigativa di alto livello era rivolta altrove, qui la criminalità affinava i suoi metodi: un mix arcaico di violenza rituale e una modernissima capacità di infiltrazione economica. Dal racket delle estorsioni che strozza il commercio, al controllo spietato delle campagne attraverso la tratta degli esseri umani e il caporalato, fino alla capacità di infiltrarsi nella gestione pubblica, come testimoniano i numerosi scioglimenti per infiltrazione mafiosa delle amministrazioni comunali dei grandi centri cittadini della provincia e del capoluogo stesso.
Subire, per molti anni, la ferocia delle bombe e la negazione di quanto accadeva, ha permesso alle organizzazioni mafiose di crescere a dismisura e la percezione della comunità locale si è, di pari passo, allineata, rendendo il silenzio della paura terreno fertile per l’omertà.
L’affermazione che a Foggia la mafia non esistesse è stato il più grande regalo fatto ai clan. Mio padre, Francesco Marcone, proprio negli anni più bui della sottovalutazione della situazione in città, pagò con la vita le sue segnalazioni e denunce, effettuate nell’ambito del suo ruolo di Direttore dell’ufficio del Registro di Foggia, tentando di far emergere l’esistenza di un sistema corruttivo che rischiava di danneggiare gravemente la comunità. Era il 31 marzo del 1995 e la sua morte, come quella delle altre vittime innocenti della criminalità locale, non è stata assolutamente un “fatto privato”, come alcune persone hanno provato a farci credere, ma un attacco diretto allo Stato e alla nostra stessa dignità di cittadini.
Attenzione, impegno e rischi
Oggi la “Quarta Mafia” non è più invisibile. Importanti operazioni giudiziarie e investigative hanno fornito strumenti di lettura a tutte e tutti coloro che negli anni si sono impegnate/i come semplici cittadine e cittadini. Qui esiste un coordinamento provinciale e numerosi presidi cittadini istituiti dalla rete associativa di Libera da decenni, che non solo hanno resistito, ma non si sono arresi alle criticità di una realtà così complessa, in cui le problematiche sociali presentano molteplici sfaccettature e il campo d’impegno è molto vasto.
Vivere in questa terra, decidendo ogni giorno di restarci, continua a non essere semplice: è evidente che la battaglia è tutt’altro che conclusa. Lo leggiamo anche nelle dichiarazioni di qualche giorno fa, del Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo: parole che probabilmente destano meraviglia in qualcuno, ma per me non sono che la conferma di quanto percepisco nel mio quotidiano.
La criminalità foggiana ha senza dubbio subito forti colpi inferti dai numerosi arresti, ma non è ancora giunto il momento di tirare un sospiro di sollievo. Dalle notizie legate alle operazioni investigative, emerge un grave controllo capillare del territorio da parte della criminalità organizzata, mentre la guerra interna tra clan continua a insanguinare le nostre strade, mettendo a rischio anche i passanti casuali. A questo, si aggiunge la presenza di ulteriori forme di criminalità e violenza e una circolazione di armi da fuoco e da taglio molto preoccupante.
Ritengo che dalle mie parole si percepisca il dolore e il disagio che provo ogni volta che un “fatto” di sangue accade a Foggia. Eppure, ogni volta che mi sento scoraggiata, guardo alla grande rete di persone di cui faccio parte, in particolare alle tante famiglie di vittime innocenti delle mafie che hanno trasformato il dolore in impegno. Anche io, nel mio piccolo, ho provato a operare questa trasformazione, avvertendo la necessità di incoraggiare tutte le persone che vivono in Capitanata a fare altrettanto, affinché ci sia una generalizzata consapevolezza e reazione coraggiosa.
Probabilmente, però, ci sono ancora sacche di popolazione che vivono quanto accade come qualcosa che non le riguardi davvero. Io continuo a nutrire la speranza attraverso l’impegno della memoria collettiva, nella profonda consapevolezza che il luogo in cui vivo non è solo la città della “Società” foggiana, è anche la città di chi resiste, di chi denuncia, dei giovani che decidono di restare nonostante tutto. Ed è la città di Francesco Marcone, che qui è nato e vissuto non come semplice spettatore, bensì scegliendo, non senza profonde preoccupazioni, cosa fosse giusto fare per dare un senso reale alla parola “legalità”.
Ecco perché penso che tutte e tutti noi non possiamo essere gli spettatori di una guerra altrui: siamo i protagonisti di una ricostruzione necessaria. Foggia merita di respirare un’aria che non sappia di polvere da sparo, ma di futuro. Solo così la nostra terra potrà smettere di essere terra di mafia per tornare a essere terra di uomini e donne liberi.