Beni confiscati: numeri e storie di una realtà da raccontare e sostenere. Un contributo di Toni Mira

Sono 23.026 i beni immobili confiscati e destinati, erano in tutto 30mila, dieci anni fa, mentre sono 1.332 i soggetti della società civile organizzata che li gestiscono in 19 regioni e in 448 comuni, dieci anni fa erano 524 in 16 regioni. I dati che emergono dal rapporto presentato da Libera per il trentennale della legge 109 del 1996 raccontano l’efficacia della norma e l’esistenza di un Belpaese che deve essere conosciuto, al lavoro ogni giorno per rappresentare il valore dello stato contro le mafie.

Aumentano i beni confiscati alla criminalità organizzata, ma aumentano ancora di più, quasi tre volte in dieci anni, i soggetti della società civile organizzata che li gestiscono, belle storie di rinascita. E’ quanto emerge dal rapporto di Libera “Raccontiamo il bene”, presentato in occasione del trentennale della legge 109 del 1996 che introdusse il riutilizzo ai fini sociali dei beni tolti ai mafiosi.

La legge

Una norma che completava la legge Rognoni-La Torre del 1982 che aveva introdotto la confisca delle ricchezze dei mafiosi e si collegava al lavoro del pool antimafia di Palermo. Non a caso la proposta di legge, presentata il 15 dicembre 1994, aveva come primo firmatario Giuseppe Di Lello, ex componente del pool antimafia di Falcone e Borsellino, e poi parlamentare dei Progressisti e di Rifondazione comunista.

Tra gli altri firmatari l’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella (Dc e Ppi), l’ex presidente della Commissione antimafia e della Camera, Luciano Violante (Pci e Pds), il fondatore della Federazione italiana antiracket, Tano Grasso (Pds), Giuseppe Ayala (Pri e Alleanza democratica), PM al “maxiprocesso”. Davvero una proposta trasversale. E che ha funzionato e sta funzionando.

I numeri

Attualmente sono 23.026 i beni immobili confiscati e destinati, mentre sono 20.848 quelli ancora in gestione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Erano in tutto circa 30mila dieci anni fa, in occasione del primo rapporto di Libera.

Dati imponenti ma ancora più importanti sono quelli prodotti dalla legge di 30 anni fa: sono i 1.332 soggetti della società civile organizzata che gestiscono beni confiscati, in 19 regioni e in 448 comuni. Belle e efficaci realtà, che hanno ridato vita e libertà a questi beni. Un dato in fortissima crescita. Dieci anni fa erano 524 in 16 regioni. Cinque anni fa, in occasione del 25mo anniversario della legge erano 871, le regioni 17 e i comuni 350.

Davvero un “Belpaese”, dove in silenzio opera una comunità alternativa a quella mafiosa, che lavora e si impegna a realizzare un nuovo modello di sviluppo territoriale: 739 associazioni di diversa tipologia, 35 scuole, 282 cooperative sociali, 17 associazioni sportive dilettantistiche, 38 enti pubblici, 53 tra associazioni temporanee di scopo e di impresa, 41 fondazioni private e di comunità.

Circa il 20% dei beni confiscati alle mafie e diventati esperienze di riutilizzo a fini sociali sono riconducibili all’impegno della Chiesa italiana: diocesi, parrocchie, Caritas (67), gruppi scout (17), e varie decine di associazioni di volontariato e cooperative sociali. Ricordiamo in particolare i dieci beni confiscati presi in gestione dalla Diocesi di Locri-Gerace, la prima chiesa realizzata su un terreno confiscato a Gioia Tauro (Diocesi Oppido-Palmi), le sei cooperative sociali sostenute dal Progetto Policoro della Cei per l’imprenditorialità giovanile al Sud.

Novecento realtà sono al Sud e nelle isole, 322 al Nord, 110 al Centro. La regione con il maggior numero è la Sicilia con 384, segue la Campania con 205, la Lombardia con 193 e la Calabria con 154. Tra i comuni più impegnati ricordiamo due simboli per anni del potere mafioso. A Corleone tutti i beni confiscati sono attualmente utilizzati. A Casal di Principe ben 5 scuole sono state realizzate in edifici confiscati alla camorra, oltre ad altri assegnati a cooperative sociali.

Un valore da sostenere

Nella ricerca Libera ha ricostruito le attività che si svolgono in questi beni: il 57,6% sono direttamente legate a servizi di welfare e politiche sociali per la comunità; il 23,2% si occupano di promozione del sapere, del turismo sostenibile e della cultura e il 9% sono nel mondo dell’agricoltura e ambiente.

Davvero degli ottimi risultati ma Libera, che trenta anni fa sostenne la proposta di legge con la raccolta di un milione di firme, ora invita i cittadini a una nuova mobilitazione. E’ la campagna Diamo linfa al bene”: una firma per chiedere che il 2% del Fondo Unico Giustizia, che raccoglie il denaro confiscato ai mafiosi, venga destinato al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati.

* giornalista e scrittore
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