Venerdì 6 giugno in occasione del webinar “Beni confiscati: dall’assegnazione alla destinazione. Il ruolo degli enti locali”, durante il quale è stato presentato il Vademecum realizzato dall’Osservatorio Parlamentare di Avviso Pubblico, è intervenuta Maria Rosaria Laganà, Direttrice Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Si riporta il suo intervento che offre spunti di approfondimento e indicazioni necessarie per consentire alle amministrazioni di gestire le procedure previste nella maniera più rapida e proficua per la collettività.
Esprimo veramente complimenti ad Avviso pubblico per l’iniziativa del Vademecum, perché, posto che ciascuno di noi sia competente per un pezzo dell’attività che riguarda la destinazione dei beni, il recupero, e quindi la restituzione alla collettività dei beni confiscati, è chiaro che però conoscere il contesto giuridico, ma anche di fatto, in cui la propria attività si inserisce, ci consente di svolgerla meglio.
Condivido assolutamente, è questo anche un impegno dell’agenzia che io da settembre dirigo, la necessità di accorciare il più possibile i tempi di destinazione, non soltanto perché i beni confiscati possono costituire una risorsa importante per gli enti territoriali o comunque per la pubblica amministrazione, per affrontare situazioni di difficoltà, per dare delle risposte a situazioni di fragilità, anche per creare delle forme di inclusione sociale, ma perché il messaggio sotteso, cioè la restituzione a una collettività che è stata privata di opportunità di sviluppo e anche di ricchezze da organizzazioni criminali, è efficace nella misura in cui questi beni vengano velocemente ed efficacemente rimessi a disposizione di quel contesto.
Superare l’ostacolo dei beni non destinabili
Da questo punto di vista, se io dovessi indicare quali possono essere gli elementi di criticità su cui noi dobbiamo lavorare come agenzia, partirei dal fatto che abbiamo in gestione un bacino di beni ancora importanti non destinabili: 18 mila e oltre beni ancora caratterizzati da criticità o di carattere giuridico, quindi evidentemente beni che ad esempio per i quali occorre trovare delle risorse perché hanno per esempio dei crediti da soddisfare, piuttosto che beni che hanno delle criticità di carattere strutturale, possono essere beni abusivi, beni non indivisi, beni occupati.
Si tratta di una casistica importante di beni che non sono ancora destinabili, sui quali cerchiamo di lavorare, non a caso anche realizzando delle collaborazioni, perché il lavoro dell’agenzia è fatto anche di relazioni con altri enti che possono aiutarci a risolvere quelle problematiche.
Il supporto ai comuni per la gestione dei beni
Abbiamo, però, anche un importante numero di beni che, benché destinabili e anzi messi a disposizione dei possibili destinatari, in base a quello che l‘articolo 48 prevede, non vengono opzionati, cioè non sono attrattivi. Il patrimonio confiscato non è equamente distribuito su tutta Italia nazionale, a fronte di 8 mila comuni che sono in Italia, quelli che presentano sul loro territorio beni confiscati sono un numero molto contenuto, ma soprattutto ci sono delle differenze per cui può capitare che in un piccolo comune ci siano tantissimi beni.
Per amministrazioni che hanno delle difficoltà, non soltanto di carattere economico-finanziario, ma anche di struttura, di capacità di realizzare progetti e quant’altro, chiaramente prendersi un bene e quindi impegnarsi anche nella rifunzionalizzazione del bene può essere una sfida che a volte i comuni non riescono, in qualche modo non sentono di accettare.
Da qui l’importanza di implementare l’attività di accompagnamento, di supporto agli enti territoriali: lo fanno già sempre più regioni, attraverso importanti interventi di carattere finanziario, perché è uno dei grandi problemi. Ci sono beni che sono stati comunque destinati, quindi accettati dagli enti territoriali, ma che poi non sono efficacemente utilizzati, perché magari non si è riuscita a realizzare la progettualità immaginata.
L’importanza dei soggetti intermedi
È assolutamente evidente, quindi, la necessità di supportare gli enti territoriali: sono diverse le regioni, che, anche attraverso delle convenzioni con l’agenzia, stanno mettendo importanti risorse a disposizione degli enti territoriali, questo fa già in qualche modo intravedere un percorso nuovo. Credo sia anche importante l’intervento di soggetti intermedi che possano facilitare la realizzazione di progettualità, in qualche modo sensibilizzando, ma al tempo stesso assicurando, rassicurando gli enti territoriali, semplicemente quelli più piccoli, i quali magari pensano di poter contare eventualmente anche nella individuazione poi di soggetti a cui affidare questi beni, in progetti che possono avere non soltanto un ritorno positivo, ma poi effettivamente anche una prospettiva di media o di lunga durata.
Faccio un esempio tipico: tra i tanti beni che noi abbiamo, una percentuale di beni immobili importante è quella dei terreni, per cui spesso si innesca il problema se sono particelle, perché noi purtroppo dobbiamo indicare come particelle, perché siamo legati a come questi beni vengono indicati nei provvedimenti di sequestro e poi di confisca.
Ci sono dei contesti territoriali in cui dei terreni di dimensioni importanti, che potrebbero veramente costituire anche per i giovani del posto un’opportunità di lavoro in prospettiva, però sono in contesti non completamente affrancati dalla presenza di persone malavitose, comunque anche con difficoltà derivanti dalle caratteristiche del territorio, dal clima, tanto che immaginare che un’associazione locale da sola possa magari affrontare la sfida di una rifunzionalizzazione con dei risultati che consentano poi di vivere in quel luogo, può spaventare.
Contiamo molto, su quello che può essere l’apporto, per esempio, del mondo della cooperazione, creando anche delle filiere, che quindi partano dal paese piccolo in cui c’è quel territorio, ma che possano poi estendersi anche in regioni in cui i prodotti di quel territorio possono essere trasformati. C’è molto da lavorare su questo, ma siamo abbastanza fiduciosi.
Piattaforma e bandi aperti
La piattaforma che è stata attivata alla fine dell’anno scorso rappresenta anch’essa uno strumento che va in questa direzione: l’intento è quello di ridurre i tempi della destinazione e soprattutto raggiungere un numero di possibili destinatari sempre maggiore. È un risultato necessario e positivo di quella che è stata la modifica introdotta al codice antimafia nel 2017, vista la possibilità che il bene venga assegnato direttamente dentro il terzo settore.
E chiaramente si è provveduto con alcuni bandi che l’agenzia tra il 2020 e il 2023 ha emesso, ma che però hanno avuto un esito diverso da quello previsto, rispetto alla fatica fatta, all’attività che si sono dovute introdurre per individuare poi i soggetti e anche per alcune difficoltà legate alle caratteristiche dei beni, tanto che si è capito che quella del bando fosse una complessità non replicabile.
La piattaforma e il bando aperto consentono proprio questo, cioè di far conoscere un numero di soggetti che è sempre più importante. Ad oggi sono accreditati in centinaia tra enti istituzionali, enti territoriali piuttosto che amministrazioni statali, enti del terzo settore, a prendere immediatamente visione dei beni che si possono opzionare. Nel momento in cui un bene è destinabile, parte un alert, quindi viene garantita la massima trasparenza.
C’è anche la possibilità di realizzare meglio delle forme di coprogettazione e anche di co programmazione e di immaginare delle collaborazioni che tra l’altro sono auspicabili con il coinvolgimento dell’ente territoriale, perché riteniamo sia evidente che comunque anche l’associazione, l’ente del terzo settore, nel momento in cui offre delle risposte a quello che può essere un bisogno che in quel territorio si manifesta, non lo faccia sganciato dell’ente territoriale.
La coprogettazione per noi è un valore aggiunto, non è necessario, ma è auspicabile, quindi tra pubblico e privato. Vogliamo cercare di capire se effettivamente questo strumento, che comunque è servito per responsabilizzare molto anche il terzo settore, avrà questo esito positivo che noi speriamo anche di invogliare, di incoraggiare i soggetti a mettersi in gioco. È stata fatta una scelta: l’Agenzia ha deciso di limitare la possibilità dell’assegnazione diretta ai soggetti del terzo settore che sono iscritti nel RUNS (registro unico nazionale sequestri).
È una scelta che magari durerà, potrà essere modificata, ma è chiaro, e abbiamo anche risposto in questo senso a dei quesiti che i comuni ci hanno fatto, che questo non vale per gli enti territoriali. Un ente, nel momento in cui fa il bando per i beni che sono destinati, ovviamente non ha questa necessità. Tornando al Vademecum, in tal senso mi ha colpito favorevolmente il capitolo quinto, nella parte che è destinata proprio a dare informazioni a quelli che sono gli enti territoriali o comunque i soggetti che possono utilizzare i beni.
La condivisione delle informazioni
Noi abbiamo messo un link, l’Agenzia Informa. Credo che sia forse importante, si potrebbe immaginare, anche creare delle sinergie in tema di comunicazione tra tutti i soggetti che sono coinvolti in questa materia sui rispettivi siti. Ci potrebbe essere uno scambio di informazioni proprio per allargare la portata, per connettere le varie informazioni, ma anche per renderle più efficaci. Da questo punto di vista devo dire che siamo anche grati a Libera per l’attività fatta per quanto riguarda i famosi rimandati, che non a caso sono rimandati, nel senso che si può far meglio, come si suol dire, perché è vero che noi abbiamo un’attività di monitoraggio sull’utilizzo post-destinazione dei beni, però è chiaro che tra tutte le cose che riusciamo a fare, non riusciamo a fare tutto benissimo.
Il fatto di aver sollecitato i comuni, perché spesso non vengono utilizzati, ma a volte non vengono in realtà ben comunicati, e anche la pubblicizzazione di quelli che sono i beni nei territori, è importante. Quindi il fatto di aver in un paio d’anni quasi raddoppiato la percentuale degli enti che hanno risposto a questa richiesta di informazione da parte di Libera, in qualche modo va a completare quel lavoro di monitoraggio che noi facciamo e di sensibilizzazione attraverso i supporti delle prefetture.
Per quanto riguarda ancora i dati, ci tengo a dire che ovviamente la Piattaforma Unica Destinazioni (PUD) si riferisce ai beni destinabili, quindi quelli che possono essere opzionati. Rimane poi la banca dati più ampia, che è quella che riguarda invece tutti i beni che sono in gestione, che contiene volutamente dati meno particolareggiati, perché finché un bene non può essere destinato, c’è anche il pericolo che venga vandalizzato, che venga in qualche modo fatto oggetto di aggressioni, perché da parte di chi magari quel bene l’ha avuto sottratto, e quindi mentre sulla PUD ci sono già degli elementi in più per poter capire se è un bene di interesse e per poter immaginare un utilizzo.
La procedura di accreditamento sulla PUD è abbastanza semplice, come sapete, c’è una tempistica che vedremo se poi dovrà essere modificata o meno, ma che è finalizzata a far sì che tutti i soggetti, tutti gli interlocutori possano prendere consapevolezza dell’essenza di quel bene, e ovviamente poi i tempi si allungano per gli enti, perché ovviamente, una volta che il bene viene individuato e viene eventualmente destinato, si ipotizza la destinazione a quel soggetto, il soggetto deve presentare un progetto.
Per una gestione attenta ed efficace dall’assegnazione provvisoria a definitiva
Il punto di forza che noi pensiamo questa piattaforma possa avere è quello della massima trasparenza e anche della rapidità: speriamo di poterlo poi verificare nel tempo di assegnazione di questo bene. Sottolineo e auspico nell’efficacia dell’assegnazione provvisoria, quanto contenuto anche nella famosa direttiva citata, la 1260/2024, che mira all’anticipazione nell’assegnazione: è sicuramente un risultato auspicabile e che viene anche di fatto perseguito in maniera ormai pacifica per quanto riguarda i beni immobili.
Si procede con più cautela per i beni immobili anche perché purtroppo negli ultimi tempi si è assistito in realtà anche rispetto a beni già da tempo destinati, quindi già da beni confiscati in via definitiva da tempo, al fenomeno delle famose revocazioni, cioè di fatti che intervengono e che quindi rischiano di compromettere anche con danni di carattere economico rispetto a quelli che sono gli investimenti, ad esempio le attività che un ente ha fatto su un bene che poi in qualche modo deve essere restituito all’avente diritto non più soggetto alla misura di prevenzione patrimoniale.
L’assegnazione provvisoria è sempre un fatto positivo perché si evita che il bene venga sia a malori, si cerca di mantenere la redditività, però occorre muoversi con cautela per evitare che poi sopraggiungano degli elementi di difficoltà che si manifestano successivamente, trasformando una progettualità importante, messa in campo magari anche con l’impiego di risorse finanziarie, in un boomerang.
Sull’assegnazione provvisoria l’agenzia sta molto lavorando per implementare quell’attività di ausilio al giudice perché ovviamente si fa riferimento, l’assegnazione provvisoria vuol dire che il bene non è in confisca definitiva e quindi non si può ancora immaginare una destinazione definitiva. Lavorare in ausilio al giudice col coinvolgimento del terzo settore vuol dire sostanzialmente immaginare già nella fase di preconfisca non soltanto di conoscere meglio il bene, ma immaginare già di garantire una certa trasparenza a quella che può essere un’assegnazione ma soprattutto immaginare una progettualità che, se poi tutto va bene veramente, si traduce in una conferma di quanto è stato fatto.
Quindi stiamo cercando di affinare anche questo passaggio proprio perché crediamo nello strumento dell’assegnazione provvisoria però bisogna in qualche modo anche prevenire alcuni aspetti negativi che sono correlati al meccanismo stesso.
Una sfida collettiva e complessiva per garantire futuro, bellezza e dignità
In conclusione, ribadisco che il mondo dei beni confiscati sia molto complesso: affascinante, ma complesso. Da soli non dico che si faccia poco o che non si vada da nessuna parte, ma si va molto lenti quindi credo che ognuno di noi abbia qualcosa di positivo da portare in questa complessa attività e in queste complesse procedure: reciprocamente potremo affinare gli strumenti che già ci sono, d’altro canto le modifiche apportate negli anni al codice antimafia e anche gli strumenti di cui ciascuno si è dotato per meglio lavorare, sono il frutto di queste interrelazioni che nel tempo si sono realizzate.
Penso alla sfida delle aziende perché quello delle aziende nel mondo dei beni confiscati è un mondo a sé: presentano delle criticità per cui soltanto il 5% purtroppo delle aziende che arrivano in confisca poi in realtà rimangono sul mercato. In parte si sa che molte sono aziende e società drogate che lavorano chiaramente non rispettando le norme, però su questo 5%, specialmente nell’anno dei lavoratori dobbiamo investire.
Qui credo che l’apporto della cooperazione insomma del mondo delle cooperative sia fondamentale per due aspetti: quello più tradizionale cioè favorire la creazione delle cooperative di lavoratori che possano prendere in gestione l’azienda, questo strumento viene molto simpatizzato ma non tutti si rendono conto di quanto sia difficile trasformare i lavoratori in imprenditori di se stessi.
Al netto degli accertamenti che devono essere fatti in termini di antimafia, non contiguità, crediamo che avere una cooperativa che nasce con la guida e con il supporto delle associazioni di cooperativa della Lega Coop piuttosto che altre cooperative sia importante perché abbiamo la quasi certezza che veramente un progetto industriale, imprenditoriale ci sia e quindi che la cosa resista e poi è importante, condivido anch’io l’altra iniziativa, quello cioè di questi soggetti che acquistano magari appunto queste esperienze appunto di persone che riescono anche in qualche modo con l’aiuto sempre delle associazioni a rigenerare queste aziende e quindi a proseguire.
Accanirsi, drenando risorse in strutture che non riescono a stare in piedi, cosa che si è fatta in passato, è un errore. Mi permetto di dire che bisogna anche in qualche modo ormai affrancarsi dal famoso detto “ma lo Stato non la mafia garantiva il lavoro, adesso non lo garantisce”: non è vero, la vera narrazione è che la mafia non si sa se garantisse il lavoro, ammesso che poi pagasse veramente lo stipendio, ma lo faceva perché evadeva tutte le tasse, perché magari riciclava denaro, quindi, fare questo paragone è non solo improprio, ma anche ingeneroso.
Bisogna invece creare le condizioni perché in un territorio ripulito, riportato alla legalità anche economica ci sia spazio per nuove iniziative sane e che possono effettivamente garantire futuro, bellezza e dignità.
*Direttrice Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati.