STRAGE DI VIA D’AMELIO, NON STANCHIAMOCI DI CHIEDERE E CERCARE LA VERITÀ. CHI SA, PARLI

Trent’anni fa, a cinquantasette giorni dalla strage di Capaci, un’autobomba, uccideva a Palermo, in via d’Amelio, il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli ed Emanuela Loi.

Sono trascorsi trent’anni ma ancora non sappiamo la verità su una strage che sconvolse l’Italia e che non può essere circoscritta, come quella di Capaci, esclusivamente nel perimetro di azione della criminalità mafiosa.

Sappiamo che intorno alla strage di via d’Amelio – un eccidio annunciato – si è messo in atto il più grande depistaggio della storia della Repubblica, come hanno scritto gli inquirenti. Un depistaggio perpetrato, secondo quanto documentato a livello ufficiale, da servitori infedeli dello Stato.

La vita di sei persone e delle loro famiglie è stata distrutta per sempre in pochi secondi. Un’agenda rossa, dove il dottor Borsellino annotava con precisione e discrezione informazioni, considerazioni e circostanze importanti e delicate, è sparita e tuttora non si trova.

Quando era ancora in vita, dopo la strage di Capaci, il dottor Borsellino non fu mai ascoltato dai magistrati di Caltanissetta come lui stesso, anche pubblicamente, aveva chiesto. Nel frattempo, è notizia di pochi giorni fa che il processo contro tre poliziotti indagati per il depistaggio, va in prescrizione per due imputati e in assoluzione per uno.

Sono tante, troppe, le famiglie di vittime innocenti delle mafie che aspettano di conoscere la verità su cos’è accaduto ai loro congiunti. Quest’assenza di verità è una questione che riguarda tutti i cittadini italiani. È per questo che dobbiamo continuare a chiedere e a cercare la verità insieme ai familiari. A sollecitare chi sa, e non ha ancora parlato, a farlo. Soprattutto dall’interno degli apparati dello Stato.

La mafia non è stata ancora sconfitta, nonostante degli importanti successi siano stati oggettivamente ottenuti grazie alla professionalità e alla tenacia di alcuni investigatori e magistrati, e pagando un prezzo altissimo in termini di perdite di vite umane.

Restano da fare tante cose ancora. Tra queste, va certamente annoverata la cattura di Matteo Messina Denaro, da anni latitante e custode di delicati segreti. Tante ricchezze mafiose devono essere ancora confiscate e restituite rapidamente alla società. Per fare questo occorre salvaguardare il sistema delle misure di prevenzione vigente, potenziare e migliorare l’azione dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati.

La magistratura e le forze di polizia hanno bisogno di un rafforzamento in termini quantitativi e di un potenziamento nella strumentazione e nella formazione. La giustizia va riformata per consentirle concretamente di essere più rapida, efficiente e certa. Vanno incentivate le collaborazioni con la giustizia. Vanno sostenuti i testimoni di giustizia nonché i percorsi come quello denominato “Liberi di scegliere”.

Non vanno lasciati soli gli amministratori locali e i giornalisti che operano per garantire il bene comune e che denunciano l’illegalità. Da ultimo, serve una Commissione parlamentare antimafia che indaghi con serietà sulle stragi degli anni novanta. Accanto alla ricerca di una verità giudiziaria, serve un’autorevole lettura storico-politica di quanto accaduto in quegli anni nel contesto nazionale e internazionale.

La mafia non è solo criminalità così come, è bene ribadirlo, non è esclusivamente un problema di ordine pubblico che riguarda il Mezzogiorno. La mafia è una questione nazionale da oltre un secolo, in quanto essa è anche un soggetto politico, imprenditoriale e finanziario, in grado di condizionare lo Stato.

Avere consapevolezza di questo significa essere coscienti che la repressione è fondamentale, ma che essa deve essere accompagnata contemporaneamente da un’azione di prevenzione, che si costruisce lavorando quotidianamente nei territori e in rete, con le scuole, le università, le associazioni, gli enti locali. Garantendo a tutti un’istruzione di qualità, un lavoro dignitoso, e i diritti fondamentali di ogni essere umano. Solo così si sottrae quel consenso sociale che per le mafie è paragonabile all’acqua per i pesci.

In occasione del trentennale della strage di Via d’Amelio è importante ribadire che la memoria non può disgiungersi dall’impegno delle istituzioni, della politica e di ciascuno di noi per liberare l’Italia e l’Europa dalle mafie e dalla corruzione. Questo arduo ma necessario compito, non può essere delegato esclusivamente alla magistratura e alle forze di polizia. Serve una partecipazione civile che sia responsabile, competente e la più vasta possibile.

Forte di questa convinzione, Avviso Pubblico manifesta la propria vicinanza alla famiglia del giudice Borsellino, ai figli Fiammetta, Lucia e Manfredi, così come ai familiari degli agenti della Polizia di Stato che, pur consapevoli dei rischi che correvano, hanno continuato a svolgere il loro dovere di proteggere un servitore autorevole e credibile dello Stato altamente a rischio.

Nelle loro persone, così come nelle altre vittime innocenti di ogni forma di violenza, si trova il senso più alto e vero di quella fedeltà, disciplina e onore richiamati dalla nostra Costituzione.

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