La Calabria è il caso più estremo della diffusione dei commissariamenti, che toccano sanità, comuni, enti pubblici, partiti e persino realtà private. Le cause risiedono nella fragilità economica e istituzionale, nel clientelismo politico e nell’influenza della ‘ndrangheta. Pur nati come strumenti straordinari, i commissariamenti si sono trasformati in una pratica ordinaria, senza risolvere i problemi strutturali e alimentando sfiducia, disaffezione politica e dipendenza dallo Stato. Mentre occorrerebbero riforme durature e sostegno alle energie civiche locali.
di Vittorio Mete*
In Italia, come nel resto d’Europa, la Calabria non passa inosservata. Uno dei tanti motivi per i quali la regione si distingue è la diffusione e la persistenza dei commissariamenti che coinvolgono enti pubblici e privati. L’esempio più evidente è la sanità. Solo nell’aprile del 2026, dopo più di sedici lunghi e travagliati anni, il settore è uscito dal regime di commissariamento. L’eredità della gestione «tecnica» può essere così riassunta: diminuzione di posti letto, chiusura di reparti ospedalieri, emorragia di personale medico solo debolmente (e più che altro mediaticamente) tamponata dall’arrivo di alcune centinaia di medici cubani. Si spera che ora, affaticati come sono per aver percorso il lungo tunnel, i calabresi vedano alfine la luce.
La sanità è però soltanto la punta dell’iceberg. Se si guarda sotto il pelo dell’acqua, emergono numerosi altri casi di commissariamenti, in primo luogo dei comuni. Calabrese è la prima amministrazione comunale sciolta per infiltrazioni mafiose. Anzi, proprio la cruenta faida di Taurianova del 1991 è all’origine della legge sullo scioglimento dei consigli comunali per mafia. Da allora, dei circa 400 comuni totali ne sono stati sciolti 90, molti dei quali più volte (per un totale di 136 scioglimenti). Tra questi, figura anche Reggio Calabria, primo capoluogo di provincia a subire questa sorte.
La ’ndrangheta non è l’unica causa che destabilizza i comuni calabresi. Molti altri sono sciolti per ingovernabilità, vale a dire per conflitti interni alle maggioranze o per incapacità di approvare il bilancio nei tempi previsti. Negli ultimi 35 anni, sono stati ben 591 i casi di questo genere. Ancora più grave è la situazione dei disavanzi finanziari.
Emblematica è la vicenda del Comune di Cosenza: nel 2019, per il fallimento del piano di predissesto approvato nel 2013, l’amministrazione è stata costretta a dichiarare il dissesto finanziario e a nominare un Organismo straordinario di liquidazione. Che però, a distanza di oltre sei anni, è tuttora in attività, non essendo riuscito a completare l’incarico ricevuto a causa dell’ingente debito accumulato, pari a diverse centinaia di milioni di euro per una città di 60.000 abitanti.
Forme dirette, mascherate o surrettizie di commissariamento coinvolgono anche altri settori importanti della vita sociale, economica, politica e istituzionale della regione. È il caso dell’aeroporto di Lamezia Terme, il principale scalo calabrese, la cui gestione, dopo una vicenda giudiziaria che aveva coinvolto i vertici societari, venne affidata a un prefetto già a capo della DIA. Innumerevoli sono poi i casi di enti pubblici di varia natura e di fondazioni a carattere pubblico verso i quali è stata disposta l’amministrazione straordinaria. In Calabria, terra di contraddizioni e paradossi, perfino una fondazione regionale chiamata “Calabria Etica” è stata commissariata a causa di una gestione opaca e problematica.
Il settore pubblico, del resto, non si distingue molto da quello privato. Basti pensare ai commissariamenti degli organismi locali dei partiti politici, anche di quelli più grandi e strutturati, che si susseguono senza sosta. Per aggiungere un tocco di colore, si può ricordare che, in Calabria, anche una loggia massonica è stata commissariata per il sospetto di infiltrazioni criminali. Addirittura, il Crotone, inteso come società calcistica, ha subito analoga sorte per il coinvolgimento nella gestione del club di soggetti appartenenti ad ambienti vicini a gruppi criminali locali.
La Calabria non è l’unica regione in cui i commissariamenti proliferano. Anche altrove la sanità e i comuni sono commissariati. In effetti, come mostra una recente ricerca (A. Costabile, V. Mete e D. Cersosimo, Il commissariamento della politica, il Mulino, 2026), anche in altre parti d’Italia i commissariamenti colpiscono un po’ ovunque: la gestione dei grandi eventi, la ricostruzione post-terremoto, la realizzazione di grandi opere pubbliche e diversi altri ambiti amministrativi. Una differenza però c’è. Come per molti altri aspetti, in Calabria il fenomeno si presenta in maniera più diffusa ed estrema. I motivi di questa peculiarità risiedono nelle caratteristiche socioeconomiche, culturali e politiche della regione.
Un primo motivo riguarda la debolezza endemica delle strutture produttive e la conseguente scarsità di occasioni di lavoro. A ciò si deve aggiungere la fragilità delle istituzioni, sia per carenze riconducibili al loro malfunzionamento (che si collega a sua volta alla diffusa inadeguatezza del personale burocratico) sia per la ridotta credenza nella legalità da parte della popolazione. È questa una responsabilità storica delle élite locali, civili e politiche, che in non pochi casi hanno offerto esempi di illegalità conclamata e di comportamenti all’apparenza legali, ma al fondo sostanzialmente predatori.
Non si può trascurare, inoltre, la presenza e l’influenza delle organizzazioni mafiose operanti in ampie aree della regione. La ’ndrangheta è stata, ed è ancora oggi, una realtà talmente pervasiva da riuscire spesso a manipolare l’organizzazione del consenso elettorale, la vita economica e imprenditoriale, il mercato del lavoro, le attività professionali e il settore delle comunicazioni. Neppure il terzo settore ne è stato del tutto immune.
C’è poi la politica. Una politica tradizionalmente clientelare che, con le dovute eccezioni, è capace di trasformarsi senza sosta e di assumere caratteri a volte inediti, intorno al suo permanente caposaldo: lo scambio particolaristico e utilitaristico tra patroni e clienti, vecchi e nuovi.
In Calabria, più che altrove, la politica ha assunto una natura personalizzata, non solo nell’accezione mediatica del termine tipica delle democrazie contemporanee: si distingue, infatti, per la gestione privatistica e personalistica della cosa pubblica. Questo tratto si combina con le debolezze strutturali già richiamate, generando mancanza di autonomia e dipendenza dallo Stato centrale e dalla spesa pubblica. Una situazione che perpetua le rendite di posizione dei mediatori locali e delle loro reti di potere. A conti fatti, gli unici a beneficiarne.
I problemi che affliggono la regione, qui sinteticamente richiamati, sono complessi, strutturali e antichi. Non riuscendo a introdurre rimedi efficaci e di lungo periodo per contrastarli, la politica nazionale e quella regionale imboccano – talvolta per disperazione, altre volte per convenienza – la scorciatoia dei commissariamenti permanenti. La scorciatoia, però, non conduce ai risultati promessi. Basta osservare lo stato della sanità regionale e i ripetuti casi di scioglimento, per vari motivi, delle amministrazioni locali per comprendere che la cura finora non ha prodotto gli effetti sperati. Il guaio è che, come si sa, le cure portano spesso con sé anche fastidiosi effetti collaterali.
La diffusione capillare delle amministrazioni straordinarie può, in determinate circostanze, produrre conseguenze negative sulla politica locale e sul ceto politico, favorendo la sfiducia, la deresponsabilizzazione, la manipolazione privata degli incarichi e delle relazioni sociali. Abituarsi a esser governati da commissari ha poi una ricaduta sull’amministrazione della cosa pubblica e sul rapporto tra cittadini e istituzioni. I commissariamenti recidono, più o meno temporaneamente, il legame tra governanti, burocrati e cittadini. Un filo che, una volta tagliato, diventa poi difficile da riannodare.
Un effetto tangibile di ciò è la limitata partecipazione elettorale che in Calabria va sempre più riducendosi. Ormai da 16 anni, alle elezioni regionali i non votanti superano sistematicamente i votanti, anche se c’è da dire che in Calabria il dato è parzialmente gonfiato dalla presenza di elettori residenti all’estero o in altre regioni, spesso impossibilitati a votare.
In un contesto così deteriorato, la presenza viva ma ancora pulviscolare degli amministratori locali protagonisti di buone pratiche, dei gruppi di attivismo civico, dei movimenti laici e religiosi impegnati sui temi dei diritti e della giustizia sociale e dell’antimafia, degli innovatori che operano nei settori produttivi, della formazione e della ricerca, non è sufficiente. Il loro impegno, generoso e coraggioso, non basta, purtroppo, a invertire la rotta.
Ciò di cui questi soggetti e tutti i calabresi avrebbero urgente bisogno è un intervento di natura diversa da parte del governo nazionale, che sappia appoggiare, sostenere e incanalare le azioni innovative locali entro progetti riformatori di larga scala e nel quadro di politiche mirate sul piano economico, amministrativo, culturale e formativo. Per la piega che hanno preso le cose in Italia, si tratta di un’attesa probabilmente vana, non troppo diversa da quella del ritorno dei figli emigrati.
Il caso di San Luca, da ultimo, forse il simbolo estremo e paradigmatico di una certa immagine pubblica della Calabria, fatta di arretratezza, illegalità e criminalità organizzata. Negli ultimi 25 anni, l’amministrazione locale del piccolo comune aspromontano è stata commissariata sei volte. In totale, circa dieci anni di amministrazione straordinaria. Perfino la fondazione dedicata al suo cittadino più illustre, Corrado Alvaro, è stata commissariata.
In un comune in cui il 70% dei tributi locali sono evasi, metà delle abitazioni non è allacciata alla rete fognaria e metà degli immobili è stato costruito sul suolo del demanio pubblico, gli abitanti hanno compiuto (o, se si preferisce, sono stati indotti a compiere) una scelta drastica: rinunciare a presentare liste alle elezioni comunali. Così facendo, il commissariamento, da soluzione tampone e straordinaria si è trasformato in una modalità ordinaria di gestione della cosa pubblica.
Al di là della vicenda specifica, resta da capire se San Luca sia l’eccezione o una possibile tendenza generale. Occorre domandarsi se la Calabria rappresenti la «pecora nera» d’Italia e d’Europa, che si è smarrita ed è rimasta isolata dal resto del gregge o se, al contrario, non si sia solitariamente incamminata su un territorio in parte inesplorato, fatto di forme di governo sempre più accentrate, tecnocratiche e meno democratiche. Un sentiero pieno di spine sul quale sarebbe saggio, per la Calabria e per l’intero Paese, non avventurarsi oltre.