Contro le mafie globali non basta aumentare la capacità di reazione. Occorre costruire prima la capacità di lettura che prevede la formazione specifica di tutti i soggetti esposti nella comunità ad un possibile attacco, dagli studenti agli amministratori, in un lavoro congiunto tra enti e istituzioni dei diversi paesi nei quali le mafie operano. Le azioni contro la criminalità globale per creare un fronte compatto in cui ognuno esegua il proprio ruolo nel rispetto di valori e leggi condivise, sono descritte nel denso e necessario saggio del Colonnello Paolo Storoni di cui abbiamo l’esclusiva.
Paolo Storoni*
Chiudendo i lavori del convegno “Criminalità organizzata transnazionale. L’Europa e le sfide internazionali a tutela dell’economia, delle istituzioni e della democrazia”, ospitato il 10 giugno 2026 nella Sala “David Sassoli” della sede italiana del Parlamento europeo, ho proposto tre considerazioni di prevenzione e analisi strategica: tre direzioni di marcia, con una ricaduta molto concreta sui territori, sulle imprese sane e sull’amministrazione del denaro pubblico.
Sono temi che avevo già sviluppato nella lunga introduzione che ho firmato per il saggio “I Malacarni. Come la mafia è diventata globale” di Paola La Salvia (Gambini, 2025). Non un bilancio, dunque, ma un tentativo di guardare un passo avanti. Dagli interventi che mi avevano preceduto, erano emersi alcuni nodi cruciali: la stima dell’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) sul riciclaggio globale, l’evoluzione della pericolosità sociale delle organizzazioni criminali, il peso crescente delle criptovalute, le dinamiche della criminalità cinese e messicana, la prospettiva europea offerta da Europol, Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto.
A pochi giorni di distanza, il Rapporto annuale 2025 dell’UIF (Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia), presentato a Roma dalla Banca d’Italia, offre a quelle direttrici una conferma documentale che vale la pena leggere con attenzione. Perché conferma una convinzione che dovrebbe orientare l’azione delle istituzioni a ogni livello, e in modo speciale di chi amministra un territorio: la repressione resta indispensabile, ma la partita decisiva si gioca sempre un passo prima. Nella prevenzione. Nella formazione. Nella cooperazione.
La cultura antiriciclaggio va costruita prima
I professionisti rientranti tra i soggetti obbligati dalla normativa antiriciclaggio — tra cui, nei casi previsti, avvocati, notai e commercialisti — sono tenuti a segnalare alla UIF le operazioni sospette ai sensi dell’art. 35 del d.lgs. 231/2007, ferma restando la disciplina delle esenzioni professionali connesse all’attività difensiva, alla rappresentanza in giudizio e alla consulenza sulla posizione giuridica del cliente. Ma questi professionisti non possono essere formati soltanto quando entrano nel mercato del lavoro. La sensibilità giuridica che permette di riconoscere un’anomalia non si improvvisa. Va coltivata prima, nei percorsi di studio, nei tirocini, nella preparazione agli esami di abilitazione, nella cultura professionale di base.
Il punto, infatti, non è soltanto aumentare il numero delle SOS (segnalazioni di operazioni sospette). È migliorare la qualità. Quando si segnala per prudenza difensiva, più che per un sospetto realmente maturato, il sistema non diventa più efficace: si riempie di informazioni poco utili, che rischiano di coprire proprio i segnali davvero rilevanti.
È esattamente il problema che la stessa UIF ha posto al centro delle nuove Istruzioni per la rilevazione e la segnalazione delle operazioni sospette, emanate il 18 dicembre 2025 e destinate a entrare il prossimo 1° luglio. Il provvedimento è chiaro: nella valutazione del sospetto vanno evitati automatismi e approcci puramente cautelativi. Non bastano, da soli, il profilo di rischio elevato del cliente, eventuali notizie negative o la presenza di misure reali o personali per fatti penalmente rilevanti. Occorre sempre una valutazione concreta dell’operazione e del contesto. Segnalare solo per “mettersi al riparo” non produce conoscenza: produce rumore informativo.
Nel 2025 le segnalazioni sono tornate a crescere: 162.059, l’11,5 per cento in più dopo due anni di flessione. Ma più segnalazioni non significano automaticamente più riciclaggio. L’aumento è legato soprattutto a truffe, frodi informatiche e nuovi operatori digitali: segnala quindi sia lo spostamento online di una parte rilevante della criminalità, sia una maggiore capacità del sistema di intercettarla. E che non si tratti solo di rumore difensivo lo suggerisce un dato importante: si è ridotta la quota delle segnalazioni a basso o nullo rischio.
Un secondo dato, però, è più scomodo e chiama in causa direttamente chi amministra. Le segnalazioni provenienti dalle pubbliche amministrazioni sono più che dimezzate in un anno: appena 521 contro le 1.264 del 2024, con un apporto ormai marginale, pari allo 0,3 per cento del totale. È un dato che dovrebbe far riflettere soprattutto gli enti locali, perché i Comuni gestiscono una parte rilevante di appalti, concessioni, contributi, autorizzazioni e agevolazioni.
Sono quindi osservatori privilegiati di anomalie che nessun altro può vedere allo stesso modo. Si spiega forse con controlli divenuti più efficienti a monte? Gli indizi suggeriscono prudenza. Se così fosse, ci si attenderebbe un presidio più tempestivo e mirato. Il Rapporto segnala invece un apporto ridotto e, in molti casi, tardivo. È più verosimile che ad essersi indebolita sia la capacità di riconoscere, formalizzare e trasmettere l’anomalia: la sensibilità, la formazione, la responsabilità di chi, dentro la macchina pubblica, dovrebbe saper leggere i flussi che amministra.
C’è poi un rumore più sottile, che non si misura soltanto nei numeri ma nella qualità della singola segnalazione. La UIF richiama anche il rischio di un uso non adeguatamente presidiato delle tecnologie avanzate. I modelli automatici, compresi quelli basati sull’intelligenza artificiale, se usati in modo acritico, possono non cogliere le anomalie non previste e produrre segnalazioni ripetitive, parziali o poco coerenti con i fatti. È il rischio della segnalazione automatizzata: formalmente ordinata, ma costruita su formule standardizzate che simulano un sospetto senza contenerlo davvero. Anche su questo le nuove Istruzioni sono nette: gli strumenti di intelligenza artificiale, dove impiegati, devono basarsi su dati oggettivi e verificabili ed essere accompagnati da adeguate valutazioni svolte con l’intervento umano. La tecnologia è un ausilio prezioso, ma non sostituisce il giudizio professionale.
Per questo, durante il convegno, ho proposto di portare l’antiriciclaggio già nelle prove di abilitazione professionale e, prima ancora, nei percorsi universitari. La cultura della prevenzione va radicata prima che diventi obbligo, non quando è ormai percepita solo come rischio sanzionatorio. Un giovane deve avvicinarsi alla propria futura professione con l’ottica giusta, con una conoscenza adeguata degli strumenti e con l’approccio corretto per riconoscere e contrastare le situazioni di potenziale riciclaggio. Non è un’utopia. È una strada già percorsa altrove. Nel Regno Unito, l’esame di abilitazione dei solicitor — il Solicitors Qualifying Examination — include l’antiriciclaggio tra le materie valutate, chiedendo al futuro avvocato di sapere quando un sospetto va segnalato, a chi e con quali procedure. La verifica dell’etica e della condotta professionale attraversa l’intero percorso. Il principio è chiaro: quelle competenze devono essere già padroneggiate al momento dell’accesso alla professione, non acquisite soltanto dopo, davanti al caso concreto.
Il reclutamento è diventato digitale
Le organizzazioni criminali usano i social per reclutare, fidelizzare giovani e minori, costruire consenso. Accade in America Latina, ma accade anche in Italia: con organizzazioni nostrane che impiegano immagini, musica, ostentazione del denaro e linguaggi identitari, e con organizzazioni straniere capaci di intercettare i ragazzi nelle comunità di riferimento, comprese quelle latinoamericane ormai radicate anche nel nostro Paese.
Al convegno, il rappresentante di Europol ha posto l’accento proprio su questo inquietante cambio generazionale: il reclutamento di giovanissimi come nuova frontiera delle mafie.
Ma i social non servono soltanto ad arruolare. Servono a legittimare. Legittimano uno status, uno stile di vita, persino comportamenti devianti tipici delle organizzazioni criminali. È un meccanismo subdolo, perché agisce per assuefazione: più quei modelli vengono esibiti, raccontati e ammirati, più diventano normali agli occhi di chi guarda. E sono soprattutto i giovani a subirne l’effetto, perché più esposti e più permeabili ai linguaggi identitari. Per loro il denaro facile può cessare di apparire come un disvalore e trasformarsi in aspirazione. È una sorta di colonizzazione culturale, prima ancora che criminale. E prepara il terreno a tutto il resto.
Il dibattito legislativo ha colto il problema, e non da oggi: negli anni si sono susseguite, da parte di schieramenti politici diversi, varie proposte per introdurre nel Codice penale un reato di apologia della criminalità mafiosa. L’ultima in ordine di tempo prevede aggravanti specifiche quando l’esaltazione dei boss passa attraverso i social e gli strumenti telematici. È un segnale di consapevolezza, e va accolto come tale. Ma chi conosce il fenomeno sa anche che la norma penale, da sola, rischia di colpire la rappresentazione più che la radice: si può sanzionare un video, ma non l’assenza di alternative che lo rende attraente agli occhi di un ragazzo.
Il diritto penale arriva sempre dopo. La prevenzione, invece, deve arrivare prima.
Se il reclutamento e la legittimazione passano dagli schermi, anche la prevenzione deve arrivare lì. A partire dalla scuola, con una vera educazione digitale. È un terreno su cui Avviso Pubblico lavora da sempre, nella convinzione che la mafia tema la scuola più della giustizia. Oggi quella scuola deve imparare a presidiare anche lo spazio digitale dove i nostri ragazzi vengono raggiunti, sedotti e, troppo spesso, conquistati da un modello che andrebbe invece smascherato.
È un compito che riguarda gli enti locali tanto quanto le famiglie. I progetti di educazione civica e digitale nei territori non sono un di più: sono una delle poche barriere reali a un reclutamento che oggi entra direttamente nelle camerette.
L’Africa va guardata adesso, con visione strategica
Le operazioni di polizia condotte nel maggio 2026 in Nigeria e in Sudafrica hanno documentato laboratori industriali per la produzione di metanfetamina, con il coinvolgimento di soggetti messicani, secondo le autorità locali collegabili a reti transnazionali della produzione sintetica.
Parallelamente, in Africa occidentale operano reti albanesi e balcaniche inserite nelle rotte della cocaina verso l’Europa. Le analisi della GI-TOC (Global Initiative Against Transnational Organized Crime) segnalano da tempo il ruolo crescente dell’area come spazio logistico, di stoccaggio e di redistribuzione a servizio di reti criminali transnazionali. L’Africa, dunque, è sempre meno soltanto un’area di transito. In alcuni contesti diventa spazio logistico, produttivo e finanziario del crimine internazionale. Soprattutto, è una cerniera tra reti latinoamericane, balcaniche, africane ed europee che si incontrano sulle stesse rotte e negli stessi circuiti. È lo stesso fenomeno che Europol descrive per l’Europa, dove la cocaina arriva sempre più spesso anche in forma da trasformare o estrarre in laboratori clandestini situati sul continente.
Alcune fasi della filiera si spostano dove i controlli sono più deboli, le vulnerabilità maggiori e i margini criminali più ampi. Vale per l’Europa. Vale, in forme ancora più esposte, per l’Africa. Questa lettura trova nel Rapporto UIF una sponda concettuale precisa. Il documento introduce e sviluppa la nozione di geocriminalità, intesa come impiego strumentale dei mercati illeciti e delle organizzazioni criminali nelle strategie di competizione geopolitica tra Stati. È un passaggio importante, perché sposta il tema della criminalità organizzata fuori dalla sola dimensione dell’ordine pubblico.
Quando una rete criminale dispone di canali logistici, finanziari e relazionali globali, non produce soltanto reati. Può diventare un’infrastruttura informale di influenza, riciclaggio, penetrazione economica e condizionamento geopolitico. Al convegno questa dimensione è emersa con chiarezza: il riciclaggio globale, secondo la stima UNODC, oscilla tra il 2 e il 5 per cento del prodotto interno lordo mondiale; la produzione di cocaina ha raggiunto livelli storicamente elevati; l’Europa è ormai uno dei principali mercati di destinazione; la ’ndrangheta conserva un ruolo di straordinario rilievo nelle filiere logistiche e finanziarie del narcotraffico.
Di fronte a tutto questo, investire nella cooperazione con le forze di polizia e con la magistratura africane non significa occuparsi di problemi lontani: significa rafforzare, in anticipo, la sicurezza dei nostri confini. E qui l’Italia ha qualcosa di prezioso da offrire.
Al convegno, l’ambasciatore e il procuratore generale aggiunto del Costa Rica hanno riconosciuto l’eccellenza della cooperazione tecnica italiana nel contrasto ai reati economico finanziari e al riciclaggio, invocando la formazione congiunta degli operatori di giustizia. È un modello che va esteso con decisione all’Africa e che, in parte, è già realtà.
Nel 2024 e nel 2025 la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) ha organizzato il primo e il secondo corso internazionale di formazione sulle criptovalute — iniziative che ho avuto modo di promuovere in prima persona — con la partecipazione di dieci rappresentanti delle autorità di polizia e magistrature nigeriane. È un segnale piccolo ma concreto di come il trasferimento di conoscenza investigativa e l’addestramento condiviso possano contribuire alla costruzione di un fronte comune.
Questa cooperazione non risponde a un’esigenza astratta. Una parte dei fenomeni criminali che osserviamo in Italia ha infatti una chiara proiezione transnazionale e richiede interlocutori affidabili anche nei Paesi d’origine. Le relazioni della DIA documentano da anni la presenza in Italia di organizzazioni criminali di matrice nigeriana, strutturate anche in confraternite come la Black Axe, la cui qualificazione mafiosa è stata riconosciuta in specifiche pronunce italiane, ferma restando la necessità di un accertamento caso per caso. Si tratta di gruppi attivi nel narcotraffico, nella tratta di esseri umani e, più di recente, nelle frodi informatiche e nel riciclaggio.
Si tratta di un fenomeno criminale che va tenuto concettualmente distinto dalla comunità nigeriana regolarmente presente nel Paese, che di quelle stesse organizzazioni è in larga parte bersaglio. Sono spesso le persone più vulnerabili a esserne reclutate, intimidite o sfruttate. Proprio perché la regia di queste reti conserva collegamenti con i Paesi di origine, contrastarle in Italia richiede anche una collaborazione stabile con le autorità di polizia e giudiziarie africane, attraverso canali di cooperazione investigativa, giudiziaria e informativa.
La rete mondiale delle FIU (Financial Intelligence Unit), riunita nel Gruppo Egmont, ha del resto accolto nel 2025 gli Stati di Mozambico, Gambia, Guinea Equatoriale e Sierra Leone, mentre la stessa UIF conduce ormai stabilmente programmi di assistenza tecnica verso le omologhe estere. Anche questa è prevenzione: non perché sostituisca le indagini, ma perché crea in anticipo le condizioni affinché quelle indagini siano possibili, tempestive ed efficaci.
La ricaduta territoriale: la mafia che entra nelle imprese sane e nei conti pubblici
C’è infine un fronte che il convegno ha imposto all’attenzione e che chiama in causa direttamente i territori: la presenza economico-imprenditoriale delle mafie nei mercati legali. Lo ha sottolineato il professor Antonio Parbonetti, prorettore vicario dell’Università di Padova ed esperto di infiltrazioni mafiose nell’economia, richiamando la centralità di questa “presenza” nei mercati sani. Non più solo violenza e controllo del territorio. Ma imprese, appalti, capitali. La criminalità che si fa operatore economico.
È un fenomeno che il Rapporto UIF documenta con particolare rigore in uno studio condotto con l’Università Bocconi. L’analisi riguarda il rapporto tra razionamento del credito e rischio di infiltrazione mafiosa nelle imprese. Il punto è cruciale: quando un’impresa attraversa una fase di fragilità finanziaria e vede peggiorare in modo significativo il proprio merito creditizio, può diventare più vulnerabile all’offerta di liquidità criminale. Secondo il Rapporto, nei cinque anni successivi al declassamento, la probabilità di infiltrazione aumenta del 5 per cento. Il dato non va letto in modo meccanico, ma è molto significativo: mostra che la fragilità finanziaria può diventare un canale indiretto di penetrazione della criminalità nell’economia legale.
Il razionamento del credito può così diventare una porta d’ingresso della criminalità nell’economia pulita. La vulnerabilità finanziaria di un’azienda ancora inserita nel mercato si trasforma nel varco attraverso cui soggetti criminali possono offrire risorse alternative in cambio di influenza, controllo o disponibilità dell’impresa. Il Rapporto aggiunge un elemento ancora più interessante: in presenza di restrizioni creditizie, le imprese infiltrate tendono a sopravvivere più a lungo rispetto a imprese simili non attigue ad ambiti mafiosi, pur mostrando analoghi cali dell’attività, dell’occupazione e della redditività.
La criminalità organizzata sembra così operare, talvolta, come finanziatore di ultima istanza, consentendo la continuità di imprese cosiddette “zombie” che non sarebbero competitive in un mercato sano. È un passaggio decisivo. La mafia non entra nell’economia legale soltanto perché è forte. Entra anche perché intercetta debolezze. Un’impresa in difficoltà, un credito che si restringe, un mercato che si chiude, una banca che non finanzia più, una commessa pubblica che diventa indispensabile: in quei passaggi si aprono varchi che la criminalità sa leggere prima e meglio di altri.
Vale però anche il movimento inverso. Fortunatamente. Un recente studio del professor Parbonetti con altri economisti, pubblicato come Working Paper della BCE (Banca Centrale Europea), ha misurato cosa accade quando le imprese mafiose vengono rimosse da un territorio attraverso operazioni antimafia: il credito bancario verso le aziende legittime circostanti torna a crescere. Lo studio misura un incremento medio dello 0,8 per cento, che arriva fino al 2,1 per cento nei Comuni con maggiore presenza mafiosa pregressa.
È la prova empirica di una verità intuitiva ma spesso trascurata: la mafia non soffoca soltanto la concorrenza e la libertà d’impresa. Soffoca la fiducia creditizia di un intero territorio. Liberarlo significa restituire ossigeno all’economia sana. Lo studio coglie anche una sfumatura preziosa: le banche locali, più radicate nel territorio e dotate di una conoscenza diretta degli imprenditori, sembrano disporre di una migliore capacità informativa nel distinguere il rischio effettivo dal rischio percepito del contesto. Gli istituti più lontani, che si affidano prevalentemente a bilanci, rating e credit score, tendono invece a irrigidirsi quando emerge l’infiltrazione, perché leggono soprattutto il rischio aggregato e meno il contesto concreto.
Anche questo dimostra quanto conti un sistema finanziario capace di conoscere davvero i territori in cui opera. E quanto sia fragile l’illusione che la lettura automatica dei dati possa sostituire la conoscenza viva dei luoghi. Ma il varco più ampio resta quello del denaro pubblico.
Il Rapporto UIF dedica ampio spazio all’abuso di fondi pubblici, agli appalti e alla corruzione, descrivendo schemi che ogni amministratore dovrebbe conoscere: contributi erogati a soggetti privi dei requisiti, anche in presenza di meccanismi di controllo carenti da parte degli enti eroganti; appalti per grandi opere con fondi dirottati verso conti esteri e prestanome; frazionamenti artificiosi dei progetti, anche nel settore del fotovoltaico e delle rinnovabili, per accedere a procedure autorizzative e agevolative semplificate.
Non a caso, nel marzo 2026, la stessa UIF ha rivolto alle pubbliche amministrazioni una Comunicazione specifica sulla prevenzione di attività illecite connesse con agevolazioni e contratti pubblici, richiamando gli indicatori di anomalia da cogliere nelle diverse fasi di una gara o di un finanziamento. È uno strumento prezioso, e ancora troppo poco conosciuto, proprio per chi lavora negli uffici comunali. Perché qui sta il punto che riguarda da vicino chi amministra: l’infiltrazione non bussa sempre con la violenza.
Può presentarsi con un’offerta vantaggiosa, una perizia compiacente, un’impresa che vince a condizioni anomale, una filiera di subappalti poco leggibile, una società appena costituita ma improvvisamente competitiva, un flusso finanziario che si muove dove non dovrebbe. È un meccanismo silenzioso, che non fa rumore come uno sparo ma inquina i mercati, distorce la concorrenza e penalizza gli imprenditori onesti. E non è un’ipotesi remota. Secondo le rilevazioni disponibili sugli scioglimenti degli enti locali per condizionamento mafioso, dal 1991 sono stati adottati oltre quattrocento provvedimenti di scioglimento, che hanno riguardato quasi trecento amministrazioni distinte, alcune delle quali colpite più volte.
L’amministratore informato, insieme ai dirigenti, ai responsabili del procedimento, ai segretari comunali, ai responsabili anticorruzione, ai revisori e agli organi di controllo, è una delle prime sentinelle in grado di cogliere quei segnali prima che diventino sentenze.
Anticipare, non inseguire
C’è un filo che lega queste considerazioni e il Rapporto UIF. È la consapevolezza che il modello italiano — riconosciuto come un punto di forza anche dal GAFI (Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale) conclusasi all’inizio del 2026 — deve una parte essenziale della sua efficacia alla capacità di aggredire il vincolo associativo prima ancora del compimento dei reati-fine.
È l’eredità dell’articolo 416-bis del Codice penale: uno strumento che consente di intervenire sul vincolo associativo prima ancora che i singoli reati-fine vengano consumati. Ma è anche un patrimonio che fatica a essere recepito dagli ordinamenti stranieri. Da qui la necessità, su cui al convegno tutti i relatori hanno convenuto, di armonizzare le legislazioni europee sul versante associativo. Di fronte a un network criminale globale, l’Europa non può permettersi di parlare lingue giuridiche troppo diverse. Perché proprio nei vuoti normativi, nelle asimmetrie tra ordinamenti e nelle aree di minore presidio giuridico si incunea il crimine organizzato, scegliendo i territori, i mercati e le giurisdizioni dove il contrasto è più debole o più frammentato.
La repressione resta indispensabile. Ma la partita decisiva si gioca sempre prima: nella prevenzione, nella formazione e nella cooperazione. Troppo spesso lo Stato interviene soltanto a valle, quando il danno è fatto, affidando tutto alla magistratura, alle prefetture e alle forze di polizia. Eppure i margini di intervento a monte sono ampi, e appartengono in larga parte a chi governa i territori: riconoscere un alert in una gara d’appalto, formare i dipendenti pubblici a leggere le anomalie, portare l’educazione alla legalità nelle scuole, segnalare invece di tacere, valorizzare i dati già disponibili, mettere a sistema le informazioni invece di lasciarle disperse.
È lì che si passa dall’inseguire all’anticipare. E non è solo la UIF a indicarlo. Anche la Relazione annuale 2025 dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) muove nella stessa direzione, affiancando alla vigilanza tradizionale un approccio predittivo, capace di intercettare preventivamente anomalie e tentativi di infiltrazione criminale lungo l’intero ciclo di vita degli appalti pubblici. Anche ANAC, peraltro, fissa lo stesso principio che attraversa tutto questo ragionamento: l’intelligenza artificiale non sostituisce il dato, così come non sostituisce il giudizio di chi quel dato deve interpretarlo.
Due autorità diverse. Due relazioni. La stessa conclusione. Contro le mafie globali non basta aumentare la capacità di reazione. Occorre costruire prima la capacità di lettura: nei dati, negli appalti, nei flussi finanziari, nei segnali che arrivano dai territori, nei linguaggi digitali che intercettano i giovani.
Il punto, in fondo, è il tempo. Lo Stato di diritto si muove dentro regole, garanzie, competenze, procedure e giurisdizioni. È la sua forza, ma anche il suo limite operativo. La criminalità organizzata, al contrario, non conosce questi vincoli: decide, si adatta, occupa spazi, sposta capitali, cambia rotte e linguaggi con una rapidità che le istituzioni democratiche non possono e non devono imitare.
Questo squilibrio non può essere colmato comprimendo le garanzie o inseguendo la criminalità sul suo stesso terreno. Può essere ridotto solo anticipando. E anticipare significa costruire prima le condizioni culturali, professionali e istituzionali che rendano più difficile alla criminalità trovare varchi. La prevenzione, allora, non è un settore accessorio della repressione. È il modo con cui lo Stato lavora sul fattore tempo senza rinunciare allo Stato di diritto. Formare un amministratore a riconoscere un’anomalia, educare un giovane a smascherare il fascino criminale, abituare un professionista a leggere un’operazione sospetta, mettere in relazione dati e istituzioni prima che il danno si compia: tutto questo significa sottrarre spazio e velocità all’iniziativa criminale.
La cultura civica, in questa prospettiva, non è un complemento morale della repressione. È una infrastruttura di sicurezza. Dove una comunità è più consapevole, la criminalità trova meno silenzio, meno complicità, meno indifferenza e meno occasioni per mimetizzarsi. È lì che ogni cittadino diventa coprotagonista del contrasto alle mafie: non perché debba sostituirsi allo Stato, ma perché contribuisce a rendere il territorio meno disponibile alla penetrazione criminale.
È qui che si misura davvero il passaggio dall’inseguire all’anticipare: non nella pretesa impossibile di rendere lo Stato veloce come il crimine, ma nella capacità di rendere il terreno sociale, amministrativo, economico e culturale meno fertile per la sua azione. Anche lo strumento più avanzato serve a poco se prima non costruiamo le persone capaci di guidarlo. E anche la norma migliore resta fragile se non è sorretta da cultura, responsabilità e cooperazione.
*Colonnello dell’Arma dei Carabinieri con una lunga esperienza investigativa e di analisi nel contrasto alla criminalità organizzata e alla criminalità transnazionale, prima nel ROS e poi nella DIA, di cui ha diretto l’articolazione del Triveneto. Si è quindi poi specializzato nelle relazioni investigative internazionali e nelle attività di cooperazione internazionale di polizia, quale Direttore dell’omonima divisione della DIA. Ha sviluppato competenze in materia di indagini patrimoniali, analisi criminale, relazioni internazionali, sicurezza e modelli di prevenzione delle infiltrazioni criminali nell’economia legale, oltre che nel contrasto al terrorismo interno e confessionale. Ha firmato l’introduzione al saggio I Malacarni. Come la mafia è diventata globale di Paola La Salvia (Gambini Editore, 2025).
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