La figlia del Clan. Un cognome da nascondere un destino da riscrivere (PIEMME, 2026) è una lettura che scava dentro le contraddizioni più profonde dell’appartenenza a un clan di ‘ndrangheta. Ma che è capace anche di tenere insieme memoria personale e responsabilità collettiva.
Il libro è firmato da Danilo Chirico, giornalista, scrittore e attivista antimafie per l’associazione daSud di cui è cofondatore, insieme a Giuseppina Pesce. La sua è una voce rara: cresciuta all’interno di uno dei più potenti clan di ’ndrangheta, ha scelto di collaborare con la magistratura, contribuendo con le sue dichiarazioni all’arresto di diversi familiari, per salvare i suoi tre figli dall’inferno della criminalità organizzata.
Come sottolinea Chirico: «La figlia del clan racconta la storia, anzi le storie di Giuseppina Pesce». Ed è proprio questa pluralità a colpire: la bambina felice nella Rosarno degli anni ’80, la figlia devota a un padre potente, la giovane donna cresciuta dentro una cultura criminale che plasma identità e relazioni, fino alla scelta radicale di rompere tutto.
Il libro segue un arco narrativo potente: dall’infanzia apparentemente normale – fatta di parrocchia, musica e affetti – alla scoperta progressiva della violenza e delle regole non scritte della ’ndrangheta, fino al momento decisivo. L’arresto, la detenzione, e poi la collaborazione con la giustizia: un passaggio che Chirico definisce «molto difficile ma dirompente dal punto di vista del portato simbolico».
Il volume racconta la trasformazione di Giuseppina Pesce da ingranaggio inconsapevole a soggetto capace di scelta. Una scelta che ha un prezzo altissimo: la perdita della famiglia, del nome, della vita precedente. Ma anche una scelta che nasce da una forza profondamente umana e universale: quella di una madre che vuole salvare i propri figli.
La quarta di copertina restituisce bene questa tensione: la felicità fragile di una bambina durante un viaggio verso Gardaland si contrappone al peso di un cognome che “pesa come una sentenza”. È in questo contrasto che si radica il cuore del libro: il conflitto tra destino e libertà.
Chirico racconta il processo di scrittura: «Io ho fatto tutte le domande che mi sono venute in mente, lei ha risposto a tutte le domande a cui ha potuto rispondere. Lei ha confessato le sue verità. Io mi sono sforzato di raccontare senza pregiudizio pur non rinunciando mai a un punto di vista preciso». Ne emerge un racconto che prova a stare dentro la complessità. «Un libro sulla fedeltà, sul tradimento, sulle radici, sul destino, sull’onore, sulla colpa, sulla libertà e sul castigo», spiega ancora Chirico ad Avviso Pubblico.
La storia di Giuseppina Pesce rompe uno stereotipo ancora radicato: quello delle donne di mafia come figure passive. Qui, invece, la soggettività femminile emerge con forza, mostrando come anche nei contesti più chiusi sia possibile – seppur con enorme sofferenza – riscrivere il proprio destino. A quindici anni dall’inizio della sua collaborazione, la voce di Giuseppina non è solo testimonianza, ma memoria attiva. Una memoria che interroga, che mette in crisi, che chiede responsabilità. È un libro che sorprende, promette Danilo Chirico.