La delibera approvata l’11 giugno dal Consiglio superiore della magistratura individua undici Procure distrettuali in aree ad “alta densità mafiosa” che sono Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. L’esclusione delle Procure del Centro-Nord ha sollevato forti critiche da parte di amministratori locali, politici e persino di alcuni consiglieri del CSM, perché la delibera sembra ignorare il radicamento delle mafie in regioni come la Lombardia.
di Mario Portanova*
Milano e la Lombardia non sono aree ad alta densità mafiosa. Roma e il Lazio sì. Continua a far discutere la recente delibera del Consiglio superiore della magistratura (datata 11 giugno) che, per stabilire criteri il più possibile oggettivi nell’attribuzione di determinati incarichi, elenca quali sono in Italia i distretti giudiziari “ad alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso”. Se il Csm si fosse limitato a inserire i distretti del Sud, probabilmente non sarebbe scoppiato alcun caso, anche perché il testo riconosce che “infiltrazioni” e processi per mafia si registrano anche altrove.
La delibera elenca Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria e Salerno. Ma anche Roma. Il motivo principale è la “persistente vulnerabilità del Basso Lazio rispetto alla proiezione della camorra”. A quanto emerge dal documento, e confermato da fonti del Csm, la “alta densità” è data dalla presenza di mafie un po’ vecchio stile, sfacciate, evidenti, che controllano il territorio, estorcono il pizzo, svolgono attività illecite a cielo aperto.
Dall’indagine Hydra alla storia delle mafie in Lombardia
Disclaimer: stiamo parlando di un documento tecnico, interno al Consiglio superiore della magistratura. Stabilisce in quali Procure della Repubblica siano necessarie “pregresse esperienze” in fatto di mafia per accedere a incarichi semidirettivi (per esempio procuratore aggiunto). Ma difficilmente avrebbe potuto passare inosservato.
Libera lo ha definito “anacronistico”, Nando dalla Chiesa ne ha scritto indignato sul Fatto Quotidiano, la ex coordinatrice della Dda di Milano Alessandra Dolci si è detta “stupita”. Anche perché in quegli stessi giorni diventavano di dominio pubblico le gravi minacce contro Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, i pubblici ministeri del processo Hydra. E proprio l’indagine Hydra ha individuato in Lombardia addirittura un “consorzio” fra pezzi di ’ndrangheta, di camorra, di Cosa nostra, la cui esistenza è stata confermata già da una sentenza di primo grado con rito abbreviato e dalle testimonianze di collaboratori di giustizia che ne muovevano i fili.
I nomi coinvolti sono di primo piano: il clan camorristico dei Senese, oggi ritenuto fra l’altro al vertice del sistema criminale romano; alcuni referenti diretti di Matteo Messina Denaro; le ultime generazioni della famiglia Fidanzati; boss della ’ndrangheta da tempo radicati in Lombardia, a partire dal cirotano-legnanese Vincenzo Rispoli. I traffici e gli affari contestati dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano valgono centinaia di milioni di euro.
E fosse solo l’attualità. La presenza mafiosa a Milano e in Lombardia è documentata almeno dagli anni Cinquanta. La storia che ne è seguita è quella di un radicamento, in particolare per la ’ndrangheta. In ottica ’ndranghetista, la Lombardia è una preziosa “provincia” della Calabria, come risulta dalla nota indagine “Crimine-Infinito” svelata nel 2010. La stessa inchiesta individuò 16 “locali” riconosciute in altrettanti centri grandi e piccoli del distretto a cui fa riferimento il Csm, e altri ne sono stati individuati successivamente.
Ancora prima, era finita agli atti della Commissione parlamentare antimafia una mappa investigativa che elencava i nomi delle “famiglie” di ’ndrangheta egemoni, spesso da un paio di generazioni, in decine di comuni dell’hinterland e della provincia. E non solo dal punto di vista strettamente criminale.
Parlando di edilizia, nella relazione del 2008 si leggeva che “in ampie zone della Brianza o del triangolo Buccinasco-Corsico-Trezzano non è nemmeno pensabile che qualcuno con proprie offerte o iniziative ‘porti via il lavoro’ alle cosche calabresi”. Una certa qual “densità mafiosa” era emersa molto prima dalle indagini e dai (maxi) processi istruiti dalla neonata Direzione distrettuale antimafia di Milano all’inizio degli anni Novanta, con centinaia di condanne fra Buccinasco, Corsico, Lecco, Como, Varese. Senza dimenticare alcuni quartieri di Milano dove omertà e controllo del territorio facevano da velo al grande traffico di eroina e cocaina.
Connivenze e immanenze
Se si guarda la storia, non c’è storia. I processi e le condanne per 416 bis sono di gran lunga più numerosi e consolidati nel tempo a Milano rispetto alla Capitale. Dove certo non manca una criminalità organizzata potente e aggressiva, soprattutto intorno all’enorme mercato della cocaina, ma a cui solo sporadicamente sono stati riconosciuti i connotati di mafiosità, e solo in tempi relativamente recenti.
Entrare nella poco onorevole classifica della “alta densità”, chiarisce il testo del Csm, richiede “la convergenza di elementi significativi e stabili, idonei a dimostrare un radicamento strutturale del fenomeno mafioso, una sua diffusione territoriale non occasionale e una concreta capacità di condizionamento dell’economia, della pubblica amministrazione e della vita istituzionale locale”. Tutti elementi presenti non solo nell’indagine Hydra, ma in numerosissime inchieste, in una regione che ha visto condannare in via definitiva per voto di scambio politico-mafioso e concorso esterno un assessore regionale alla Casa, Domenico Zambetti, arrestato nel 2012.
La goccia che fece traboccare il vaso, determinando il crollo della giunta guidata dal “Celeste” Roberto Formigoni. Lungo i decenni, negli atti giudiziari sono comparsi via via candidati, consiglieri, sindaci, assessori, a livello comunale, provinciale, regionale. E intercettazioni varie su pacchetti di voti da ottenere in cambio di futuri favori. Il documento si focalizza invece sul numero di comuni sciolti: dieci nel Lazio dal 1991 al 2024, compreso il caso di Aprilia nel 2024, contro uno solo in Lombardia (il paragone è nostro, Milano e la Lombardia non sono mai citati nel documento).
La Pubblico ministero Cerreti ha parlato in aula di “una mafiosità immanente”. Dal latino “rimanere dentro”, vale a dire quel che è “insito in qualche cosa”, spiega la Treccani. “Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria”, ha aggiunto la magistrata, citando una regione dove ha lavorato in passato. “Fin quando non avremo consapevolezza di questo, non faremo passi avanti nell’attività di contrasto”.
*giornalista, caporedattore del mensile MilleniuM, autore con Giampiero Rossi e Franco Stefanoi di “Mafia a Milano – Ottant’anni di affari e delitti” Zolfo editore.