Interviste Amministratori Sotto Tiro
Le storie di dieci Amministratori sotto tiro di ieri e di oggi. Dieci storie simboliche – dai casi più recenti a quelli più lontani nel tempo, in testo e in video – di donne e uomini lasciati troppo spesso soli di fronte alla brutalità criminale e alla violenza politica.
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L'intervista al Vice sindaco di Carmagnola, Alessandro Cammarata
Alessandro Cammarata, Vicesindaco di Carmagnola, con deleghe a lavori pubblici, cultura, istruzione e trasporti. Ha subito due attentati incendiari ai danni della sua auto e diversi atti intimidatori e minacce. Ad attaccare lui e la sua giunta, si sono mossi personaggi legati a cosche e clan della ’ndrangheta, imputati e condannati nell’ambito del processo Carminius che il 21 luglio 2023 ha confermato, con sentenza della Corte d’Appello di Torino, la presenza di un’organizzazione criminale di tipo mafioso nel territorio di Carmagnola.
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Carmagnola, salva ad un passo dalla presa delle mafie
Alessandro Cammarata, vicesindaco di Carmagnola con deleghe a lavori pubblici, cultura, istruzione e trasporti
L’8 giugno del 2017 la mia Renault Clio aveva solo 12 mila chilometri, ma si era già accesa una spia. C’erano i presupposti per ipotizzare avesse qualche problema meccanico, certo non così grave, da far scoppiare il motore. Eppure, quando prese fuoco nel parcheggio davanti al comune, pensai potesse essere effetto di un’auto combustione.
Ero da poco entrato nella giunta della mia città come assessore ai lavori pubblici, un ruolo che mi riempiva di orgoglio e di senso di responsabilità. Mi è dispiaciuto per la macchina, ma avevo altri pensieri e poco tempo per dedicarmi a quello che, anche i vigili del fuoco e la polizia locale, reputarono un incidente.
Credere nella casualità è stato quasi impossibile la mattina del 25 luglio del 2018, quando le fiamme hanno distrutto nuovamente la mia auto, dopo nemmeno 11 mesi dalla precedente. In quel periodo anche altri rappresentanti della giunta avevano assistito al rogo delle proprie vetture.
Avrei preferito continuare ad ipotizzare si trattasse di un guasto generalizzato, rivalermi con le concessionarie della provincia, invece di dover affrontare una realtà che mai avrei creduto: l’amministrazione di Carmagnola era sotto attacco della criminalità organizzata.
La traccia di un innesco trovata dai carabinieri vicino ai resti della mia auto ha costituito una sorta di firma.
Metodi e motivazioni non lasciavano spazio a dubbi: per me iniziò un percorso di collaborazione con magistratura e forze di polizia per capire e studiare al meglio come tutelare la mia famiglia e la nostra comunità.
Minacce e violenza in risposta al rifiuto di voler incontrare determinati personaggi e accondiscendere alle loro richieste e per indebolire la determinazione a portare avanti scelte politiche contrarie ai loro interessi.
La sentenza d’appello del processo Carminius[1] ha confermato che tutto è nato dalla mia decisione di non voler nemmeno parlare con persone che cercavano di influenzare gli appalti pubblici. La Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva a 13 anni e sei mesi di reclusione Antonino Buono, considerato ‘il re dei videopoker’ di Carmagnola, ma ha rimandato in appello il reato di associazione mafiosa.
A me quello che ho fatto mi era sembrato assolutamente un comportamento normale nel mio ruolo: non avrei mai agito fuori dai canali istituzionali per discutere di lavori finanziati con i soldi dei cittadini.
A qualcuno il mio modo di ricoprire le funzioni assegnate è apparso, invece, inopportuno e scortese, tanto da farmelo presente con lettere anonime contenenti messaggi poco rispettosi nei miei confronti.
Sono onesto, tra le tante questioni di cui avevo deciso mi sarei occupato per il mio comune non avrei mai pensato di dover intraprendere una battaglia personale e politica, insieme all’amministrazione, contro ‘ndrangheta e cosa nostra.
Qui, a Carmagnola, dove ci conosciamo quasi tutti e teniamo alle nostre tradizioni e bellezze. Tra le mura di una città che esiste dal medioevo, sono riusciti a filtrare gli interessi di chi vuole solo sfruttarne le potenzialità economiche, attratto forse proprio dalla ricchezza serena del nostro contesto.
Non sono un ingenuo, anzi ho deciso di fare politica proprio per tutelare la nostra storia e il nostro futuro dalle minacce di chi pensa solo a scopi egoistici senza badare ai diritti degli altri, ma non credevo di trovare lungo il mio cammino figure già note alle forze di polizia e alla magistratura per la loro appartenenza mafiosa.
Bombe a mano contro i negozi, fori di proiettile alle vetrine, denti rotti ai clienti di un mobilificio per non aver pagato dei debiti: avevo letto le cronache e mi inquietava quanto stava accadendo, notizie lontane dal racconto della quotidianità pacifica della nostra capitale italiana dei peperoni.
L’idea che fosse tutto riconducibile ad un connubio di ’ndrangheta e cosa nostra che si era creato nel nostro comune, così come provato dalle indagini congiunte della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, è stato un colpo durissimo per la maggior parte dei cittadini onesti che vive qui.
Arone, Defina e Buono, i cognomi degli indagati, legati a cosche e clan ben noti nei territori di origine, ad un passo da rendere stabile il proprio controllo su Carmagnola.
Non avevano calcolato che non tutti avrebbero ceduto all’attrattiva dei loro soldi e alla paura delle loro minacce. Con la Giunta abbiamo deciso di rispondere e resistere, costituendoci parte civile, collaborando con la giustizia e proseguendo nel nostro lavoro, senza modificare il programma delle priorità stabilite.
Io ho lavorato a scuola per 30 anni, nella parte amministrativa: credo che essere un impiegato dello Stato, voglia dire anche avere il senso del dovere verso lo Stato e verso i propri concittadini.
Ho giurato due volte davanti alla Costituzione. Non è stata una formalità, convinto che non avrei derogato agli impegni presi, in primis con gli elettori, per far rispettare nel nostro territorio i diritti e i doveri scritti nella nostra carta costituzionale.
In particolare, sin dalla campagna elettorale ho chiarito che avrei lavorato affinché a Carmagnola si applicasse una regolamentazione ferrea del gioco d’azzardo.
Le indagini hanno provato che tra le attività del gruppo criminale c’erano anche le slot-machine, installate in vari locali e collegate a un server negli Usa, anziché con i Monopoli. I soldi sottratti allo Stato venivano reinvestiti in attività commerciali. Come due autosaloni finiti sotto sequestro. Le stesse «macchinette» servivano a riciclare i soldi della droga, che arrivava a Carmagnola dalla Calabria nei camion della frutta.
Con il mio partito c’eravamo impegnati per difendere la normativa regionale[2] che prevedeva una restrizione di orari e luoghi per le sale da gioco, con uno sguardo attento soprattutto alle distanze dai punti sensibili, in particolare dalle scuole.
Personalmente ho dimostrato anche platealmente la mia volontà di oppormi alla modifica della legge regionale, prendendo parte al flash mob insieme ai ragazzi di Gioventù Nazionale. È una sfida culturale e sociale in cui credo. Ora con ancor maggiore convinzione perché ho la conferma di come anche il gioco d’azzardo rappresenti un settore di interesse per le mafie.
Di certo non l’unico che avevano trovato e stavano perseguendo per inquinare il tessuto economico del nostro territorio.
I quindici che sono finiti in cella sono stati indagati e condannati per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata alla produzione e al traffico internazionale di droga e al trasferimento fraudolento di valori, ma anche per estorsione. Pratica che gestivano con il metodo classico delle intimidazioni, spesso senza badare alla violenza per sottomettere chi volesse resistere alle richieste. Due bombe a mano lanciate contro gli autosaloni o colpi di pistola alle saracinesche delle sale giochi e gioiellerie che non pagavano il «pizzo»: 500 euro al mese.
Gioco d’azzardo, controllo e gestione di una parte delle attività economiche, mancava loro un ulteriore passo per stringere ancora più forte il cappio sulla libertà del nostro comune: miravano a inserirsi nell’amministrazione, puntando ad acquisire appalti per lavori pubblici grazie ai quali poter continuare a riciclare denaro proveniente dalle loro attività illecite.
Bastava che io li incontrassi: aprissi la porta del mio ufficio per parlare con loro o con qualcuno dei loro rappresentanti e il gioco era fatto.
La porta della mia stanza nel palazzo del comune per loro è rimasta sbarrata. Era ed è aperta solo per le esigenze dei cittadini.
Allora fuoco, fiamme, violenza senza fermarsi nemmeno davanti alla presenza degli agenti di sorveglianza che mi sono stati assegnati dopo il secondo attentato alla mia auto. Proprio a seguito del chiaro segnale che mi avevano inviato, sono stato letteralmente portato negli uffici della direzione investigativa antimafia di Torino per raccontare ai pubblici ministeri cosa mi stesse accadendo. In quella occasione mi informarono delle indagini già in corso. Fui rincuorato nel sapere che si stavano muovendo anche altre istituzioni dello Stato per proteggere la nostra piccola, preziosa città.
A me hanno assegnato un servizio di tutela: la scorta che mi ha accompagnato per cinque anni. Durante tutto il periodo nel quale sono proseguiti i lavori di magistratura e forze di polizia per arrivare all’arresto, il 19 marzo del 2019[3] e alla condanna, il 10 giugno del 2022 dei criminali, che volevano prendersi Carmagnola.
“Come Amministrazione avevamo deciso di costituirci parte civile a tutela del danno di immagine. Il nostro obiettivo era quello di proteggere il nome e la reputazione della nostra città e di tutti i concittadini onesti”. Il nostro sindaco, Ivana Gaveglio ha espresso il sentire di noi tutti quando il Tribunale di Asti nella sentenza di primo grado ha riconosciuto un risarcimento di 250 mila euro al nostro Comune.
Il 21 marzo 2023 il Giudice per le indagini preliminari di Asti ha disposto anche l’archiviazione del procedimento a mio carico per presunta turbativa d’asta.
Non riuscendo a corrompermi hanno tentato di dimostrare che fossi comunque un corrotto e disonesto. Lettere anonime spedite a me e ai giornali, qualcuno le ha anche pubblicate, con le quali si cercava di screditarmi.
Una di queste ha portato a un’indagine nei miei confronti. Non ero preoccupato perché sapevo di essere innocente, ma non sereno, perché sono finito in un tritacarne mediatico che mi ha tolto il sonno. “Il paladino dell’antimafia di Carmagnola al quale gli arriva l’avviso di garanzia, è come tutti gli altri.” Mi ricordo una mattina in particolare che avrei voluto filmare: io ero sotto scorta degli agenti della Baschi verdi della Finanza, quando quattro agenti della Guardia di Finanza sono venuti in comune con un decreto di perquisizione per un reato che avrei dovuto commettere tre anni prima. Sono arrivati e, visti i colleghi della scorta, anche loro hanno chiesto: “Ma cosa sta succedendo?” Nel paradosso, non ho esitato a collaborare: ho sempre avuto fiducia nella magistratura e continuerò ad averne. Tutto, infatti è andato nel migliore dei modi: le indagini sono state archiviate[4]. Nelle motivazioni si legge chiaro che si trattasse dell’ennesimo tentativo di screditare una persona che stava collaborando come testimone e si era costituita parte civile.
Ci hanno provato in tutti i modi, ma non ho ceduto.
Da quello che ho vissuto ho tratto una lezione fondamentale: ho capito la loro strategia e intuito il rischio che abbiamo corso, sia io, sia l’amministrazione, se avessimo ceduto in uno solo dei passaggi, dall’intimidazione, all’omertà, alla connivenza.
Abbiamo reagito, abbiamo lanciato netto il messaggio, sia a loro, sia alla comunità che si può combattere questo metodo criminale mafioso e siamo andati avanti.
La cittadinanza c’è stata vicino, ma non sono mancati momenti di solitudine in questo lungo periodo. Ho temuto che la gente, da un’iniziale appoggio e plauso al nostro impegno, subito dopo gli arresti con l’inizio del processo, potesse poi dimenticare. Ho rischiato anche di passare per quello che si era fissato: “Basta, parliamo di altro, Carmagnola non è solo questo.” L’ho sentito dire, anche tra chi fa politica, per questo credo che si debba sempre tenere alta l’attenzione a livello nazionale. Ho avuto l’appoggio di molti colleghi e rappresentanti di partito anche a livello parlamentare; ho potuto contare da subito sul supporto delle associazioni già attive nella difesa della legalità come Avviso Pubblico e Libera, ma la politica nazionale non deve abbassare la guardia, anzi deve sostenere il più possibile chi opera nei territori per prevenire e contrastare le infiltrazioni mafiose.
A Carmagnola bisogna parlare anche di altro, certo, ma non bisogna scordarsi che questo è un territorio in cui le associazioni criminali si sono infiltrate, si sono insediate, hanno le loro radici e ci sono ancora. La dimostrazione è l’operazione Factotum[5], che due mesi fa ha visto l’arresto di altri personaggi di Carmagnola e di comuni di Torino Sud che sono stati arrestati per reati legati alla criminalità organizzata.
I cittadini di Carmagnola sanno da che parte sta l’amministrazione e lo hanno capito anche coloro che volevano farci cambiare direzione.
È una strada che non può e non deve perdersi.
In questi anni non ho avuto dei tentennamenti, sono convinto che la cittadinanza nelle elezioni del 2021 abbiano voluto premiare questa mia coerenza con un successo di preferenze enorme. Ho considerato questi voti il risultato non solo del mio lavoro da amministratore, ma soprattutto dell’impegno e della determinazione mostrati nel percorso che mi ha visto, al fianco dell’amministrazione e della città, pronti a salvarla ad un passo dalla conquista da parte delle mafie.
Il risultato più importante è che non mi pento di quello che ho fatto, grazie alla mia famiglia, all’amore per la politica e per Carmagnola.
[1] Processo, nato da due operazioni contro la ‘ndrangheta condotte dalla DDA di Torino denominate “Fenice” e “Carminius”, iniziato nel 2019 è arrivato a sentenza di primo grado, pronunciata dal Tribunale di Asti, il 10 giugno del 2022, confermata il 21 luglio del 2023 dalla Corte d’Appello di Torino: 16 condanne, per un totale di oltre 139 anni di reclusione, il riconoscimento della presenza di un’organizzazione criminale di tipo mafioso nel territorio di Carmagnola e il risarcimento per le parti civili.
[2] Legge 9/2016 della Regione Piemonte di contrasto al gioco patologico abrogata dalla Legge regionale 19/2021
[3] un’operazione congiunta dei carabinieri del Ros e del Gico della Guardia di Finanza
[4] Il 20 marzo del 2023 Giudice per le indagini preliminari di Asti ha disposto la chiusura delle indagini con l’archiviazione del procedimento
[5] Operazione portata a termine dalla Guardia di Finanza di Torino il 24 settembre 2024 con l’arresto di sei persone indiziate di associazione mafiosa, ricettazione, estorsione aggravata dal metodo mafioso nonché detenzione illegale di armi: le attività criminali sarebbero state portate avanti nell’area della provincia torinese, in particolare a Carmagnola e dintorni.
L'intervista alla già Sindaca di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole
Carolina Girasole, Ex sindaca di Isola Capo Rizzuto. Dal 2008 al 2013 insieme alla Giunta si è impegnata, con i mezzi propri dell’amministrazione, contro le presenze e gli interessi della ’ndrangheta in città. Con la prima delibera approvata ha stabilito la costituzione di parte civile del Comune in tutti i processi di mafia; ha portato avanti azioni concrete per la difesa del territorio contro l’abusivismo edilizio; si è battuta per la gestione trasparente dei beni confiscati. La risposta della ’ndrangheta si è articolata in minacce, attentati incendiari e manovre di diffamazione. Non eletta per il secondo mandato, Carolina Girasole prosegue nel suo impegno per sostenere i comitati giovanili, attivi nella politica territoriale.
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Per scelta e non per rassegnazione
Carolina Girasole, ex sindaca di Isola Capo Rizzuto
“Sì, è qui che vogliamo vivere.”
Nello slogan che avevamo scelto per la campagna elettorale del 2008 avevamo sintetizzato passato, presente e futuro del nostro comune.
Se penso oggi a quella che è stata la mia esperienza amministrativa come sindaca di Isola Capo Rizzuto, conclusa ormai più di dieci anni fa, rintraccio in quei sei vocaboli il senso del nostro percorso politico e della mia personale scelta di candidarmi, messo a dura prova da quanto accaduto nel corso del tempo, tra soddisfazioni, delusioni e resistenza.
Risposi sì alla richiesta di occuparmi direttamente del nostro paese per costruire le possibilità per i cittadini e le cittadine, a partire dalle mie figlie, di restare ad Isola Capo Rizzuto per scelta consapevole, non per rassegnazione.
L’obiettivo di cambiare la prospettiva della storia del nostro paese mi ha guidato sin dal giorno che mi sono fatta convincere, non senza tentennamenti, ad accettare la candidatura.
Era alla fine del 2007, stavo accompagnando mia figlia a scuola: un amico, un esponente dei Verdi, mi fermò e prima di arrivare alla proposta diretta mi fece rapidamente un quadro della situazione: “Sai, le prossime elezioni, quelle di aprile 2008, saranno importanti, perché c’è stato lo scioglimento del Consiglio Comunale nel 2003, tre anni di commissione straordinaria, poi un’amministrazione guidata da un giovane sindaco che però è andato a casa velocemente, di nuovo un’altra fase commissariale. Finalmente si torna al voto e si deve segnare la discontinuità con il passato.”
Si fermò, mi guardò negli occhi e gelò: “Noi ci stiamo organizzando, vogliamo unire il paese: abbiamo pensato che tu potresti essere la nostra sindaca.”
Mi sono spaventata, ho lasciato mia figlia a scuola e sono scappata via. Hanno continuato a cercarmi, a chiedermelo ed io a rifiutare. Avevo un laboratorio di analisi in un paese vicino, una vita familiare già abbastanza complicata per la distanza con l’attività lavorativa, e poi conoscevo bene in quali condizioni complesse si trovasse il comune. Non si sono arresi a chiedere, alla fine ho ceduto ed accettato. Insieme a mio marito abbiamo capito fosse arrivato il momento di non farci da parte, di non tirarci indietro: dovevamo occuparci direttamente del nostro paese. Abbiamo affrontato una campagna elettorale entusiasmante perché in effetti quelle elezioni rappresentavano la svolta, il cambiamento che tutti, in qualche modo desideravano. Eravamo quattro candidati a sindaci: tre uomini ed io, donna.
Il nostro messaggio era chiaro: abbiamo promesso alla cittadinanza di amministrare con legalità e trasparenza, ma soprattutto di non lasciarci intimidire rispetto alle pressioni che eravamo sicuri sarebbero arrivate. Gli interessi della comunità dovevano prevalere rispetto a quelli dei privati.
Ci hanno dato fiducia, abbiamo vinto le elezioni e iniziato subito a lavorare. Sapevamo di andare ad amministrare un ente complicato. La realtà era ancora più complessa: il disordine amministrativo era veramente tanto, dominato da una continua incertezza e dalla diffidenza, a partire da quella dei dipendenti comunali. Alcuni fecero trovare le imposte dei loro uffici chiuse al nostro arrivo: certo non un segno di benvenuto.
Sin dalla prima seduta di giunta abbiamo dimostrato che saremmo andati diretti al punto, senza indugi. Abbiamo portato e approvato una delibera che stabiliva la costituzione di parte civile del comune in tutti i processi di mafia. Era palese la presenza di clan della ‘ndrangheta nel territorio, in grado di condizionare anche le scelte politiche degli enti, ma nessuno prima aveva pensato di costituirsi parte civile per tutelare gli interessi dell’istituzione e dei cittadini, non lo avevano fatto neanche i commissari. Le cosche avevano provocato danni all’immagine, all’economia del paese e danneggiato lo sviluppo e la storia del nostro territorio. L’amministrazione finalmente ne chiedeva conto.
La reazione non è stata quella che speravamo, ma ci aspettavamo le critiche e siamo andati avanti. Abbiamo cominciato a far parlare tra di loro i sistemi informativi dell’ente: c’erano sistemi informatici soltanto che non comunicavano tra di loro, né tantomeno con l’esterno. Il messaggio principale che volevamo mandare era quello di trasparenza assoluta, aprire quelle porte, far circolare gli atti, farli pubblicare. Parallelamente ci tenevamo a dimostrare che nessuno fosse proprietario di un ruolo all’interno dell’amministrazione, per cui abbiamo spostato del personale da uffici in cui erano da decenni. L’obiettivo era rimettere a posto il disordine generale: il bilancio, i lavori pubblici, aprire ai nuovi bandi, riaprire concorsi rimasti bloccati da troppo tempo.
Abbiamo cercato di mettere in campo progetti che potessero portare soluzioni alla comunità che in ogni caso aveva bisogno di servizi, in particolare servizi sociali, per supportare le famiglie in difficoltà. Non secondario è stato l’impegno sulla difesa del bene comune. Siamo partiti dall’analisi e la revisione delle convenzioni di due parchi eolici che noi ritenevamo assolutamente inadeguate. Dal vento al sole, siamo passati ad affrontare la speculazione in atto sui parchi fotovoltaici: 68 richieste per decine e decine di ettari. Il nostro paese ha una vocazione turistica importante, dovevamo proteggere l’integrità del nostro paesaggio. Siamo arrivati quindi alla questione dell’abusivismo edilizio che, incontrollato per decenni, aveva deturpato di fatto tutta la costa. I segnali del cambiamento dovevano essere netti e immediati.
La villetta che il signore appena uscito dal carcere aveva fatto costruire, chiudendo l’accesso al mare, in barba alle ordinanze presentate dal comune, è stata abbattuta.
Il mare è di tutti, così come dovevano tornare a beneficio della comunità, le decine di ettari di terreni dei beni confiscati. Assegnati e consegnati al comune ormai da diversi anni, ma di fatto ancora in mano ai privati. In prefettura è sorta l’idea di affidare la gestione di una parte dei terreni confiscati ad una cooperativa di giovani, selezionata con bando pubblico. Non più la solita associazione: qualcosa di nuovo, con Libera che ci accompagnava in questo percorso. Per gli altri beni confiscati, tra i quali delle ville che erano state vandalizzate e abbandonate, abbiamo deciso di recuperare fondi per la ristrutturazione.
Intanto, alla fine del 2009 si è svolta la prima azione simbolica: la semina dell’orzo su un terreno confiscato. Un evento pubblico importante: presenti le istituzioni e le associazioni del territorio. All’entusiasmo della novità si è contrapposta l’immediata reazione di chi ha iniziato a far circolare messaggi ambigui sul nostro impegno: l’amministrazione che si faceva troppa pubblicità sul riutilizzo dei beni confiscati mentre deturpava l’immagine del paese, parlando di ‘ndrangheta.
Il secondo evento pubblico importante don luigi, prefetto, questore, istituzioni (foto)
Abbiamo proseguito per non dare credito alle voci: ad aprile dell’anno successivo, abbiamo raccolto noi, come comune, i finocchi, coltivati su un bene confiscato, da privati senza permesso. Abbiamo ottenuto un grande risalto mediatico: i finocchi sono stati regalati in alcune piazze italiane in un sacchetto su cui c’era scritto “fresco di legalità.” Un messaggio nuovo da Isola Capo Rizzuto: da terra di ‘ndrangheta, dove decine di persone sono state uccise per le strade, a Isola di freschezza e di legalità. Nel giugno successivo eravamo pronti a raccogliere l’orzo, ma con tante difficoltà perché nessuno voleva mettere a disposizione una trebbiatrice. Ne hanno scortata una, recuperata dal prefetto grazie ad un’azienda che è voluta rimanere anonima. Alla guida due agenti della forestale.
La cittadinanza iniziava ad essere realmente dalla nostra parte, perché era palese che non ci facevamo fermare dagli ostacoli, anche da quelli posti da chi voleva opporsi al modo nuovo di gestire i beni pubblici. Stava diventando concreta la possibilità che si incrinasse il dominio di chi aveva pensato di poter disporre di persone e cose del paese per propri fini.
A fine giugno del 2010 è arrivata la rappresaglia. Hanno cominciato a bruciare le macchine. In quattro notti hanno preso fuoco: prima la macchina del dirigente che aveva firmato il bando per recuperare le ruspe per andare ad abbattere la villa abusiva; poi, la notte successiva quella del vicesindaco e dopo una notte di pausa, sono arrivati alla mia.
Potevamo fermarci, arrenderci, ma avremmo dato un segnale che vanificava tutto l’impegno profuso fino a quale momento e la fiducia riscossa da cittadini che per la prima volta si sentivano degni di attenzioni senza per questo dover ringraziare nessuno.
La sfida per il rispetto dei diritti non si poteva fermare, neanche davanti al più grande e inatteso degli ostacoli che ci siamo trovati di fronte. Nell’assegnare la gestione dei terreni confiscati ad altri, non avevamo considerato l’apertura di uno scontro molto forte con chi sul territorio gestiva da anni spazi e servizi con il riconoscimento e la gratitudine della popolazione: l’Associazione di Misericordia, alla guida soprattutto del centro d’accoglienza di Sant’Anna (Crotone) con diversi dipendenti diretti e indiretti, impiegati nelle società che lavoravano in qualche modo attorno al campo di profughi. A capo c’erano un governatore e un sacerdote che si sono dichiarati assolutamente contro la nostra idea della cooperativa, sfruttando ogni luogo e momento per raccogliere consensi sulla loro opposizione all’amministrazione, non solo per la gestione dei beni confiscati, ma anche per l’impegno contro l’abusivismo edilizio. Abbiamo risposto con una manifestazione pubblica, il 10 luglio del 2010: dal palco abbiamo detto chiaramente che non saremmo scappati, anzi restavamo a portare avanti il nostro mandato nonostante le difficoltà.
I mesi successivi sono stati ancora più complicati: sono stata messa sotto tutela, perché continuavano gli atti vandalici contro il comune, le lettere anonime, le minacce, in un caso, di morte, scritte sui muri. A settembre del 2010, sul terreno confiscato dove doveva nascere la cooperativa, il ministro degli Interni, il prefetto Morcone aveva deciso di organizzare una manifestazione: hanno partecipato i vertici dello Stato, della regione, della provincia, il comune, la prefettura, Libera. Abbiamo firmato un protocollo in cui ognuno di noi per la propria parte si impegnava a portare a termine la costituzione di questa cooperativa e quindi l’assegnazione dei terreni. E così è stato.
Hanno usato altri mezzi per fermarci: è stato aperto un blog anonimo che ha iniziato a buttare fango addosso a tutti quanti noi e a coloro che si avvicinavano all’amministrazione, tanto che a fine dicembre ho presentato una denuncia che è stata poi archiviata. La macchina della controinformazione ci ha colpito fortemente, ormai in tanti nutrivano dubbi sulla nostra scelta della cooperativa, anche perché si insinuava il dubbio che non si potesse togliere spazio alla Misericordia così vicina alla gente. Il consenso che l’amministrazione aveva all’inizio del mandato è andato diminuendo, scontrandosi anche con il malcontento di qualche dipendente comunale e di chi in qualche modo era abituato alla clientela ad avere garanzie di diritti che in realtà non aveva. Completamente isolati, siamo arrivati a fine mandato con l’ultimo atto decisivo: assegnare i terreni confiscati alla cooperativa. Rischiavamo di non avere i numeri in Consiglio. Ho chiamato i consiglieri che erano più vicini a me e ce l’abbiamo fatta.
Una grande soddisfazione ed un segnale importante per chiudere il mandato, seppure in un clima non più favorevole. Ci siamo presentati alle nuove elezioni, completando una lista con grande difficoltà perché molti erano convinti che avessimo rovinato l’immagine del paese, parlando di ‘ndrangheta. Contro di noi un sindaco che aveva quattro liste, sostenuto dall’Associazione di Misericordia: ha vinto praticamente al primo turno, con grande entusiasmo. So che all’interno dei bar si è festeggiato con champagne perché la sindaca finalmente andava via, ma non bastava. La notte successiva a quella dei risultati elettorali, hanno dato fuoco alle case al mare di proprietà della famiglia di mio marito.
Il mio mandato è finito in questa maniera. I mesi successivi sono stati di tensione, di isolamento, ma quello che è successo dopo è ancora peggio.
Pensavo di aver raggiunto il punto massimo della loro vendetta: mancava il colpo più basso, inatteso che ha veramente messo in discussione il mio rapporto con le istituzioni.
La notte tra il 2 e il 3 dicembre del 2013 hanno suonato alla porta. “Non apriamo perché qualcuno è venuto per farmela pagare,” Ho bloccato mio marito perché sentivo e temevo potesse essere una trappola: l’aspettavo in qualche modo. Abbiamo sbirciato dalle finestre, visto che c’erano tantissimi agenti della guardia di finanza, abbiamo aperto. La vendetta è arrivata sotto forma di un’ordinanza di custodia cautelare: una per me e una per mio marito. L’accusa: scambio di voto elettorale con la famiglia di ‘ndrangheta degli Arena. In quel momento sono riuscita solo a pensare che in ogni vicenda di cui mi ero occupata come sindaca avevo avuto un rappresentante degli Arena contro. Mi è sembrato automatico chiedere al procuratore di sentirmi perché non era possibile quello di cui mi stavano accusando: richiesta rifiutata per ben due volte.
Siamo venuti in possesso delle intercettazioni da cui avevano tratto le informazioni per procedere nei miei confronti: abbiamo capito che erano state trascritte in maniera errata in diversi punti, tralasciando anche la parte in cui usavano degli aggettivi terribili contro di me. Nell’altra intercettazione addirittura parlavano di un’altra persona.
Per la prima volta ho avuto realmente paura: l’identità dei miei nemici non era più chiara. Dopo due mesi, mi è arrivata un’altra ordinanza per turbativa d’asta. I finocchi che erano stati raccolti sui terreni confiscati dovevano essere distrutti, la DDA di Catanzaro mi accusava di aver bloccato quella distruzione per favorire la cosca e permettere agli Arena di recuperare i soldi.
Accuse che non trovavo la forza nemmeno di leggere nei 162 giorni di arresti domiciliari, i più lunghi della mia vita. Quando sono potuta uscire ed è iniziato il processo ho capito che dovevo difendere me e contemporaneamente mio marito e quel progetto politico nel quale tante persone avevano creduto. Lo dovevo a chi aveva lavorato con me, a mio padre, a mia mamma, alle mie figlie.
Siamo andati a giudizio immediato nel giugno del 2014. Il primo processo al Tribunale di Crotone è finito nel settembre del 2015. L’assoluzione è stata piena, sia per me, sia per mio marito. È fondamentale soprattutto quello che è scritto nella sentenza ossia che gli atti portati dalla Procura dimostravano il contrario rispetto all’accusa. Una volta che le trascrizioni sono state fatte in maniera integrale e chiara; recuperati alcuni atti che erano spariti, è emerso chiaramente come non ci fossero legami di favore con gli Arena. Ci hanno assolto con formula piena anche nel processo di secondo grado presso la Corte d’Appello di Catanzaro.
La nostra difesa migliore è stato il nostro rigore amministrativo. L’attenzione e il modo nel quale ci siamo mossi con trasparenza e puntualità è il risultato anche della collaborazione stretta, di cui ho capito ancor di più il valore durante la mia vicenda giudiziaria, con due compagni di viaggio importanti: Libera e Avviso Pubblico. Sono stata vicepresidente di Avviso Pubblico dal 2010 fino al 2013, la rete non mi ha mai fatto mancare il supporto.
Ma il ringraziamento più grande va al mio avvocato Marcello Bombardiere, assessore al patrimonio durante tutto il mio mandato, per la puntuale e minuziosa ricostruzione dei fatti che hanno poi portato a dimostrare la mia innocenza.
Lui, che mi era stato vicino in tutte quelle scelte e che più volte mi aveva richiamata alla prudenza ricordandomi in quale paese vivevamo, non solo non ha mai creduto a quelle accuse ma è sempre stato convinto che saremmo riusciti a dimostrare la nostra innocenza.
Io sono stata assolta ed è stata riconosciuta la correttezza del modo con cui la mia giunta ha amministrato. Non si può dire lo stesso per quanto è accaduto negli anni successivi alla Misericordia. L’Associazione è stata coinvolta nel 2017, quindi esattamente quattro anni dopo la mia vicenda giudiziaria, nell’Operazione Jonny. I vertici sono stati associati alla cosca degli Arena, arrestati, condannati in primo e secondo grado.[1] Si attende la sentenza definitiva della Corte d’Appello.
La nostra scelta iniziale così sofferta, così isolata, alla fine ha avuto un riscontro. Forse anche i cittadini hanno finalmente capito perché preferivamo una cooperativa di giovani alla Misericordia.
Sono stati anni duri, la passione per la politica è riuscita a resistere: ho avuto delle candidature alla Regione dopo la prima sentenza, al Senato poi successivamente. Resto iscritta ad un partito e sto aiutando in qualche modo alcuni giovani del territorio. Sono accanto a loro, cercando di far capire che c’è solo un modo per impegnarsi nell’amministrazione: rispettando la legalità, la trasparenza, garantendo i diritti ai cittadini e tutelando il bene comune.
Non ho perso la speranza che il mio paese possa in qualche modo cambiare. Nonostante quello che mi è accaduto continuo a credere che non si debba scappare dalla nostra terra, ma restare per scelta e non per rassegnazione.
[1] Il 15 maggio del 2017 sono state arrestate 68 persone accusate di associazione di tipo mafioso, estorsione, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, malversazione ai danni dello stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale, tutti aggravati dalla modalità mafiose. È stata smantellata la cosca di ‘ndrangheta facente capo alla famiglia ARENA. Dalle investigazioni è emerso che la cosca controllava, a fini di lucro, la gestione del centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto e coltivava ingenti interessi nelle attività legate al gioco ed alle scommesse.
L'intervista al già Sindaco di Casal di Principe, Renato Natale
Renato Natale, Ex sindaco di Casal di Principe. Nel suo lungo percorso amministrativo ha contribuito, in collaborazione con le forze di polizia e con la magistratura, alla liberazione dalla cappa criminale che opprimeva il comune. Lavorando in maniera limpida, in sinergia con la comunità onesta, ha restituito la dignità ai propri cittadini, rendendo Casal di Principe una città sicura nella quale vivere nel rispetto di regole condivise. Ha subito diversi attentati e intimidazioni a cui ha risposto con gli strumenti della politica, anche condividendo la sua esperienza amministrativa come Vicepresidente di Avviso Pubblico.
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La mia vita politica per il mio comune
Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe
Il mio impegno politico comincia dall’iscrizione al partito comunista negli anni ’70. Mi iscrivo al PCI nel 1976; vengo nominato segretario della sezione nel 1979. Ero mosso da motivazioni culturali e dalla volontà di affrontare in maniera più consapevole le questioni sociali che si sviluppavano nel paese in quel periodo. Non inserivo tra queste, non ancora, la lotta contro la criminalità organizzata. Mi consideravo un medico militante: la mia giornata di lavoro non si esauriva in ambulatorio, ma proseguiva laddove c’erano pazienti invisibili, quelli che non potevano avere il tesserino sanitario che andavo a visitare nei luoghi spesso degradati in cui vivevano. La mia appartenenza politica trovava un senso anche nell’offrire il mio contributo alla dignità delle donne e degli uomini che avevano bisogno di essere ascoltati e curati, pure fuori dai canali istituzionali.
Il mio impegno diventa anche istituzionale quando sono stato eletto in consiglio comunale nel 1982, lo sarò anche nella consiliatura successiva che termina con lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa.
Il percorso attraverso il quale i clan criminali di Casal di Principe si imposero è stato lento e inesorabile, trasformando il nostro paese nella base di potere da cui riuscivano a diramare tutti i traffici che li resero nei primi anni ’90 una delle organizzazioni mafiose più potenti a livello nazionale.
Traffico di stupefacenti, armi, estorsioni, le ricchezze del clan crescevano anche, per certi versi soprattutto, nelle attività imprenditoriali: avevano costituito un consorzio per il controllo integrale dell’intero ciclo del cemento, avevano trovato accessi negli appalti pubblici, garantendosi gran parte di quelli della provincia di Caserta ma anche in buona parte della provincia di Napoli fino a quella di Latina. Un patrimonio gestito all’ombra delle loro ville bunker che hanno caratterizzato anche il paesaggio di Casal di Principe. Uomini e donne delle famiglie coinvolte assunsero visibilità e prestigio a cui corrisposero rispetto e soggezione. Tanto che per un lungo periodo, purtroppo, finirono per identificare la cittadinanza: i Casalesi non era più il nome dei cittadini che risiedevano a Casale, ma la temibile firma dei clan.
Quando ho deciso di accettare la candidatura e sono stato eletto sindaco nel 1993, pensavo che sarei riuscito a contrastarne l’avanzata almeno all’interno dei palazzi delle istituzioni. Volevo dare a loro e soprattutto alla comunità il segnale, che si potesse tornare ad avere delle regole di convivenza civile condivisa nel rispetto dei diritti di ognuno.
Non mi illudevo certo che sarebbe stato facile, ma ho provato a partire dalla quotidianità di azioni pratiche che un ente può realizzare, come la pedonalizzazione del centro storico. Roberto Saviano ha raccontato in uno dei suoi libri quella che ha definito la “guerra dei paletti”. La sfida che ingaggiarono i clan si basava proprio fisicamente sulla gestione dei segnali che limitavano la loro libertà di muoversi nel paese: ogni sabato sera rimuovevano tutti i paletti con i quali si impediva l’accesso al centro e me li scaricavano davanti casa. Io li prendevo e con i miei collaboratori li riposizionavano. Sapevamo che a chi li toglieva non importasse nulla dell’isola pedonale, ma erano diventati un ulteriore simbolo per ribadire la loro autorità sul territorio e il comune riuscì a dimostrare che sapeva resistere alle provocazioni, continuando a ripristinare i paletti per il rispetto di una decisione presa.
Le minacce, ovviamente, non si sono fermate: tagliarono gli alberi, uno nella piazza principale.
Purtroppo, non si limitarono a cose e piante, mirarono al cuore di Casale. Colpirono chi stava cercando un’altra strada per liberare le coscienze dei cittadini, attraverso la parola, il dialogo e l’esempio. Il 19 marzo del 1994 uccisero nella sacrestia della sua chiesa, Don Peppe Diana. La mattina presto del giorno del suo onomastico, poco prima che dicesse messa.
Aveva gridato contro di loro in ogni occasione pubblica in cui gli fosse consentito. Aveva ricordato alle donne, agli uomini e soprattutto ai ragazzi e ai bambini di Casal di Principe il diritto alla libertà e il dovere del rispetto delle leggi riconosciute. Lo aveva fatto attraverso un linguaggio di pace, di amore, di fratellanza non senza esprimere forte la condanna per la violenza e la sopraffazione con cui poche persone si erano permesse di imporsi nel paese.
Per un anno, io dal comune, lui dalla Chiesa; io, sindaco comunista, lui sacerdote tra la gente, abbiamo scalfito alcune certezze dei clan, facendo breccia nell’anima della comunità che il giorno del funerale di Don Peppe si è riversata per le strade di Casal di Principe. Per la prima volta non c’è stata paura a mostrare la reazione contro chi aveva portato via una figura così amata dalla popolazione. Al dolore si aggiunse l’indignazione e la volontà di dichiararsi diversi dai criminali. I Casalesi veri si distinsero dai falsi casalesi, chiedendo verità e giustizia per chi per amore del suo popolo non aveva taciuto ingiustizie e falsità.
Io ero amico personale di Peppe, quindi per me l’attacco è stato ancora più duro. Sentivo forte la responsabilità di dover portare avanti quanto iniziato insieme e l’angoscia per la consapevolezza del potere senza scrupoli dei nostri avversari.
Avevano dimostrato che potevano uccidere chi si metteva contro. Non si aspettavano, però, la risposta della cittadinanza, per cui capirono che dovevano trovare un modo meno cruento per eliminare l’altro ostacolo. Tre consiglieri della maggioranza sono passati all’opposizione: una palese azione di attacco politico per far cadere la Giunta. Dalle indagini legate al processo Spartacus, il maxiprocesso contro i clan dei falsi casalesi, è emerso che avevano pensato anche alla mia eliminazione fisica, attraverso l’organizzazione di un falso incidente in cui sarei stato investito mentre andavo in bicicletta, ma problemi organizzativi hanno fatto optare per una eliminazione politica.
Ho riprovato negli anni successivi a candidarmi, sia come rappresentante della sinistra, sia indipendente, al consiglio comunale, così come al Consiglio regionale. La passione politica al servizio degli altri non sono riusciti a spegnerla con le minacce e le intimidazioni. Ho proseguito ad occuparmi delle sorti della mia comunità come medico e come attivista. Sentivo che dalla reazione all’omicidio di Don Peppe il clima stava cambiando. La magistratura e le forze di polizia hanno contribuito, con indagini puntuali e numerosi arresti dei capi dei clan, a supportare lo sforzo collettivo di liberazione e rinascita del comune.
Vent’anni dopo lo smacco subito nell’aula consiliare, nel 2014 ci sono rientrato come sindaco, eletto per guidare e rafforzare il percorso di riscatto già intrapreso. Ricordo il giorno dei risultati elettorali che non erano affatto scontati. La sera, nella sede del comitato c’era una gran confusione, segno inequivocabile che si andava verso la vittoria. Un giornalista mi ha chiesto: “sindaco, che segno manda al malaffare?” Ho girato la domanda ai tanti ragazzi presenti: uno ha fatto un gesto non elegante, ma chiaro a tutti. Non appena è stato chiaro che abbiamo vinto, dietro le mie spalle è stato srotolato lo striscione preparato dai miei sostenitori. C’era scritto “Qui la camorra ha perso!”, affinché si capisse che messaggio volevano rendere reale con il nuovo corso dell’amministrazione.
È stato il coronamento di un percorso lungo, a cui avevano partecipato tutte quelle persone che avevano lavorato al mio fianco e che avevano partecipato per anni ad un processo lungo, passato per fasi drammatiche. Avevamo assistito all’orrore della strage di Castelvolturno[1], alla morte violenta di vittime innocenti come Domenico Noviello[2] e Federico Del Prete[3] . Un percorso di dolore e di resistenza in cui si erano ritrovate sempre più persone.
La giustizia faceva il suo corso, arrestando e condannando gli autori di omicidi e traffici illegali, i cittadini dovevano dare un segnale del loro contributo al cambiamento. La riappropriazione del senso del voto è stato un passo determinante dopo l’ennesimo scioglimento del comune per mafia: il terzo nel 2012.
I dieci anni della nostra consiliatura sono stati necessari per cercare di rimettere insieme i pezzi proprio dell’amministrazione: per ricostruire la comunità, prima ancora che la città da un punto di vista urbanistico. Bisognava rinsaldare i rapporti fra le persone, cercando di fare in modo tale che non si dimenticasse quanto era accaduto negli anni precedenti. Abbiamo fatto un’operazione sia sul diritto dei beni confiscati o beni liberati, sia sulla toponomastica: abbiamo dato i nomi delle vittime innocenti ai luoghi di Casal di Principe, alle piazze che abbiamo rifatto, ai parchi pubblici che prima non c’erano. Abbiamo risposto concretamente alla richiesta di politiche e atti che affrontassero le esigenze più sentite dalla popolazione.
Negli ultimi anni ho avvertito, però, il rischio che si aprisse di nuovo un pericoloso distacco tra amministratori e amministrati. Il rapporto pubblicato da Avviso Pubblico mi dà la conferma delle tante aggressioni da parte dei cittadini ai danni di sindaci, assessori, consiglieri, considerati primi responsabili di mancanze percepite come torti. È saltato il filtro alla rabbia e della fiducia: sembra non si reputi possibile affrontare il proprio disagio, la propria difficoltà, i propri bisogni, organizzandosi insieme a chi può cercare di costruire una risposta. La reazione è l’aggressione, non solo contro gli amministratori, rei di rappresentare le istituzioni che non garantiscono quanto si vorrebbe, ma anche nei confronti dei medici nel pronto soccorso, degli insegnanti a scuola. La risoluzione dei problemi non è nella maggiore partecipazione alla vita collettiva, si cerca, semmai, chi possa risolvere a livello privato, in modo immediato. Aggrediscono chi ritengono un nemico, poi si rivolgono a chi può aiutare attraverso un’azione personale. È la logica dell’uomo della provvidenza, per usare un termine che ha fatto vincere ad altri, processi storici in passato, in Italia e in Europa.
Dopo le grandi discussioni sui sistemi di rappresentanza nel Novecento, oggi la democrazia vive una fase di difficoltà molto seria. Lo si vede con le preferenze elettorali in varie parti d’Europa e del mondo. Quando fallisce la democrazia, si dà spazio a chi fa credere di poter usare altri mezzi per arrivare alle soluzioni, tra cui anche la violenza. Da questo mio piccolo versante di osservazione penso siano tutti fenomeni collegati fra di loro: le aggressioni, i tiri, l’amministratore sottotiro. il personale sanitario, gli insegnanti, i poliziotti sottotiro. Bisognerebbe che la politica, prima ancora che le istituzioni, prendesse coscienza in modo pieno di questo problema e cercasse di porsi la domanda: come possiamo fare per dare fiducia nel sistema democratico, ai cittadini?
Mi permetto di suggerire che forse sarebbe meglio tornare di nuovo nei territori e non limitarsi al messaggio su WhatsApp e alla comunicazione soltanto attraverso i social. Il contatto diretto con le persone, la stretta di mano, l’abbraccio, così come, pure, il confronto schietto ma leale, sono fondamentali per ridare fiducia ad una capacità di intervento, per far sentire nuovamente al cittadino il valore del proprio voto sulle scelte che lo interessano. Altrimenti si decide che per risolvere il problema della lunga lista di attesa si deve andare nell’ufficio e prendere a schiaffi chi fa le prenotazioni.
Se non si interviene per risollevare la situazione, vedo un altro rischio grave: la riaffermazione, in alcuni territori in maniera più dirompente, della criminalità organizzata, come soggetto a cui rivolgersi per risolvere i propri problemi. L’uomo della provvidenza può essere il titolare della presidenza del Consiglio, ma anche il mafioso che velocemente fornisce una risposta, apparentemente senza chiedere nulla in cambio. Attenzione alla mafia, alla camorra che si arrogano una funzione di supplenza nei confronti di chi è assente.
Io ho inteso il mio impegno politico a servizio della mia comunità, tra i cittadini per ascoltare esigenze, dare risposte e informare in maniera chiara dei progetti che con la mia giunta abbiamo realizzato. Tutto nel rispetto delle regole condivise. Per questo gli affari dei clan qui non soni riusciti ad arrivare. Le gare per gli appalti aperte nel comune di Casal di Principe erano tante, assegnate in maniera regolare a società con tutti i requisiti necessari per eseguire i lavori nei tempi stabiliti. Non c’erano spazi e guadagni per altre ditte, abituate a metodi diversi e poco trasparenti.
Questo sono stato e sono.
Avevo 27 anni quando ho iniziato ad occuparmi di politica, ne tengo 75: sostanzialmente le ho dedicato tutta la mia vita. Non lo avevo previsto quando ero ragazzo. Volevo soltanto fare il medico, nel modo migliore possibile. Sono stato, invece, anche testimone di un lungo percorso che ha attraversato periodi drammatici. Ci sono stati anni nei quali girare per strada significava pure il rischio di essere ucciso. No, perché ti volevano ammazzare. Anche per semplice errore.
Oggi dico che sono soddisfatto perché, per fortuna, forse per l’intelligenza, per tanti motivi, la situazione è certamente cambiata. Due episodi mi hanno dato il segnale del valore di quanto abbiamo costruito insieme.
Tre anni fa, dopo il Covid, abbiamo ripreso a fare un po’ di festeggiamenti in piazza. Abbiamo organizzato una piccola festicciola a Carnevale. C’era un signore che aveva portato il bambino a giocare. Parlavamo del più e del meno, quando mi ha fatto: “Devo dire una cosa. Io vi debbo ringraziare, ma non solo io, vi deve ringraziare tutta la città. Perché io posso portare a fare una passeggiata in piazza mio figlio e così altri padri e madri. Prima non si poteva fare.”
È stato uno dei riconoscimenti più importanti, più prezioso di premi e medaglie per cui pure ringrazio chi me li ha voluti assegnare.
L’altra, straordinaria dimostrazione del valore del nostro percorso condiviso è stata la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 19 marzo del 2023.
Ho scolpite nella mente le sue parole.
“Battere la mafia è possibile. Lo diceva Giovanni Falcone: «La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine». Casal di Principe lo ha dimostrato. L’efferato omicidio di Don Peppino Diana è stato un detonatore di coraggio e di volontà di riscatto. Ha prodotto un’ondata di sdegno, di partecipazione civile, una vera battaglia di promozione della legalità. La popolazione ha detto basta alla sopraffazione e alla prepotenza, agevolando, in modo decisivo, l’azione delle forze dell’ordine, degli inquirenti e della magistratura. Sono stati tagliati – con l’entusiasmo, con la resistenza, con il rifiuto dei metodi mafiosi, persino con l’ironia – quei fili di complicità, di connivenze, di paura che tenevano incatenati ideali, sogni, energie positive e creative.”
A 75 anni posso essere libero di commuovermi e allo stesso tempo mantenere il necessario senso della realtà. Casal di Principe non è il paese dei balocchi. Di certo il modo di vivere degli anni Ottanta non ci sta più. Abbiamo piazze e parchi pubblici dove vanno i bambini a giocare. Abbiamo fatto le scuole: non c’erano tutte le scuole che ci sono ora. Abbiamo risistemato pure lo stadio, che è bello, funzionale: ci sono il campo di calcio e la pista di atletica. Lo vedo sempre pieno di ragazzini.
Bisogna, però tenere la guardia alta, non dare tutto questo per intoccabile e cercare, ognuno come può di salvaguardare il nostro paese.
Io continuo a non distrarmi e a impegnarmi per la mia comunità.
Non riesco a smettere.
[1] Il 18 settembre del 2008 in due diversi agguati nella stessa sera vengono uccisi 6 immigrati, vittime innocenti di una rappresaglia dei clan contro il gestore di una sala giochi di Castelvolturno, considerato colpevole di aver rivelato informazioni alla polizia.
[2] ucciso con venti colpi di pistola il 16 maggio 2008; titolare di una scuola guida, fu eliminato per avere denunciato nel 2001 tre esponenti dei casalesi
[3] sindacalista, ucciso nel 2002 perché si era ribellato alla logica delle estorsioni[
L'intervista al Sindaco di Cellamare, Gianluca Vurchio
Gianluca Vurchio, attuale sindaco di Cellamare, che da anni subisce intimidazioni, aggressioni, minacce, in particolar modo per la volontà manifesta dell’amministrazione comunale a gestire le strutture sportive della città senza cedere agli interessi delle organizzazioni criminali del territorio. Sotto sorveglianza da anni, continua la sua attività di sindaco, lontano da lusinghe e cedimenti alle pressioni mafiose, affiancato dalla sua squadra e dalla comunità di Cellamare.
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Le regole valgono dentro e fuori dal campo
Gianluca Vurchio, sindaco di Cellamare
Lo sport è salute, vita, coesione e aggregazione sociale. In ogni città dovrebbero essere garantiti spazi accessibili dove poter praticare l’attività sportiva che si preferisce.
È fondamentale soprattutto per i cittadini più piccoli avere l’opportunità di ritrovarsi, allenarsi, giocare e anche competere lealmente per stare insieme ai propri coetanei nella maniera più sana e istruttiva.
Lo penso da sempre ed ho voluto dedicare una parte del mio programma elettorale proprio all’impegno in tal senso.
A Viale Olimpia ci sono i campi di calcio A5 e un’ampia area fitness, presto ci sarà anche un campo A11. È un fiore all’occhiello del comune, traccia importante dell’operato dell’amministrazione.
Ogni giorno della settimana, domenica compresa, se si passa qui davanti si possono sentire le voci, più spesso le grida, dei bambini, dei ragazzi che giocano e dei loro allenatori. Sbirciando, si assiste allo spettacolo di partite quanto mai combattute, con le famiglie che sostengono figli, fratelli, amici dagli spalti.
Quanta allegria! Quante sfide superate e ostacoli inattesi per garantirla!
A qualcuno purtroppo dava e dà ancora fastidio che lo sport qui sia libero e garantito, vorrebbero trarre interessi privati ed illeciti. Non lo accettano. Mostrano e hanno mostrato il volto peggiore di chi non vuole stare alle regole: l’attacco violento e indiscriminato.
Quello che hanno sferrato la notte 7 gennaio del 2020. Un boato, nitido anche dalla mia casa, ha squarciato la serenità di Cellamare. Una bomba ha distrutto gli spogliatoi dei campi sportivi di viale Olimpia che avevamo da poco realizzato con i fondi del bando periferie della Città Metropolitana di Bari. Un gesto vile, deprecabile compiuto da balordi e delinquenti. Un danno grave, assurdo e che faceva male a tutta Cellamare.
Vedere danneggiati quegli stessi spazi consegnati appena qualche mese prima ai cittadini, tra l’entusiasmo delle famiglie e dei bambini, è stato un colpo forte, ma ho voluto lanciare subito un messaggio diverso agli artefici. Sin dal primo comunicato dell’amministrazione ho ribadito che non avrebbero spento il mio sorriso e la mia forza di volontà, assieme a quella della mia squadra. Ho confermato la nostra determinazione, supportata dalla forza di questa comunità, tenace contro ogni forma di violenza e di illegalità.
“Cellamare non si piega! Insieme in una fiaccolata contro la criminalità” è stato lo slogan con cui abbiamo riunito centinaia di cittadini il 14 gennaio in piazza e per le strade della città, per dire no alla criminalità e sì alla legalità.
Al mio fianco, insieme al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, hanno sfilato le famiglie, a partire dalla mia a cui devo tantissimo, le ragazze e i ragazzi del paese, i bambini, ma anche rappresentanti delle associazioni e tanti sindaci del territorio. Devo anche ringraziare Avviso Pubblico: nonostante il comune non fosse ancora socio di Avviso Pubblico, è stata la prima organizzazione che mi è stata accanto e ha perorato la causa di difendere non solo un sindaco, ma un’intera comunità.
È stato raccolto e rilanciato il segnale che non eravamo soli ad affrontare l’attacco, anzi insieme, compatti e con le armi della legalità avremmo risposto.
Le parole si sono riempite immediatamente di fatti. Occorreva dimostrare concretamente che non ci saremmo fatti fermare dalla paura.
Grazie ad un finanziamento ottenuto da un bando regionale avevamo le risorse in cassa per risistemare e ampliare lo spazio danneggiato nell’impianto sportivo: quattro spogliatoi al posto di due e il doppio delle docce.
Neanche un mese dopo l’attentato, il 12 febbraio, sono partiti i lavori di ricostruzione. Li ho seguiti personalmente insieme al resto della giunta. Volevamo che il risultato fosse ancora più bello e funzionale, a partire proprio dalla parte più fortemente colpita, gli spogliatoi.
Ho annunciato che avremmo fatto presto, per rimettere quanto prima lo spazio a disposizione dei giovani sportivi di Cellamare: la giusta risposta a chi ha cercato di infrangere i loro sogni.
L’obiettivo era così importante che nella mia testa non ha lasciato spazio a dubbi e timori circa le reazioni possibili di chi vede solo il proprio interesse.
Erano già arrivati i segnali che non si sarebbero arresi alla nostra politica di mantenere il più possibile ogni luogo del territorio libero da condizionamenti criminali.
Un mese prima dell’attentato era stata recapitata una lettera anonima nell’ufficio del comune. Ricordo lo sguardo atterrito del messo che me la consegnò. C’era scritto: “Ti consigliamo di non fare tanto il rispettoso della legalità. Hai capito male su come funzionano le cose a Cellamare, non puoi comandare tu. Sindaco avvisato, mezzo salvato”.
Nel settembre del 2019 era toccata ad uno degli assessori, minacciato e schiaffeggiato in strada, perché si era rifiutato di ricevere la madre dell’aggressore negli uffici del Comune.
In un’altra occasione mi aveva avvicinato un personaggio, poi risultato dalle indagini il mandante di tutti gli episodi, per gridarmi contro: ” i campi di calcio sono roba mia, nessuno deve mettere le mani, devono andare a me”.
L’ultimo episodio, avvenuto alla fine di gennaio 2020, è stato l’incendio che distrusse l’auto della moglie dell’assessore.
La pretesa che consideravano legittima era di ottenere la gestione dell’impianto sportivo, ovviamente senza partecipare a gare o bandi, ma solo perché la chiedevano loro. Una prassi priva del rispetto di diritti e regole, ritenuta per loro impossibile da negare. Al contrario io e la mia squadra abbiamo ritenuto da subito impensabile che si potesse procedere con l’affidamento diretto di un bene della collettività e abbiamo deciso di tenere forte la gestione del comune sull’impianto sportivo.
Volontà messa a dura prova, ma non abbattuta.
Il 16 novembre del 2021 abbiamo mostrato con soddisfazione alla cittadinanza il risultato dei lavori di ristrutturazione: spogliatoi dei campi di calcio A5, ampliati e raddoppiati e una nuova area fitness.
Non si sono fermate le minacce, ma parallelamente sono proseguite anche le indagini coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Bari e sviluppate dalla Sezione Operativa della Compagnia di Triggiano.
Il 29 gennaio del 2024 sono stati arrestati due uomini vicini al clan Capriati di Bari.
Sarebbero loro mandanti ed esecutori dell’incendio del 2020 oltre che dei tentativi di estorsione ai danni miei e dell’assessore. La giudice Paola Angela De Santis, che ha firmato l’ordinanza, ha rilevato “l’assenza di freni inibitori” e la “peculiare disinvoltura delinquenziale”. Con loro sono indagate altre due persone.
Il comune si è costituito parte civile nel processo: non è soltanto un obbligo di legge, ma lo riteniamo un obbligo morale.
Dall’altra parte, non nego per me sia anche un dispiacere sapere che ci siano cittadini di Cellamare che utilizzano questi metodi e non accettano né il confronto, né tantomeno il dialogo. Ho provato a parlare con alcuni familiari degli indagati: ho spiegato loro che non possono dirsi le bugie in sede di tribunale, non ci si può sottrarre alla verità davanti alle domande degli organi inquirenti, soprattutto se queste magari sono intercettate ed è chiaro che ci siano delle precise responsabilità. Il sindaco rappresenta l’istituzione, ma prima di essere un sindaco è una persona, io mi reputo una persona per bene e quindi quando la magistratura mi ha posto delle domande io ho risposto, dicendo tutta la verità, ribadendo anche tutte le pressioni già denunciate.
La risposta da parte di chi sostiene e condivide gli interessi di chi è stato arrestato non si è fatta attendere e non era purtroppo quella che speravo.
Le minacce nei miei confronti sono continuate tanto da richiedere l’attivazione della sorveglianza.
Non si sono limitati alle parole.
Il 7 dicembre del 2021 mi stavo recando a lavoro per il turno di notte, sono operatore del Servizio di Emergenza Territoriale della Sede del Valle del 118. Dovevo montare alle 20, erano più o meno le 19.30 quando sono stato inseguito da una moto con due soggetti a bordo e all’ingresso di Casamassima, un comune che dista circa 5 km da Cellamare. Sulla strada statale 100 mi hanno affiancato e puntato contro una pistola. Ero completamente impietrito, non sapevo cosa fare, per qualche momento ho pensato fosse realmente finita. Non so chi mi abbia dato la forza, mi sono fermato, ho guardato lo specchietto retrovisore nella speranza che dalla statale potesse prendere quell’uscita anche qualche altra macchina, come avevo preso io l’uscita verso Casamassima, e finalmente ho visto dei fari che arrivavano. A quel punto la moto è sparita: avendo una targa molto somigliante ad un’ambulanza, sono riuscito a memorizzarla. Nel frattempo, avevo già contattato i carabinieri e c’era una pattuglia che mi stava aspettando. La prima cosa che ho detto ai carabinieri è stato il numero di quella targa che poi è risultata essere una moto rubata.
A seguito di questo evento, la Prefettura di Bari ha aumentato il programma di tutela nei miei confronti: devo comunicare alle forze di polizia ogni spostamento soprattutto negli orari serali.
Gli episodi, però proseguono: continuo ad essere seguito.
L’ultima volta, solo qualche giorno fa, è successo vicino casa mia: una Giulietta grigia con tre persone a bordo ha provato a sbarrarmi la strada. Ho accelerato e l’ho lasciata alle mie spalle. Ovviamente ho contattato i Carabinieri per segnalare l’accaduto.
Questo per dire che nonostante le attenzioni da parte dello Stato, la Prefettura, la Vigilanza, l’Arma dei Carabinieri, che devo sempre ringraziare per l’eccellente lavoro che svolgono, succede spesso di sentirsi soli e meno male che ci sono tanti cittadini per bene: c’è una comunità intera che prende parte e difende le istituzioni.
Il sostegno della comunità ad un sindaco è fondamentale. Io penso sia la cosa più importante. Sono onesto: dalla prima lettera di minacce di morte che ho ricevuto alla bomba ai campi di calcio, mi è capitato di temere per la mia famiglia che per me viene prima di tutto. Ho riflettuto, quindi, sulla possibilità di dimettermi. A farmi desistere è stato il pensiero di non poter abbandonare il ruolo di sindaco di un comune composto in maggioranza di persone oneste, schierate dalla nostra parte.
Non solo non mi sono dimesso, ma ho deciso di proseguire il lavoro cominciato con un secondo mandato. Ho vinto con quasi il 70% delle preferenze, che non è poco. Questo mi inorgoglisce e allo stesso tempo mi carica di tanta responsabilità, perché è vero che siamo un piccolo comune di 6000 abitanti, ma in un comune di 6.000 abitanti il sindaco lavora molto di più rispetto ad un comune grande.
Qui siamo appena 14 dipendenti, compresi tre agenti di polizia locale, per cui il sindaco è chiamato anche a fare il dipendente comunale: a pulire la propria stanza e allo stesso tempo a studiare gli atti per capire le delibere, le determine, oltre a diventare spesso anche lo psicologo o il prete o altro, perché si devono ascoltare i cittadini, comprese le loro confessioni.
Fino ad oggi sono stati comunque sette anni straordinari. Se qualcuno dovesse chiedere di ricandidarmi per il terzo mandato, perché c’è la possibilità per i comuni sotto i 15.000 abitanti, direi di sì ad una condizione, che ci possa essere un rafforzamento della macchina amministrativa da un punto di vista di risorse umane ed economiche. Abbiamo i fondi di solidarietà che di anno in anno diminuiscono, mentre aumentano le difficoltà oggettive a garantire i servizi pubblici essenziali.
Noi facciamo il possibile proprio per difendere l’autorevolezza dello Stato nel territorio. I cittadini devono sapere che ci siamo noi a cui chiedere e noi a trovare le soluzioni. Non altri che chiedono in cambio soggezione e ubbidienza.
La mia scelta e quella della mia squadra resta sempre quella di operare per il bene della cittadinanza. Per cui il centro sportivo resta nella gestione del comune di Cellamare: ad oggi tutte le associazioni partecipano a un programma policentrico di attività sportive. Tutte le associazioni hanno i loro spazi, fanno una richiesta all’ente e l’ente di volta in volta autorizza le iniziative.
Tuteliamo e rilanciamo. Abbiamo ottenuto un finanziamento di 700 mila euro da parte del Dipartimento dello Sport per rifare completamente il campo di calcio A11. Speriamo entro quest’anno di chiudere i lavori per poter avere una vera e propria cittadella dello sport, che, fino a quando questa comunità sarà amministrata da me resterà di gestione pubblica.
L'intervista alla già Consigliera del Comune di Anzio, Lina Giannino
Lina Giannino, ex consigliera del comune di Anzio dal 2018 al 2022. Ha denunciato, sia nell’aula consiliare, sia alla Polizia e alla magistratura, i comportamenti illeciti che vedevano il coinvolgimento di rappresentanti delle organizzazioni criminali mafiosi all’interno di attività e progetti dell’amministrazione. Ha ricevuto minacce dirette e anonime: scritte intimidatorie sui muri della città e l’invio di un proiettile. La sua testimonianza puntuale ha dato un contributo importante all’indagine Tritone che ha portato allo scioglimento per mafia dei comuni di Anzio e Nettuno.
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Tutti sapevano, ma io ho parlato
Lina Giannino, ex consigliera del comune di Anzio
Lo ammetto: amo questo paese oltre misura. Amo Anzio come fosse una persona, al punto da diventarne gelosa e da reagire con forza contro chiunque la voglia attaccare.
Ho un cordone ombelicale che molte volte ho provato a tagliare, ma non ci sono mai riuscita. Non ho mai voluto veramente staccarmi da qui, anzi non appena ho sentito di poter fare la mia parte per dimostrare concretamente il mio amore, l’ho fatto.
Le persone della mia generazione hanno vissuto la politica ancora con i riflessi del ‘68, ci arrivavano debolmente, però li abbiamo percepiti: era impossibile non impegnarsi.
La mia militanza è sempre stata all’interno della democrazia cristiana, poi nei popolari, nella Margherita e infine sono arrivata al PD. Mi sono considerata a casa nel mio partito, ma libera nelle mie scelte, forse per questo, dopo i miei quattro anni di battaglie all’opposizione nel consiglio comunale, mi sono sentita sfrattata.
Per me era importante andare in prima linea, non si può sempre rimanere in disparte a dire che è colpa di altri se le cose non vanno bene.
Non immaginavo, però, che la mia volontà di occuparmi di Anzio, in maniera diretta, significasse mettermi contro le mafie. Nessuno nella campagna elettorale del 2018, come anche in quelle precedenti, in realtà anche nell’ultima dopo il commissariamento, ha fatto cenno alla presenza di una malavita locale. Ad Anzio abbiamo sempre saputo che c’era la criminalità organizzata di stampo camorristico, chiamiamola così, ma nessun politico ne ha mai parlato, nessuno, nemmeno io. Forse perché la davamo per scontata, ma non sapevamo fino a che punto si potesse infilare nelle maglie della politica locale.
A me ci sono voluti alcuni mesi di consiliatura per capirlo, in un percorso che è iniziato da subito in maniera turbolenta.
Sono subentrata al candidato sindaco Del Giaccio che già in campagna elettorale aveva comunicato che qualora non fosse stato eletto si sarebbe ritirato per non andare in antitesi con il suo lavoro di giornalista. Io ero la prima dei non eletti: con grande emozione ho fatto il mio ingresso sugli scranni dell’opposizione, determinata a svolgere appieno il mio ruolo di controllo, critica e anche propositivo.
Il sindaco si è dimostrato subito polemico nei nostri confronti. Ha avuto la sfortuna di avere un’opposizione molto preparata e anche molto pronta a rispondere: sono iniziati subito dei confronti accesi tra di noi. La prima questione su cui ci siamo scontrati riguardava le quote rose: non erano state rispettate in comune e l’ho fatto subito notare.
Non ho denunciato, invece quello che è accaduto nei giorni successivi a questi primi contrasti. Non credevo potessero esserci collegamenti tra i miei interventi in aula e lo squarcio a tutte le quattro ruote della mia auto. Era luglio, ho pensato che fosse il gesto di qualche adolescente annoiato, c’erano queste bande in giro.
Avevo altro a cui pensare. I temi su cui confrontarsi con la maggioranza erano diversi ed aumentava il grado dello scontro. Prima con l’appalto dell’illuminazione pubblica che è stato assegnato senza un minimo di criterio. Ho denunciato senza giri di parole la mancanza di riscontro con altre ditte, la maggioranza ha rumoreggiato parecchio.
Il punto massimo della reazione l’ho provocato con la discussione sull’appalto per la raccolta dei rifiuti. Ritenevo l’azienda scelta non in grado di fornire un servizio idoneo al comune di Anzio che d’estate raggiunge oltre 100.000 abitanti. Era una ditta abituata a servire i castelli, non avevano mezzi, non avevano niente e lì è cominciata la mia guerra di Piero. Io mi sono battuta nei luoghi delle istituzioni, altri rispondevano anche dai muri della città. Una mattina ci siamo svegliati, trovando tante scritte che mi invitavano a cambiare paese, mi consigliavano di andare via da Anzio, appellandomi spia o infame.
Era luglio del 2020.
A novembre dello stesso anno all’ufficio del protocollo è arrivata una busta per me, dentro c’era un proiettile, senza biglietti o rivendicazioni. Avevo ricevuto altre lettere di minaccia, ma quello era il mio primo proiettile.
Sinceramente all’inizio non ho pensato d’aver fatto un’azione così incisiva da poter stimolare questo tipo di aggressione. Credevo di aver svolto il mio dovere perché l’opposizione questo deve fare: controllare la maggioranza e, laddove la maggioranza faccia degli atti non rispondenti alle necessità e al bene del Paese, deve intervenire. Certo la reazione della maggioranza mi è parsa sinceramente eccessiva.
Ho capito che c’era qualcosa di diverso dallo scontro tra diverse posizioni politiche, quando in Consiglio Comunale ho pronunciato la parola mafia, scatenando il putiferio nell’aula. Ho usato la stessa parola durante la conferenza stampa. In realtà io ho sempre inteso la mafia in un modo diverso da quello che ci portiamo dietro come retaggio. L’avevo spiegato anche in consiglio comunale: per me la mafia è anche un atteggiamento che ad Anzio c’è, c’è sempre stata. È il modo con cui mettono paura per arrivare a zittirti, questo è.
Io intendevo questo.
La reazione è andata oltre le intenzioni delle mie parole: la mafia, intesa come intrecci della malavita con parti dell’amministrazione voleva che la finissi di intromettermi nei loro affari, anche solo ponendo l’attenzione mediatica e politica su di essi.
Quando sono stata chiamata a Roma per andare a parlare con il Prefetto, l’attuale ministro Piantedosi, mi sono resa conto di aver centrato un punto su cui nessuno era voluto arrivare prima.
La Polizia mi ha redarguita per il fatto che io non fossi andata a denunciare lo squarcio delle quattro ruote e mi ha messo sotto sorveglianza, non scorta.
A difendermi speravo fosse il mio paese. Così in parte è stato: mi sono sentita accolta dal paese, capita, compresa e forse anche un po’ protetta. Meno dal mio partito: hanno fatto dichiarazioni di solidarietà, ma non ho potuto contare su una presenza fisica come segnale di vicinanza.
Per carattere sono abituata a non lamentarmi e a non spaventarmi. Speravo, però che la questione non si esaurisse: ormai non era più solo una voce, c’erano troppi indizi che poi sono confermati dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia.
All’alba del 17 febbraio del 2022 i carabinieri del nucleo investigativo della Capitale hanno arrestato oltre sessanta persone. Viene smantellata la rete criminale che faceva capo a cosche della ‘ndrangheta che puntavano a colonizzare il litorale romano, infiltrandosi nelle amministrazioni locali attraverso la gestione e il controllo di attività economiche nei più svariati settori, da quello ittico alla gestione e smaltimento dei rifiuti.
L’indagine, denominata “Tritone”, ha portato anche allo scioglimento per mafia dei comuni di Anzio e Nettuno.
Io mi sono sentita sollevata, non certo sorpresa.
La città invece ha risposto malissimo. In molti hanno pensato che ci fosse stata una macchinazione per infangare il nome di Anzio. Gli operatori economici avevano paura di perdere clienti anziché preoccuparsi che Anzio fosse stata ad un passo dall’essere preda totalmente delle organizzazioni mafiose. C’è ancora poca presa di coscienza da questo punto di vista della situazione.
Anche io d’altronde sono stata incosciente, almeno all’inizio,
In realtà, devo ringraziare la mia famiglia che mi ha permesso di portare avanti le mie battaglie, sentendomi incoraggiata, senza mai far pesare il timore delle conseguenze. Le mie figlie, specialmente la seconda che mi ha detto: “mamma, non ti fermare!”. Avrebbero potuto spingermi a non andare oltre, ma non se ne è mai nemmeno discusso. Abbiamo fatta scivolare le minacce, non gli abbiamo dato importanza più di quello che poi in realtà avevano.
Non avevo messo in conto, che se fossi andata a fare il consigliere comunale mi avrebbero minacciato. Ciò nonostante, non ho mai avuto paura, mai.
È un sentimento che non mi appartiene, quindi non ho mai pensato che potesse succedermi qualcosa di grave, né a me, né alla mia famiglia. Però ripeto, forse questo è stato un mio limite, probabilmente, o la mia fortuna perché sono andata avanti comunque, non mi sono fermata.
Credevo nel mio ruolo politico al servizio della mia città, volevo continuare ad impegnarmi, perché avevo dei progetti per il futuro di Anzio. Li ho ancora. Anzi, penso che per affrontare il fenomeno anche delle infiltrazioni mafiose, servano persone che intendano la politica come ho fatto io. C’è bisogno di figure competenti: la gente dovrebbe votare non per amicizia, conoscenza, favori, richieste. Il lampione contro un voto, la buca della strada contro un altro: uno scambio che trasforma i diritti in favori. C’è bisogno di amministratori con coscienza e con preparazione amministrativa, non gli amici degli amici, eletti perché hanno famiglie numerose. Si devono scegliere amministratori che abbiano una visione, un sogno per la propria città che vada oltre gli slogan da campagna elettorale sulle strade da riparare.
Io non sento di aver fatto nulla di straordinario, ma ho studiato, mi sono informata, ho costruito con coscienza le mie denunce e le ho presentate in maniera puntuale. L’ho fatto perché avevo ed ho idee e progetti per l’Anzio del futuro. Non mi aspettavo tutto quello che mi è successo. Amo passare inosservata, nonostante il mio carattere: tutta questa caciara intorno alla mia persona non l’avrei voluta. Mi piace fare le cose fatte bene, sì, ma non con clamore; quindi, penso di essere stata abbastanza attenzionata dalla società, sono stata su tutti i telegiornali, giornali, televisioni locali e nazionali.
Quanto ho contribuito a scoprire mi ha colpito, infondendomi ancora più voglia di impegnarmi. Sono stata contattata dalla DDA, invitata a Roma, dove sono stata ascoltata circa tre ore. Mi aspettavo che mi chiedessero informazioni sugli amministratori locali, in realtà no, con mia grande meraviglia, le loro domande si sono indirizzate su personaggi che io conosco perché sono di Anzio e svolgevano altre attività. Mi hanno fatto capire che effettivamente sì, la malavita stava proprio troppo vicina, troppo, l’abbiamo quasi toccata con le mani. Loro, i mafiosi, stavano e forse alcuni sono ancora proprio in mezzo a noi, persone normali che noi salutiamo tutti i giorni e magari ci prendiamo anche il caffè insieme. Non sono extraterrestri con due teste e otto mani: otto mani forse sì. Non pensavo che fossero vicini anche al mio mondo.
Diciamo che io non sono stata la prima a intuirlo, ma la prima a sollevare il velo, anzi il piumone.
Allora, questi quattro anni e mezzo di consigliatura che per me dovevano essere una gioia, perché seduta nella massima assise del mio paese, si sono trasformati in una storia più grande di me che ho vissuto sempre con molta discrezione e discrezionalità. Mi ha ferito l’isolamento del mio partito, ma se tornassi indietro rifarei tutto così, perché, pure se sento di aver perso la casa della mia appartenenza politica, non smetto di amare il mio paese, anzi ora, avendolo scoperto così indifeso e a rischio, lo amo ancora di più e continuerò ad impegnarmi per difenderne l’onestà e la bellezza.
L'intervista al Sindaco di Vigonza, Gianmaria Boscaro
Gian Maria Boscaro, sindaco di Vigonza. Con la sua giunta ed un comitato di cittadini si è impegnato per rendere sicura e vivibile una strada del comune, subendo minacce e pesanti intimidazioni da parte dei privati che volevano gestire un luogo pubblico ad uso esclusivo. La sfida collettiva per Via Rigato ha portato alla vittoria istituzionale e civica del rispetto delle regole condivise.
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La legalità si difende strada per strada
Gian Maria Boscaro, sindaco di Vigonza
Via Rigato è una tranquilla strada di campagna della nostra città.
C’è chi ci vive da generazioni e poi ci sono famiglie giovani con bambini che hanno acquistato e restaurato da poco la casa con il giardino dove crescere i propri figli.
Vigonza è così: un comune dove ci si conosce da sempre, si conduce una quotidianità fatta di abitudini semplici, in armonia, nel rispetto degli spazi propri di ognuno.
Non lo dico perché io ne sia il primo cittadino, ma per esperienza, essendo nato e cresciuto qui: la nostra qualità della vita è alta, ci teniamo a difendere i motivi che la rendono tale.
I cittadini sono attenti a quello che accade: se vedono qualcosa che non va lo segnalano a chi di competenza. Dovrebbe essere un comportamento normale, per il quale si aspetta che ne consegua l’interessamento di chi viene interpellato e la pacifica risoluzione dell’eventuale irregolarità.
Lo pensavo anche io, insieme agli abitanti di via Rigato, mentre nessun cittadino di Vigonza avrebbe mai potuto nemmeno immaginare che la nostra città finisse nelle pagine di cronaca dei giornali per i gravi fatti di violenza che si sono verificati negli ultimi mesi.
La notte tra il 15 e il 16 settembre il peggiore, quello che poteva diventare una strage.
Un incendio divampato in pochi minuti ha avvolto la casa dove dormiva una coppia con tre bambini, tra cui una neonata. Il padre ha fatto in tempo a svegliare tutti e uscire, prima che accadesse l’irreparabile.
Quando i vigili del fuoco me lo hanno consentito, per non intralciare il lavoro che li ha impegnati per ore, sono andato a vedere cosa fosse accaduto.
Il tetto della camera dei bambini era crollato a causa delle fiamme.
Ho portato la solidarietà del comune alla famiglia, garantendo loro tutto il supporto possibile, ma non riuscivo a smettere di pensare: come è possibile che nel nostro paese qualcuno abbia voluto provocare un atto così violento e vigliacco!
Come amministrazione ho sollecitato le indagini per stabilire la natura dell’incendio, anche se ho avuto pochi dubbi fosse dolosa. Mi spaventava l’idea, ma non potevo considerare una casualità alla luce di quanto accaduto in precedenza.
Da mesi insieme ai residenti di via Rigato stavamo affrontando una situazione, a tratti paradossale, per difendere la serenità della strada e il rispetto delle regole.
Tutto è cominciato diversi anni prima, ancora prima che io venissi eletto, quando una ditta di autotrasporti ha deciso di posizionare qui il proprio deposito logistico di mezzi pesanti.
L’area era stata acquistata da un fallimento, ma non aveva i requisiti urbanistici per l’insediamento di una attività di questa natura. Da lì inizia l’attività promossa dalla precedente amministrazione di sanzione dell’abuso con l’emanazione di una ordinanza di demolizione delle opere abusive e ripristino dello stato dei luoghi pena il passaggio di proprietà dell’area al Comune.
Quando vengo eletto l’ordinanza era consolidata e non adempiuta e i privati avevano deciso di chiedere al TAR e Consiglio di Stato di valutare la legittimità degli atti comunali. Noi in modo garantista abbiamo sospeso qualsiasi esecuzione per attendere la pronuncia dei giudici.
La sentenza definitiva del Consiglio di Stato sull’area oggetto di contesa legale è arrivata a gennaio ed è stata ancora più impietosa di quanto previsto: l’ordinanza del Comune era pienamente legittima e l’area era già ex lege di proprietà del Comune. A questo punto la palla passa a Prefettura e Questura stante che il Comune non ha gli strumenti operativi per eseguire questo tipo dii sentenze.
Da quel momento sono cominciate le minacce e le vere e proprie azioni intimidatorie.
L’amministrazione non è stato l’unico bersaglio, perché al nostro fianco a chiedere che venisse rispettata al più presto l’ordinanza, c’erano i cittadini residenti nella strada.
Sono loro che dopo la firma dell’atto hanno sollecitato interventi, avviando anche delle azioni giudiziarie autonome che hanno avuto tutte esiti positivi. Non ne potevano più dei mezzi pesanti che iniziavano a passare all’alba, in un viavai continuo fino a sera.
“Siamo di fronte ad una situazione surreale per una zona agricola come via Rigato, rimasta silente per molto tempo e ora finita al centro dell’attenzione su più fronti. Vogliamo tornare alla quiete e tranquillità delle persone, alla sicurezza, salubrità, e vivibilità della zona così com’era prima.”
Nel loro accorato appello facevano riferimento ad un altro grave atto intimidatorio avvenuto nella strada. La notte tra il 30 aprile e il primo maggio, dopo aver scavalcato la recinzione della casa del capo dell’ufficio tecnico del comune, hanno provocato un incendio, cospargendo di liquido infiammabile le due auto di famiglia.
Oltre a distruggerle, sono stati provocati danni anche all’abitazione. Potevano esserci danni molto più gravi di quelli materiali: nella casa dormivano il dirigente, la moglie e i suoceri.
Per fortuna sono rimasti tutti illesi.
Pensavo che avessimo toccato il punto massimo, invece l’ennesimo rogo, senza curarsi nemmeno della possibilità di poter ferire o peggio dei bambini. Proprio la notte prima del 16 settembre, giorno nel quale era in programma l’udienza di parte civile relativa al pignoramento dei beni all’azienda.
Troppi indizi per non collegare le situazioni.
I Carabinieri e la Procura di Padova, che ringrazio, hanno impiegato solo un mese a dare la conferma ai sospetti di molti.
Nella mattinata di sabato 19 ottobre è stata eseguita un’ordinanza emessa dal gip del tribunale di Padova su richiesta della Procura con la quale è stata disposta la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di due persone per i reati di atti persecutori e incendio.
Si tratta di due uomini rispettivamente di 67 e 35 anni appartenenti alla medesima famiglia, proprietaria dell’azienda dei trasporti.
Ho espresso i miei ringraziamenti e tirato un sospiro di sollievo, ma certo non ho provato soddisfazione.
Come potrei essere contento nel sapere che due persone si sono resi artefici di un tale attacco contro altri concittadini.
E per cosa poi? Cosa hanno risolto? la loro situazione si è aggravata sempre di più. Se la sono presa con i più fragili, con le famiglie che hanno utilizzato i mezzi leciti: hanno sporto denunce agli organi competenti e promosso cause rivolgendosi ai competenti Tribunali, senza compiere nessun gesto diretto contro l’azienda. Anzi, hanno atteso che ci fosse un provvedimento ufficiale prima di chiedere nuovamente un intervento alle istituzioni.
Hanno minacciato e attaccato un dipendente del comune che ha solo dato seguito ad una sentenza del Consiglio di Stato. So bene quali siano i limiti dei compiti di un amministratore: ho cercato di attenermi anche in questo caso alle regole anche in momenti difficili in cui sembrava inutile tutelare lo stato di diritto.
Ho scelto di essere sindaco perché credo sia mio dovere difendere il mio comune che non è terra di illegalità e la mia comunità che è formata da brava gente ed onesti lavoratori. Non potevo accettare che qualche criminale ci tenesse sotto scacco.
Questa mia determinazione è stata rafforzata dall’appoggio della mia famiglia e dei cittadini che non è mai mancato.
Forse pensavano che ci saremmo arresi per paura.
Dalle intercettazioni attivate durante le indagini è emerso che i due avessero messo nel mirino anche la mia auto, motivo per cui mi è stata assegnata una vigilanza notturna. Ringrazio i carabinieri per questa tutela che mi rafforza nell’andare avanti affinché a Vigonza non ci siano timori a far rispettare le regole.
Chi credeva di imporre i propri interessi personali con la forza ha sottovalutato la forza di una comunità sana che non accetta soprusi e si muove compatta contro chi li mette in atto.
Visto che noi siamo diversi, nonostante i danni gravi che hanno arrecato, non invochiamo vendetta, ma giustizia.
Mi auguro che per i gli imputati si apra un percorso di consapevolezza che li possa portare a capire il valore della convivenza civile e a desistere dal proseguire con minacce e intenti persecutori.
Cosa resta per me di questa storia?
La consapevolezza che se non fossimo stati attenti, se non avessimo attivato gli strumenti a nostra disposizione, se ci fossimo rassegnati per difendere ognuno il proprio giardino senza occuparsi delle sorti del vicino, avremmo consentito di trasformare la natura della nostra città.
Come sindaco, sono fiero della mia comunità, spero di continuare a meritare la fiducia dei miei cittadini che resta il faro di un rapporto reciproco su cui voglio proseguire il mio lavoro.
Camminando per via Rigato si torna a respirare l’aria serena di una strada di campagna in cui comunque è accaduto qualcosa di grave che avrebbe potuto rappresentare la via d’accesso ad un modo criminale di gestire la convivenza con gli altri.
Spero si chiuda presto, definitivamente, questa brutta pagina. Soprattutto mi auguro che le famiglie, vittime dei danni maggiori, riescano lentamente a dimenticare il trauma di quanto hanno subito e ritornino a dormire tranquilli nelle proprie case.
L'intervista al Sindaco di Buccinasco, Rino Pruiti
Rino Pruiti, sindaco del comune di Buccinasco. Ha subito minacce e intimidazioni, dirette e via social, per l’impegno costante a liberare il comune amministrato dalla presenza ingombrante di rappresentanti di spicco della ’ndrangheta. La giunta ha portato avanti, in collaborazione con associazioni e cittadini, progetti di sensibilizzazione contro la violenza e gestito nella massima trasparenza i beni della comunità, tra i quali anche quelli confiscati al boss sotto sorveglianza, ancora residente in città. È stato nominato consigliere delegato alla commissione parlamentare sul bene pubblico.
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Buccinasco non è terra di ‘ndrangheta
Rino Pruiti, sindaco del comune di Buccinasco dal 2017
“Io non sono il sindaco di tutti: non sono il sindaco dei mafiosi; non sono il sindaco di razzisti e omofobi; non sono il sindaco dei delinquenti; non sono e non sarò mai il Sindaco di chi evade le tasse. Di tutti questi, ricordatevelo, io sarò sempre il nemico “irriducibile”!”
Avrei potuto usare toni diversi per presentarmi ai cittadini subito dopo la mia elezione come primo cittadino di Buccinasco: ho scelto, invece, di inviare un messaggio chiaro. Una dichiarazione di intenti che ho espresso con nettezza anche durante la mia prima campagna elettorale. Non sono mancate le immediate risposte: un mirino disegnato sulla fronte nella mia immagine nei manifesti affissi in città.
È palese che se mi fossi fatto fermare dalle minacce non avrei cominciato nemmeno la mia storia di sindaco.
Non nego la frustrazione per non essere ancora riuscito a mutare completamente il clima di odio rivolto da alcuni verso le istituzioni locali, ma resisto, consapevole che la maggior parte della mia comunità sia composta da persone oneste con le quali proseguire un cammino di cambiamento.
Continuo ad indignarmi ogni volta che mi mandano segnali più o meno inequivocabili per dimostrare che non si arrendono a perdere il controllo del territorio. Trovo, però, sempre la forza di reagire nella maniera che reputo migliore in una società che riconosce ruoli e responsabilità.
Sono il sindaco, ma sono prima di tutto un cittadino: se ricevo un torto o minacciano di farmene uno, so che devo denunciare alle forze di polizia. Un meccanismo che avrei preferito non rientrasse tra i compiti quotidiani da svolgere nella mia funzione, eppure lo è diventato. Loro attaccano dai social o con mezzi più tangibili, io rispondo.
L’ultimo, in ordine di tempo, è stato un biglietto, lasciato sul parabrezza della mia auto a dicembre[1] . Inequivocabile il contenuto “Fatti di ca**i tuoi o finisci al cimitero, vattene me*da di uomo”.
Parole esplicite, diverse, nel tono e nella forma, ma uguali negli intenti a quelle che mi ha voluto far recapitare Rocco Papalia[2] dai suoi legali all’inizio del mio mandato.
Come per tutti gli episodi di intimidazione che si sono verificati in questi anni non appena raccolta la lettera anonima, ho presentato denuncia alla Polizia locale e le indagini sono in corso. Alla lettera del boss ho scelto invece di rispondere pubblicamente dal sito del comune, affinché i cittadini comprendessero la volontà a proseguire l’azione già intrapresa dalla precedente giunta per rimuovere quella cappa di soggezione e controllo, instaurata da uno dei capi riconosciuti della ‘ndrangheta e dagli uomini e dalle donne ai suoi comandi.
Il “padrino”, come lo chiamavano anche nelle nostre strade, uscito dal carcere dopo aver scontato venticinque anni di carcere per omicidio, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e sequestro di persone è tornato a Buccinasco, sottoposto a un regime di sorveglianza speciale perché ritenuto “socialmente pericoloso”. Prima di rientrare, ha ritenuto lecito farmi chiedere ufficialmente di rispettare la sua privacy. Si sentiva vittima dei media e si è appellato a me, premurandosi di ricordare i miei doveri. Mi è rimasto impresso un passaggio nel quale faceva rimarcare: “di avere anche il diritto al rispetto di quella sfera di intangibilità che ci rende un Paese – auspicabilmente – civile”.
Indimenticabili le conclusioni, manifesto dell’arroganza e dell’assenza di vergogna: “proprio in nome di quella pace sociale da tutti doverosamente inseguita, e di là di intemperanze dei mezzi di comunicazione, ci appelliamo dunque a Lei per condividere i medesimi auspici”.
Ci vuole la sua faccia e anche quella dei suoi legali per arrivare a tanto. Era estate, l’unica settimana di ferie che mi ero concesso, ma non ho potuto attendere per inviare una risposta che ho voluto fosse pubblica.
“No. Buccinasco non starà in silenzio, Buccinasco non potrà mai considerare Rocco Papalia come un cittadino uguale agli altri, perché lui non lo è. Non possiamo far finta di niente e dimenticarcene, tutt’altro, noi lo vogliamo far sapere a tutti, vogliamo far conoscere la storia della ‘Platì del Nord’, un appellativo che non abbiamo scelto noi e non ci piace ma che non possiamo ignorare”.
Invitai Papalia a chiedere scusa alla nostra città per il male che ci ha fatto, un pentimento per le sue azioni. La mia lettera di risposta i suoi avvocati non l’hanno protocollata. La corrispondenza tra il boss e l’amministrazione è finita così.
Non si è preso l’ultima parola e nemmeno il silenzio.
Negli anni abbiamo moltiplicato le iniziative di sensibilizzazione contro le mafie anche nella villa confiscata di via Nearco, accanto a dove vive Papalia. Oltre a portare avanti progetti concreti che hanno migliorato l’aspetto della nostra città e la qualità della vita dei cittadini. Tutto nel rispetto delle regole.
Sapevo e so che c’è quella parte minoritaria a cui non va giù. Non trovando strade reali attraverso cui screditarmi, hanno agito di fantasia, animando una tenace macchina del fango contro la mia vita privata e personale.
Una serie continue di mail negli ultimi mesi, utilizzando persino l’intelligenza artificiale per attribuirmi comportamenti squallidi tesi a delegittimarmi. Lo hanno fatto coperti dall’anonimato, ma io, che non ho nulla da nascondere, ho risposto nuovamente in maniera pubblica. Non mi intimidisce l’arma della peggior retorica mafiosa e confido nel lavoro investigativo delle forze dell’ordine per individuare i responsabili di questo ennesimo tentativo di fermare il lavoro della mia giunta.
Mi dispiace e tanto, che le persone a me care, i miei famigliari, i collaboratori, debbano subire un simile attacco: lettere anonime, e-mail con contenuti offensivi nei miei confronti sono state spedite a coloro che mi sono più vicini, nella vita personale come nell’attività politica.
[1] Il 3 dicembre del 2024 Rino Pruiti trova un biglietto minatorio sul parabrezza della propria auto parcheggiata vicino casa.
[2] Rocco Papalia considerato dagli inquirenti il boss della ’ndrangheta in Lombardia. Più volte al centro di decine di indagini, Papalia ha passato più di 25 anni della sua vita in carcere per condanne passate in giudicato per omicidio, sequestri di persona, traffico di droga e di armi.
Ho sporto querela. Resta l’amarezza, ma prevale la voglia di giustizia e soprattutto la determinazione a non fermarsi. In questi anni il comune è cambiato: i cittadini hanno percepito un modo diverso di occuparsi della tutela dei loro diritti. Abbiamo messo in atto una politica nella quale ci fossero forti attività tese a consolidare l’idea di una cultura della convivenza civile libera dai condizionamenti mafiosi, con una formazione continua sui temi della legalità a partire dalle scuole. Allo stesso tempo abbiamo dimostrato come le tasse dei cittadini avessero un riscontro reale nel miglioramento dei servizi a loro disposizione, scongiurando il fenomeno dell’evasione e rafforzando la fiducia nelle istituzioni.
Sono aumentate consapevolezza e partecipazione, sono diminuite indifferenza e rassegnazione. Risultati che si leggono nei numeri: alle elezioni di giugno del 2022 c’è stata una conferma superiore ad ogni previsione. A partire dall’affluenza: oltre il 50% della popolazione è andata a votare. Il 60%, maggioranza schiacciante e trasversale, ha espresso la volontà che continuassimo ad amministrare Buccinasco, con i nostri metodi che sono quelli propri di uno Stato civile e democratico.
Abbiamo ascoltato e continuiamo ad ascoltare le esigenze dei cittadini ogni giorno e proviamo a indicare un percorso, magari lento, ma efficace, che dimostri come la fiducia nell’amministrazione sia ben riposta e non ci sia bisogno di rivolgersi ad altri per ottenere ciò di cui si ha bisogno.
Con i miei collaboratori andiamo nelle scuole e nei mercati, non restiamo chiusi nei nostri uffici. Serve una comunicazione costante che dimostri l’impegno dell’amministrazione sulle esigenze correnti e sulle modalità legali per affrontarle. Non si può abbassare la guardia né tantomeno consentire si torni a pensare che le mafie non siano un problema concreto per il territorio in cui si insinuano. È una sfida all’indifferenza che spesso ha portato, anche nella mia città, a credere che si trattasse di una fissazione del sindaco, mentre il mio compito dovesse limitarsi ad occuparmi solo delle buche da asfaltare o della sicurezza stradale.
La mattina dell’undici ottobre del 2021 la conferma della presenza della criminalità si è mostrata nella maniera più violenta, mettendo a rischio l’incolumità dei cittadini.
I killer che hanno ucciso il pregiudicato Paolo Salvaggio[1], hanno sparato in pieno giorno in una strada trafficata mentre arrivava un autobus, a pochi passi dal nostro bellissimo parco, tra i più frequentati in città. Buccinasco di nuovo come in un film che in molti pensavano relegato solo in luoghi lontani. Scena da regolamento di conti in piena regola.
È la strategia mafiosa che si basa sulla convenienza, sul silenzio e sulla paura. Di fronte ad essa la buca sistemata, il giardino curato, l’assistenza ai più deboli non bastano, ci vuole la presenza di un’amministrazione attenta a prevenire e gestire con forza l’azione e la risposta anche quando il proprio territorio viene duramente colpito.
Il mio ruolo di sindaco allora non si può esaurire nello svolgimento delle pratiche quotidiane, ma deve affiancarsi ad un controllo che a volte si fa anche indagine a partire da un cognome, un collegamento che può apparire ad occhio disattento insignificante; invece, nasconde l’inizio di un possibile processo di infiltrazione.
Oltre all’istinto serve formazione: insieme ai miei collaboratori partecipiamo a diversi corsi per accentuare le conoscenze e aumentare le capacità di percezione.
Noi facciamo il nostro dovere senza sentirci per questo degli eroi: chiediamo di non essere lasciati soli. Sappiamo bene che l’impegno deve essere quotidiano e costante. Vorrei che il messaggio fosse chiaro anche al resto delle istituzioni: contro le mafie è necessario un lavoro collettivo. Ci deve essere un rapporto di reciprocità e fiducia tra comune, Prefettura e Magistratura. Un’alta percentuale delle operazioni di polizia che si sono svolte nel territorio è partita da nostre segnalazioni. Rientra tra gli obblighi a cui credo dobbiamo ottemperare, anche se non sempre siamo in grado di arrivare in tempo e prevenire un’azione che già è cominciata, per cui bisognerebbe aumentare la collaborazione, nel rispetto dei reciproci ruoli.
Un comune deve prima di tutto prendere atto dei suoi limiti e delle sue risorse: strutturare al meglio il proprio personale, progettare e laddove è necessario saper anche copiare le buone prassi. Sono stato nominato consigliere delegato alla commissione parlamentare sul bene pubblico: è un’altra opportunità insieme all’appartenenza alla rete nazionale di Avviso Pubblico per consolidare la capacità di prendere spunti da altri enti.
Ci sono idee che possono funzionare anche in contesti diversi da quelli di partenza: sta a noi provare. Un comune con minori risorse può e deve farsi aiutare dalle altre istituzioni per mettere in pratica progettualità di cui ha bisogno. È un lavoro che deve vedere anche i dipendenti coinvolti e motivati. L’importanza di occhi e orecchie attente nel territorio può far la differenza nelle strategie di prevenzione alle infiltrazioni criminali. Nei comuni piccoli c’è una conoscenza maggiore che consente a chi ha un ruolo all’interno dell’amministrazione di sviluppare prima meccanismi di allerta che poi, d’intesa con il sindaco e con le altre istituzioni coinvolte, creano un meccanismo virtuoso, necessario.
Un evidente banco di prova è la gestione dell’intero percorso che consente ai beni in possesso alle mafie di tornare alla comunità. Spesso il primo passo è svolto proprio all’interno del comune dove gli uffici sono in grado di verificare le identità dei proprietari di una casa o di un terreno, le pratiche richieste e ottenute su di esso, segnalando irregolarità. Da qui comincia un iter che coinvolge magistratura, forze di polizia, ma anche la Regione e organi di governo per consentire non solo di confiscare il bene ma anche di utilizzarlo a servizio della cittadinanza e impedire che torni in possesso della criminalità.
Sul territorio del Comune di Buccinasco se ne contano già circa trenta di beni confiscati: più di uno ogni mille abitanti. È un dato a cui teniamo molto, perché quando un bene viene tolto ai mafiosi, significa che lo Stato vince, che lo Stato c’è e tutela il bene comune. Una struttura dedicata all’accoglienza e alla cura delle donne vittime di violenza, uno spazio gestito dagli scout, centri culturali o assegnati in gestione ad associazioni laiche o religiose: abbiamo lavorato affinché si capisse in maniera chiara che si è tolto ai mafiosi per ridare alla città.
Non sempre tutto va come dovrebbe: è in quel caso che l’impegno deve essere massimo per bloccare la beffa.
Penso alla villa dei Papalia in via Nearco. Per un errore del Demanio la villetta confiscata venne divisa, lasciando le parti in comune, tra cui il cortile, agli esponenti del clan. Finché il boss è stato in carcere il cortile era diventato uno spazio per dibattiti e iniziative antimafia. Quando Papalia è tornato in libertà, la moglie ha avviato una causa civile per buttare giù il cancello d’accesso al cortile: un limite, per me simbolico e invalicabile.
Il Tribunale civile ha dato ragione ai Papalia e, confidando poco in una sentenza di appello che sarebbe arrivata dopo troppo tempo, ho rimesso il bene nelle mani dello Stato, escludendo di poterlo condividere con la mafia. Il prefetto di Milano, Renato Saccone ha espresso la volontà di destinare l’immobile, tramite la Diaconia valdese, alle persone in fuga dall’Ucraina. Una buona conclusione per una storia che poteva avere risvolti inquietanti agli occhi della criminalità e della cittadinanza. Non vogliamo avere a che fare con i Papalia, la gestione sarà esclusivamente dei valdesi, sulla cui dirittura morale non ci sono dubbi, che non dovranno riferire a noi ma alle autorità preposte, tra cui la Prefettura.
La strada non è mai in discesa, ma percorrerla insieme aiuta a dimostrare che si può fare: lo Stato, grazie alla sua rappresentanza nei diversi livelli, non cede davanti all’arroganza e violenza mafiosa.
Sono sindaco di Buccinasco dal 2017 dopo essere stato assessore, consigliere di opposizione, vicesindaco: ho dimostrato nei fatti quanto sia legato al mio comune, voglio continuare ad occuparmene, senza passi indietro nel rispetto delle leggi e dei diritti di tutti i cittadini onesti, non mafiosi, non razzisti, non evasori.
[1] Paolo Salvaggio, 60 anni, è stato ucciso pochissimi minuti dopo le 10, l’11 ottobre 2021, mentre pedalava in bicicletta vicino a casa. Si trovava agli arresti domiciliari con il permesso di uscire proprio dalle 10 alle 12. In passato la vittima era stata coinvolta nei traffici di droga del clan Barbaro-Papalia, con relazioni anche col clan dei catanesi di Angelo Epaminonda. A due anni dall’omicidio i carabinieri del comando provinciale di Milano hanno arrestato Benedetto Marino, già pregiudicato per reati contro il patrimonio, responsabile secondo il nucleo investigativo di avere fatto da autista a uno dei killer che a bordo di uno scooter ha sparato a Salvaggio. L’arresto è stato eseguito in Sicilia, in provincia di Catania, su ordine di custodia cautelare in carcere del Tribunale di Milano. Secondo quanto emerge dalle indagini l’omicidio sarebbe stato una vendetta personale a seguito di liti nate in carcere.
L'intervista alla Sindaca di Lonate Pozzolo, Elena Carraro
Elena Carraro, sindaco di Lonate Pozzolo. Sin dalla campagna elettorale ha subito attacchi e insulti diretti e via social, fino a quando non ha presentato denuncia agli organi competenti per riprendere la sua attività in maniera serena e rispettosa.
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Minacce e offese non sono strumenti di democrazia
Elena Carraro, sindaco di Lonate Pozzolo
L’immagine di un mio manifesto, fotografato capovolto per evocare la fine di Benito Mussolini in piazzale Loreto. La mia campagna elettorale è iniziata con questo segnale, lanciato da una pagina social. Avevo presentato il programma, puntuale su temi e questioni che avrei voluto affrontare come sindaco, senza offendere o attaccare nessuno, non mi aspettavo, quindi di ricevere una lunga serie di provocazioni, insulti al mio impegno politico e alla mia vita privata, quando non proprio vere minacce.
Hanno usato linguaggi e mezzi diversi per recapitarmi messaggi ostili.
Ero nel mio posto di lavoro quando ho risposto al telefono e ho sentito il sottofondo di Profondo rosso.
Si è creato un clima molto poco sereno anche contro alcuni degli altri candidati nella mia lista. Una tensione che è aumentata di intensità quando ho vinto le elezioni.
Non si poteva continuare, considerando normale un livello così basso e continuo di attacchi verso chi rappresentava un’istituzione. Ho messo insieme una raccolta inquietante di screen shot, foto, post che ho aggiunto alla denuncia presentata alla Polizia postale, già al lavoro per capire se ci fossero i termini per chiudere il profilo social dal quale partivano il maggior numero di offese.
La pagina è stata chiusa, come era giusto si facesse, per evitare che anche altri potessero subire un trattamento simile a quello che hanno riservato a me e che purtroppo ha colpito anche i miei famigliari. È l’aspetto principale che poteva farmi vacillare e che forse tiene lontani dalla politica: il coinvolgimento della sfera privata negli scontri pubblici. È inevitabile che l’impegno politico si leghi al lavoro e alla cura della famiglia, ma questa rischia di far soffrire delle conseguenze della scelta coloro che dovrebbero essere tenuti fuori.
Io ho potuto sempre contare sull’appoggio di mio marito e di mio figlio. Grazie a loro ho potuto superare episodi spiacevoli, accaduti anche prima che decidessi di candidarmi come sindaco.
Quando ero consigliera nel comune di Vizzola Ticino ho ricevuto diverse lettere anonime contro il mio impegno attivo nel territorio.
Ricordo l’ultima, a giugno del 2021, recapitata direttamente a casa.
Sul foglio due semplici frasi: “Pensi di essere furba, noi lo siamo di più. Stai attenta a quello che fai”.
Ho sporto subito denuncia, un atto dovuto. Ho scelto di parlarne in un post sulla mia pagina social per dimostrare che non mi facevo spaventare, anzi volevo fosse chiaro il messaggio che chiunque voleva intimorirmi purtroppo non avrebbe ottenuto niente.
Sono andata avanti sempre per la mia strada.
È l’unica modalità che conosco per svolgere il mio ruolo nella comunità. Grazie alla determinazione e alla consapevolezza di essere onesta e chiara con i cittadini ho retto le tensioni della campagna elettorale senza scendere allo stesso livello di chi mi attaccava.
È stata una palestra che mi ha preparato ad affrontare anche quanto mi è accaduto una volta eletta.
Durante il mandato di sindaco capita spesso, ultimamente, che i giudici tutelari affidino una persona fragile affinché, il sindaco, ne diventi amministratore di sostegno. Il più delle volte il percorso è lineare, ci sono i servizi sociali che comunque aiutano, altre volte, la gestione è più complessa. Capita che ci siano i famigliari che non accettano l’amministratore di sostegno, allora iniziano le difficoltà.
Nel mio caso era il fratello del signore che amministravo: ha messo in atto una vera e propria azione di stalkeraggio nei miei confronti e in quelli dei dipendenti comunali. Ho resistito a denunciare perché avevo compreso la situazione di difficoltà nella quale si trovava anche lui, ma avevo segnalato ai carabinieri: sentivo che potevano esserci rischi che non si fermasse alle parole.
Così è stato purtroppo.
Una sera di novembre del 2024 ero ad una cena dopo il lavoro. Il personaggio che puntualmente non mi aveva fatto mancare insulti via mail e telefonici, è entrato nel locale. Si è avvicinato al mio tavolo per cenare, anche se c’erano altri tavoli liberi: si è seduto proprio di fianco e ha iniziato, a voce alta, a usare appellativi offensivi verso di me, aggiungendo minacce velate, puntandomi il dito contro. I Carabinieri mi avevano consigliato di tenere sempre il numero del 112 pronto sul telefono e così ho fatto: ho chiamato ed è arrivata la pattuglia in un attimo. C’è stato uno scontro con gli stessi carabinieri. Alla fine, è stato arrestato.
Le minacce sono continuate anche dopo, fino alla decisione dei giudici tutelari di togliermi l’incarico di amministratore di sostegno.
Ad oggi, su questo versante, posso stare tranquilla.
È stato un anno pesante, nel quale credo che essere una donna abbia avuto delle implicazioni. Ho percepito che ancora ci siano diversi comportamenti verso una figura istituzionale di sesso femminile. C’è chi pensa sia tutto lecito perché “tanto è una donna, anche se le diciamo qualcosa che non conviene, cosa vuoi che mi faccia?”
Non si tratta solo di pregiudizi, ma anche di azioni gravi perché ledono la serenità di chi sceglie di mettersi a disposizione del proprio comune con tutto ciò che questa decisione comporta
Fare il sindaco anche in un paese medio piccolo come Lonate Pozzolo, che ha circa 12 mila abitanti, ti mette a stretto contatto con la cittadinanza.
La figura del sindaco è la persona a cui tutti fanno riferimento, nel bene e nel male.
Si diventa la prima persona a cui chiedere e il diretto bersaglio quando ci sono problemi, dai più piccoli a quelli più complessi. È dovere del sindaco riparare le strade, colpa sua se c’è una buca; sua la responsabilità se una famiglia in difficoltà non riesce ad ottenere risposte adeguate dai servizi sociali.
Quando vai al bar a far colazione c’è la fila di persone come se fossi dal medico: “sindaco ho bisogno di questo, sindaco mi puoi aiutare?”. Peccato che non siamo onnipotenti e siamo messi in condizioni nelle quali è sempre più complicato trovare percorsi per rispondere rapidamente alle esigenze dei cittadini.
L’eccessivo carico di cui si viene investiti, temo possa allontanare dalla scelta di impegnarsi in prima persona. A Lonate, nelle ultime elezioni, si sono presentate quattro liste elettorali, però oggettivamente non è stato facile reclutare le persone che scegliessero di spendere parte della propria vita per aiutare la comunità, soprattutto tra i giovani.
La mia volontà è far capire che le difficoltà si superano proprio grazie al supporto della cittadinanza, soprattutto se si riesce a creare un rapporto di fiducia. Vorrei mettere la mia esperienza, anche quella vissuta negli episodi più duri, al servizio di questa visione.
La vicinanza delle persone è stata determinante per me, a partire dai dipendenti comunali con cui ho condiviso gli attacchi quotidiani, sia per il mio ruolo di amministratori di sostegno, sia per quello di sindaco. Siamo stati vittime insieme ed insieme abbiamo risposto per continuare a lavorare senza farci condizionare.
Non solo. Ho potuto contare sulla solidarietà dei cittadini di Lonate. Non sono mancati segnali tangibili di solidarietà in una stretta di mano o in un abbraccio, anche durante una passeggiata in centro.
Mi ha confortato la vicinanza di colleghe della coalizione: una domenica in un gazebo sono venute in tante per esprimermi sostegno, solidarietà e dimostrare la loro unità contro ogni genere di violenza, anche verbale.
Spero di aver dato l’esempio corretto nell’affrontare questo primo anno e mezzo di amministrazione.
Devo ringraziare le forze di polizia. C’è chi dice che denunciare non serve a nulla, perché la polizia non fa niente e non cambia la situazione. Non è così, lo so da sempre e ne ho avuto la conferma: la polizia deve essere messa nelle condizioni di conoscere quello che realmente sta succedendo, se nessuno denuncia loro non possono agire, quindi la denuncia è fondamentale.
Nel mio caso ha garantito di poter proseguire il mio percorso di amministratrice serenamente.
Non mancheranno momenti difficili, fa parte del mio ruolo e della mia scelta di impegnarmi per il mio comune. Risponderò ad altre critiche, ma mi auguro che non venga più meno la lealtà del confronto, senza insulti e senza minacce.
L'intervista al Sindaco di San Giuseppe Jato, Giuseppe Siviglia
Giuseppe Siviglia, sindaco di San Giuseppe Jato. Ha accettato di ricandidarsi nel 2021 dopo lo scioglimento per mafia del comune, è stato sindaco anche dal 2002 al 2007. Durante il suo primo mandato ha subito intimidazioni ed un attentato da parte di rappresentanti dei clan mafiosi per non aver accolto richieste e ceduto ai loro interessi. Le modalità di amministrare in maniera libera da condizionamenti hanno portato ulteriori minacce verso la sua giunta anche nel corso di questa nuova consiliatura.
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Il comune riparte dai giovani
Giuseppe Siviglia, sindaco di San Giuseppe Jato
“Sindaco, possiamo organizzare il nostro campo nel giardino della memoria?”
Gli scout mi hanno rivolto una richiesta che reputavano normale: c’è un grande parco nella città e loro avevano bisogno di uno spazio aperto per stare insieme. Io, invece, ho tentennato. “Ma siete sicuri di voler fare un campo scout proprio lì?” Ho chiesto loro e poi ho domandato a me stesso: “io manderei mio figlio a passar la notte nel luogo in cui è stato sciolto nell’acido un bambino poco più piccolo di lui?[1]”
Avevo il dubbio che potesse stonare anche agli occhi della cittadinanza: trasformare un posto così evocativo della storia dolorosa del nostro paese in un ritrovo di ragazzi che giocano, cantano, stanno insieme.
Sono contento di essermi fatto convincere dagli scout. L’ultimo giorno della loro iniziativa, la sera, siamo stati invitati per fare un saluto. Ho provato una sensazione profonda, non più di angoscia, ma di sollievo. Proprio lì, dove la gioia naturale di un bambino era stata spezzata dall’orribile violenza degli adulti, i suoi coetanei tornavano finalmente a farla rivivere.
Avevamo già lavorato come amministrazione ad abbellire il più possibile il giardino, mancava un elemento immateriale, fondamentale: l’allegria di chi lo rendesse colorato, rumoroso, vivo.
Quel giorno stesso ho dichiarato che avevo ricevuto una grande lezione da quei ragazzi. Li ho voluto premiare, dando loro un attestato di stima ufficiale. Ho fatto una delibera di giunta e organizzato una manifestazione pubblica per consegnare una pergamena, nominativa, ragazzo per ragazzo, affinché possano ricordare quanto sono riusciti a fare per il nostro paese.
Vorrei che fossero loro il volto di San Giuseppe Jato. L’impegno e l’entusiasmo delle ragazze e dei ragazzi che qui studiano, si impegnano e possono portare il nome della nostra piccola cittadina con orgoglio nei loro percorsi futuri. Sono certo sia uno dei modi più efficaci per scansare dalla mente e dagli occhi le immagini che ancora in tanti collegano ai nostri luoghi.
San Giuseppe Jato, nel passato recente faceva paura pronunciare solo il nome. Siamo stati per troppo tempo solo il paese di mafia, dove si uccidono pure i bambini.
L’omicidio del piccolo Di Matteo è una ferita alla civiltà di un popolo che resta indelebile nella memoria collettiva.
Per la maggior parte dei miei concittadini è un dolore che non passerà, ma che resta anche come stimolo a reagire contro ogni comportamento che possa rifarsi al modello di quegli orribili vigliacchi che si macchiarono di un delitto tanto atroce. Alcuni, che purtroppo ancora non riescono a fare i conti con la storia e rimangono immersi in una cultura di odio e di sopraffazione, preferirebbero si dimenticasse, che si finisse di parlare degli assassini mafiosi di Giuseppe Di Matteo.
Il presidente del consiglio comunale li ha definiti “bestie, animali” nel suo intervento durante la manifestazione che abbiamo organizzato, l’11 gennaio del 2024, a 28 anni dall’omicidio del piccolo Di Matteo, per inaugurare la risistemazione del parco a lui dedicato. Erano presenti autorità civili e militari e forse qualcuno che si è sentito chiamato in causa e offeso dalle dure parole di condanna pronunciate.
Che poi comparare gli animali ad esseri che hanno rapito, tenuto sottoterra, strangolato e sciolto nell’acido un bambino, mi sembra quasi li nobiliti. Non l’hanno letta in questo modo coloro che, a qualche mese dall’evento, hanno inviato in comune un facsimile della recente campagna elettorale con gli occhi del presidente del consiglio bucati, scrivendo sopra minacce a lui e a tutta l’amministrazione.
Il Presidente del Consiglio è da poco in politica, non è abituato a subire queste intimidazioni, si è preoccupato molto, soprattutto per la sua famiglia. Io, invece, sono un veterano, sia come sindaco, sia come minacciato e aggredito, quindi ho avuto una reazione diversa. So che non bisogna mai sottovalutare e prendere con leggerezza, ma, allo stesso tempo, mantenere la calma e l’equilibrio e soprattutto intraprendere subito un’azione forte di risposta.
Questa gente bisogna tenerla abbastanza lontana e ignorarla, ma contestualmente fare capire che non ci fa paura. Abbiamo dalla nostra parte le forze dell’ordine che non ci hanno mai abbandonato. Ci hanno sempre garantito attenzione e tutela. Il nostro territorio è un territorio particolare: dipendiamo dal comando dei carabinieri di Monreale, una compagnia che ha pagato un tributo molto alto per quanto riguarda la caccia ai latitanti e alla criminalità organizzata. Non possiamo dimenticare il capitano Basile, il capitano D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici[2]: sono nella memoria e soprattutto nel cuore, perché hanno pagato con la vita per difendere noi e il nostro paese. La Compagnia è composta ancora oggi da personale molto qualificato e specializzato.
La mattina in cui abbiamo ricevuto la lettera, ho immediatamente avvertito il Comandante della Stazione dei Carabinieri, e abbiamo indetto un Consiglio Comunale straordinario. Intanto abbiamo ricevuto tante attestazioni di solidarietà a partire dalla Regione al Presidente della Commissione antimafia; le associazioni, i partiti e la società civile. C’è stata una partecipazione anche dei cittadini, perché la stragrande maggioranza sono persone perbene, sensibili, quindi hanno capito che questa cappa della mafia che sempre ci opprime deve definitivamente andare via.
Abbiamo raggiunto risultati importanti grazie al lavoro delle forze di polizia, della magistratura insieme all’impegno delle componenti sane della società jatina, non si può tornare indietro. Abbiamo dato i natali e visto crescere i grossi boss, quelli di cui conosciamo bene nome, storia, reati e condanne. Ora c’è una microcriminalità che probabilmente si atteggia: tentano di sostituire tutta quella “classe dirigente della cupola” che sono convinto per certi versi continui anche ad aver attenzione per il nostro territorio. Non hanno interessi diretti nel nostro comune, ma non dobbiamo sottovalutare il sottobosco che tenta di crescere, perché il DNA e la mentalità sono sempre quelle: non va assolutamente abbassata la guardia. Tutte quelle attività che ci possono essere di supporto, come quelle di Libera e di Avviso pubblico, sono ben accette, guai se non ci fossero, perché riescono a sensibilizzare anche e a forgiare la nuova società che nasce.
Ribadisco che si deve lavorare sul tessuto giovane, attaccando quello più ingiallito, più duro, resistente in una zona grigia che può fare molto danno. L’omertà, la cura esclusiva per i propri interessi e il disinteresse per gli altri rende questo pezzo di società non matura abbastanza per capire che continua a fare del male. Spesso noto, anche nelle piccole cose, una difficoltà a ricevere collaborazione: se si vede un incidente stradale, se c’è un danno pubblico, non si riesce mai a sapere la verità, a trovare una persona che dica come sono andate le cose, perché non si vogliono fastidi, ma una vita tranquilla e serena.
Se si vuole veramente una vita tranquilla e serena dobbiamo fare un investimento: il nostro è quello nelle nuove generazioni attraverso l’esempio.
Ero un ragazzo come loro quando è iniziato il mio lungo calvario contro le mafie. So bene sulla mia pelle quanto sia stato difficile resistere all’istinto di scappare da tutto e da tutti, quanto abbia contato avere accanto poche, ma preziose persone a supportare il mio percorso di vita e professionale e quanto siano stati fondamentali l’educazione e l’esempio della mia famiglia, dai miei nonni ai genitori.
Avevo 16 anni, la notte che hanno dato fuoco dietro la porta di casa, mettendo dei copertoni di macchina pieni di gasolio. Abbiamo rischiato tutti di morire: arrivava questa fuliggine nera che non ci consentiva di respirare. Ci siamo salvati perché c’era una seconda uscita da cui siamo riusciti a scappare. Mio padre era amministratore di questo comune: qualcuno voleva fargli pagare un favore non concesso con i metodi che ho imparato subito fossero congeniali ai clan del territorio.
La mia passione per la politica non si è fatta abbattere dai rischi che avevo già compreso potessero presentarsi per chi voleva occuparsi onestamente della comunità. Ho provato a candidarmi due volte al Consiglio Comunale, ma arrivavo sempre a parità con l’ultimo degli eletti e non entravo, forse qualcuno giocava con le preferenze elettorali.
Quando è stata data la possibilità delle elezioni dirette del sindaco, mi sono rimesso in pista: prima sponsorizzando altri, poi, nel 2002 ho deciso di candidarmi direttamente io. Già in campagna elettorale sono cominciate le minacce, le lettere anonime, le scritte dietro i muri, dietro le porte, le croci. Segnali che la mafia mi mandava in un linguaggio che io non ho mai parlato. Abbiamo ottenuto un grande successo oltre ad una forte responsabilità, perché andavamo ad amministrare il comune dopo che era stato guidato negli anni precedenti da una bravissima sindaca[3] per cui nutro grande stima e rispetto.
Minacce, lettere anonime, di nuovo di fuoco dietro la porta, anche appena eletto. Hanno studiato un sistema di attacco legato alla mia professione, con delle rapine simulate per spingermi a chiedere loro protezione. Gestivo alcuni locali a Palermo e quindi la sera, prima di rientrare a casa prelevavo tutti gli incassi: per due volte ho avuto un tentativo di rapina che sono riuscito ad evitare. La terza l’hanno organizzata bene. La sera del 4 dicembre del 2005, stavo entrando nel mio garage che è distante da casa, per questo avvertivo prima per farmi venire incontro. Hanno tagliato le ruote della macchina sia di mia moglie, sia della volante che faceva servizio di sorveglianza. Non appena sono entrato, tre malviventi hanno cominciato a pestarmi. Io ho il porto d’armi, avevo una pistola con me che non riuscivo a prendere. Mi hanno massacrato di botte. Poi il silenzio più assoluto. Ripetevo: “andate via, andate via, prendetevi i soldi, perché mi stanno venendo a prendere.”
Ho temuto che il silenzio ci fosse perché era arrivata mia moglie con le bambine. Mi sono alzato, malconcio come ero, appena hanno visto che mi stavo muovendo, hanno tentato di spararmi ed io ho risposto. Ho ferito uno dei tre, per questo ho subito un processo: in primo e in secondo grado sono stato condannato per eccesso di legittima difesa; la Cassazione mi ha assolto.
Da quel momento in poi la mia vita è tornata quasi alla normalità. Ho modificato un aspetto della mia quotidianità per tutelare di più la mia famiglia: ho deciso di muovermi il più possibile a piedi. Cammino anche di notte, così se c’è qualcuno che deve farmi qualche cosa, lo fa a me, faccia a faccia, senza coinvolgere i miei cari. Camminare a piedi per carità, non è un atto eroico, ma è un atto di normalità.
Mi mostro tranquillo perché lo sono. Ho ricevuto ancora delle minacce, ma non si è presentato mai nessuno a dirmi cosa devo fare o cosa volevano facessi. Le porte del comune sono aperte a tutti i cittadini che sono liberi, ho parlato anche con persone che sono state in galera: se vogliono espormi problemi e cercare insieme soluzioni che rientrano nella normalità, sono a disposizione. Se non si può fare, è inutile che vengano anche solo a chiedere.
Ricordo la telefonata di un soggetto che doveva fare una sanatoria edilizia, ma sosteneva di non dover pagare, in nome di alcuni privilegi di cui godeva per legge. Ho cercato di capire meglio con l’ufficio tecnico del comune fino a scoprire che si trattava di un collaboratore di giustizia che, in quanto tale, credeva di non dover pagare quanto dovuto. La sua pretesa era, quindi, inaccettabile: ho avvertito le forze di polizia e evitato di ricevere nuovamente il personaggio in comune.
Non bisogna mai assolutamente dare confidenza, tenere queste persone lontane e soprattutto non andare mai a chiedere nulla. Non chiedere i voti a soggetti che poi si sentono autorizzati a dire cosa devi fare o a chiederti cortesie. In modo particolare nei piccoli centri, dove dovremmo conoscere la storia e la geografia, sappiamo quali sono le persone che bisogna evitare. Se non siamo sicuri di chi abbiamo davanti, si deve chiedere alle forze di polizia, per avere sempre chiaro chi sono i nostri interlocutori.
I rappresentanti delle istituzioni, anche in questo caso, devono dare il buon esempio e meritare la fiducia dei cittadini. La politica è un’arte difficile, ma nobile che va curata non squalificata. Il suo linguaggio deve esprimere un confronto onesto e leale, senza pregiudizi e con l’umiltà di tornare indietro se si capisce di aver sbagliato.
Questo mio modo di intendere la politica ha convinto i cittadini di San Giuseppe a votarmi nuovamente come sindaco, a dieci anni dalla fine del mio ultimo mandato.
Non era nelle mie intenzioni e nei miei programmi ricandidarmi, le mie aspirazioni erano ben altre, ma le pressioni proprio dei cittadini sono state sempre più incalzanti preoccupati dallo stato di salute del Comune, sciolto per mafia nel 2021. Mi è stato chiesto di assumermi nuovamente l’impegno di ripartire per ricostruire.
Sono consapevole di cosa manchi per poter amministrare più serenamente. Lo Stato deve fornire maggiori risorse ai comuni piccoli come il nostro: a partire da quelle professionali per consentire un fondamentale meccanismo di rotazione. Chi ricopre lo stesso ruolo in un’amministrazione da 30 anni, non rischia solo di perdere entusiasmo per il proprio lavoro, ma anche di essere vulnerabile agli occhi di chi se ne vuole approfittare per i propri interessi personali. Vorrei in particolare che si ragionasse sul rendere la polizia locale, regionale, per avere, anche nei ruoli dei vigili, personale non fisso che può cadere in complicità e connivenze con personaggi noti del posto.
Conosco cosa manca, ma ho accettato di tornare a fare il sindaco del mio paese, perché so che San Giuseppe Jato ha le risorse a cui attingere.
Sono nelle intelligenze che abbiamo nel nostro territorio: donne e uomini che si sono distinti nel campo della medicina, della scienza e del diritto.
Sono nella bellezza e ricchezza del nostro paesaggio. La Valle del Roiato è splendida: ci sono dei prodotti agroalimentari unici, un artigianato molto raffinato e panorami spettacolari. Il nostro comune è appoggiato sotto la montagna dove c’è un sito archeologico, uno dei più importanti dell’Italia dal quale stanno emergendo altri tesori di pregio.
E poi abbiamo i nostri giovani che sono veramente eccezionali per la loro preparazione e per la loro voglia di riscatto. Ci sono tra loro, anche alcuni che vivono situazioni di malessere: non possiamo e dobbiamo consentire che cadano nella trappola delle organizzazioni criminali, soprattutto per quello che riguarda l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Le mafie gestiscono il mercato, sia quello nazionale, sia quello al dettaglio: ci sono sostanze nuove, sintetiche, che costano pochissimo, loro le rivendono a un prezzo accessibile a tutti, ma creano delle patologie irreversibili nei ragazzi che noi abbiamo il dovere di seguire e salvaguardare.
Possiamo tutelarci solo e semplicemente creando dei momenti di aggregazione. Nel 2011 ho inaugurato un centro diurno per anziani, oggi è diventato un luogo in cui si incontrano tutti i cittadini, senza esclusione di età. Fuori dai social qui c’è uno spazio dove si può stare insieme in un clima allegro e positivo.
Ultimamente c’è stata una bellissima manifestazione organizzata da un’associazione di giovani che ha un nome significativo “Babbaluci – lumache in dialetto – fuori dal guscio.” Hanno presentato un cortometraggio di circa dieci minuti. Nella promozione dell’evento hanno scritto: “Ogni finale è l’inizio di una nuova storia. Raccontare storie attraverso il cinema, partendo da qui, dalla nostra terra. Perché ogni talento ha bisogno di spazio per crescere. Perché i giovani devono avere luoghi dove incontrarsi, condividere passioni e costruire qualcosa di nuovo, insieme.”
Un’altra lezione di vita per cui ringraziare i ragazzi e le ragazze di San Giuseppe Jato, continuare a costruire con loro e per il loro futuro.
[1] Il giardino della memoria è stato realizzato nel luogo in cui il piccolo Giuseppe Di Matteo venne ucciso e sciolto nell’acido per mano degli uomini di Giovanni Brusca l’11 gennaio del 1994.
[2] il capitano Emanuele Basile e il capitano Mario D’Aleo furono entrambi ufficiali dei Carabinieri al comando della compagnia di Monreale, uccisi da Cosa Nostra. Basile il 4 maggio del 1980; D’Aleo insieme all’appuntato Bommarito e al carabiniere Pietro Morici, il 13 giugno 1983. Sono stati insigniti della medaglia d’oro al valor civile alla memoria.
[3] Maria Vitaliano Maniscalco, sindaca di San Giuseppe Jato dal 1993 al 2002.
L'intervista al Sindaco di Castelnuovo di Porto, Riccardo Travaglini
Riccardo Travaglini, sindaco di Castelnuovo di Porto. Per l’impegno profuso insieme alla sua giunta contro l’abusivismo edilizio e il degrado di alcune zone del territorio amministrato, si è scontrato con rappresentanti della criminalità locale che hanno visto in pericolo interessi e connivenze. Eletto al secondo mandato, sotto sorveglianza per le aggressioni di cui è stato vittima, continua nel suo lavoro per garantire servizi adeguati a tutta la sua cittadinanza nel rispetto delle regole e dei valori costituzionali.
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Per tracciare uno spartiacque con l’illegalità del passato
Riccardo Travaglini, sindaco di Castelnuovo di Porto
Doveva chiamarsi “I Giardini di Roma”: nome e intenzioni sono rimaste sulle carte del progetto di un centro residenziale per 1500 abitanti tra Capena e Castelnuovo di Porto. Monte Tufello è rimasta la denominazione dell’intera collina che all’inizio degli anni ’80 rientrò tra gli ambienti distrutti dal dilagante abusivismo selvaggio. I cantieri vennero presto bloccati per diventare materia di processo giudiziario per gravi reati, anche di natura associativa, contestati agli imprenditori dietro a tutta l’operazione. Poi più nulla. Dell’intera lottizzazione prevista, solo quattro palazzine furono completate.
Per il resto rimasero scheletri di quello che era stato già pensato male, senza servizi e senza permessi per realizzarli. Nelle villette che riuscirono a costruire, mai condonate, in un’area priva di luce, fognature, strade, e anche dell’uso del depuratore abbandonato dal curatore fallimentare, hanno continuato a vivere diverse famiglie.
Sono cresciuto, credendo che Monti Tufello facesse quasi parte di un pianeta diverso dal nostro. Poteva capitare di avere in classe un compagno che veniva da lì, ma nessuno pensava di andare a trovarlo a casa, in quel luogo che spaventava pure visto da lontano.
Quando ho deciso di iniziare la mia avventura come sindaco del comune in cui sono nato, ho capito, invece che bisognava ripartire proprio da lì: perché non potevo accettare che, dopo 40 anni, ci fossero ancora cittadini residenti a Castelnuovo che vivevano nel degrado.
Lo stesso valeva per un’altra zona che portava un nome distante dalla realtà che descriveva: le Terrazze. Dal 2017, appena eletto, abbiamo ideato e messo in pratica insieme alla Giunta una serie di iniziative anche forti su strade e piazze completamente abbandonate: quasi 40 ettari, dove ci sono 1200 abitanti, che nel 1975 furono praticamente deportati da Roma. Gente baraccata, molto umile, si ritrovò in un contesto agricolo dove vivevano pastori o al massimo cavatori. Non vennero neanche progettati i servizi necessari mentre ci volle poco tempo perché nel quartiere si diffondessero forme di illegalità, legate soprattutto alla sopraffazione di pochi sui tanti per far pagare con la soggezione quelli che dovevano essere diritti minimi garantiti dalle istituzioni.
Con il comune abbiamo tentato, sin dalla prima campagna elettorale, di elaborare azioni che invertissero la rotta e riportassero condizioni dignitose in quel territorio.
Abbiamo deciso di farlo anche con i richiedenti asilo del CARA. Fino al 2019 a Castelnuovo abbiamo ospitato il Centro di Accoglienza più grande d’Italia dove si trovavano quasi 1000 richiedenti asilo. Erano sconosciuti in paese, lasciati in un posto isolato, marginale. Cercammo un modo per tentare di stabilire un contatto positivo con la cittadinanza. Abbiamo stabilito una collaborazione tra comune e richiedenti asilo in modo che loro svolgessero lavori di pubblica utilità principalmente nella zona intorno al CARA.
Monte Tufello, le Terrazze e il CARA: tre punti che pochi amministratori avrebbero considerato strategici, anzi forse molti avrebbero preferito continuare a reputare luoghi distaccati dall’azione amministrativa quotidiana. Io ho voluto metterli al centro di un impegno che mostrasse nei fatti uno spartiacque con il passato: basta nascondere i problemi, bisognava affrontarli per unire la città veramente, il più possibile, nell’armonia, non nel degrado e nell’abbandono di una parte.
È stato proprio un cittadino di Monte di Tufello a farci capire che non potessimo più rimandare un’operazione concreta del comune sull’area. Nel 2020, una sera siamo andati a controllare se esistesse realmente un servizio abusivo di gestione dell’acqua, così come segnalato. Abbiamo individuato un privato cittadino che vendeva, senza alcuna autorizzazione, l’acqua ai residenti. Non è stata l’unica scoperta che abbiamo fatto, tanto che abbiamo deciso che dovessimo muoverci subito e l’azione messa in campo doveva essere dirompente. È stata istituita una Commissione d’indagine in Comune per ricostruire la storia degli “ecomostri”. In poco tempo ha portato alla luce informazioni che è impossibile non siano state accertate prima. Ai lottizzatori sarebbe spettata la realizzazione delle opere di urbanizzazione, con l’obbligo per il Comune di vigilare e controllare lo svolgimento dei lavori. A garanzia del completamento delle opere fu contratta una polizza fideiussoria di quattro milioni di euro. Ma i lavori non sono mai stati completati e la polizza è stata restituita al lottizzante e mai riscossa. Tutti i condoni rilasciati erano illegittimi, o comunque decaduti per decorrenza dei tempi in ragione del fatto che le opere dovevano concludersi entro tre anni: in tutto, 178 unità abitative dei cosiddetti ‘scheletri’, per un abuso complessivo di quasi 6000 mq.
Primo passo: abbiamo tolto completamente la proprietà al soggetto privato che se l’era arrogata. È stato uno di coloro che ha risposto, minacciandomi. Contemporaneamente abbiamo cercato un dialogo con le famiglie residenti per ricostruire come fossero arrivate a vivere in quella zona di Castelnuovo di Porto. Come sospettavamo avevano seguito annunci e poi pratiche di acquisto o di affitto gestite sempre dallo stesso personaggio: pensavano di comprare una casa, di stare in affitto in un contesto normale, in realtà si sono ritrovati in una casa che era completamente abusiva.
Nel marzo del 2021 credevo che fossimo giunti alla svolta. Era partito il conto alla rovescia per la demolizione degli ecomostri. Il crollo del monumento dell’abusivismo. Volevo abbatterli prima della fine del mandato. La parte degli edifici abitati, invece è passata in gestione all’amministrazione comunale. L’assemblea consiliare mi ha infatti autorizzato a firmare un contratto in comodato prioritario ai sensi e per gli effetti del codice antimafia, con facoltà d’uso per aree ed immobili che erano sotto sequestro. I custodi giudiziari cedevano la gestione al Comune, attraverso un contratto di comodato d’uso gratuito che prevedeva anche una compartecipazione economica consistente, da parte dello Stato, alle spese necessarie per eliminare le situazioni di pericolo per l’incolumità pubblica e la salute pubblica. Si poteva finalmente procedere al rifacimento del manto stradale della via di accesso, alla messa a norma del depuratore, all’installazione di una cabina elettrica, all’illuminazione pubblica.
Alla parte abitata dignità, il resto abbattuto: l’obiettivo sembrava raggiunto.
Invece.
I custodi giudiziari dell’area, cioè la Corte D’appello e i due professionisti da essa nominati, peraltro diretta emanazione della proprietà, hanno presentato ricorso. A luglio del 2024 è arrivata la decisione del Consiglio di Stato che ha bocciato la decisione del Tribunale Amministrativo del Lazio favorevole all’acquisizione da parte del Comune di tutta l’area illegittimamente lottizzata e all’abbattimento degli ecomostri. Il complesso di scheletri di cemento sulla collina tra via Madonna due Ponti e via di Monte Tufello può rimanere almeno altri 20 anni, tutelato come fosse un parco archeologico dell’abusivismo.
Non lo posso accettare.
Il giorno stesso della sentenza ho lanciato un appello: lo Stato aiuti il Comune di Castelnuovo di Porto nella sua battaglia per la legalità. In gioco non ci sono solo i problemi o i bisogni primari e quotidiani delle persone, ma c’è anche la difesa di un principio di legalità di fronte al quale lo Stato non può arretrare.
Se una sfida è rimasta aperta, un’altra ho voluto portarla avanti con determinazione proprio in nome della legalità. Nella zona delle Terrazze non siamo stati fermi: abbiamo aperto il centro educativo permanente, attivo quasi tutto il giorno per cercare di levare i ragazzi dalla strada e guidarli a intraprendere una strada per loro più corretta. Abbiamo predisposto i lavori per l’illuminazione, per la manutenzione dei giardini: azioni svolte anche con le associazioni e con il volontariato. Abbiamo creato i comitati di quartiere. Non solo. Il 16 febbraio 2021 è stata una data storica per Castelnuovo di Porto. Dopo la battaglia legale avviata nel 2018 e la vittoria decretata dal Tar Lazio nel gennaio 2020, si è conclusa la controversia giudiziaria intrapresa dall’amministrazione per porre fine al problema della manutenzione degli immobili e della realizzazione delle opere di urbanizzazione rimaste incompiute. Nel mio Ufficio, i delegati del Dipartimento Patrimonio e Politiche Abitative di Roma Capitale mi hanno consegnato le chiavi di 16 immobili di edilizia residenziale pubblica, tra cui quello del Centro, stabilendo l’affidamento al Comune di Castelnuovo di Porto. In concreto significava che da quel giorno potevamo effettuare direttamente interventi di manutenzione sugli immobili, regolarizzare le occupazioni abusive e riscuotere gli oneri di locazione. Il 17 febbraio, il Tar del Lazio ha nominato il nuovo Commissario, l’ingegner Enrico Bentivoglio che ha eseguito subito i primi sopralluoghi per dare finalmente attuazione alle opere di urbanizzazione primaria a cui Roma Capitale avrebbe dovuto provvedere già a partire dal 1997, in base ad una convenzione rimasta sempre inapplicata. Si sono definite le priorità degli interventi: il verde, le strade e l’allaccio ACEA.
Subito dopo il completamento di queste opere di urbanizzazione il Comune di Castelnuovo di Porto poteva prendere finalmente in consegna l’intero complesso de Le Terrazze per provvedere con cadenza regolare alla pulizia e alla manutenzione di strade, aree verdi, acquedotto e depuratore.
Vittoria!
Non avevamo calcolato la reazione di coloro a cui inevitabilmente il nostro controllo e la gestione diretta di funzioni prima assegnate ad esterni, poteva dare molto fastidio.
L’appalto dei rifiuti urbani è stata la miccia.
Era in scadenza e dovevamo procedere alla nuova gara. La raccolta della spazzatura, porta a porta, era un appalto che in passato faceva capo a una delle cooperative coinvolte nelle indagini legate all’operazione Mondo di Mezzo[1] poi riassegnato ad un’altra azienda che è risultato non avesse i requisiti di idoneità per una riconferma che non è stata data.
Abbiamo indetto una nuova gara: troppo per chi già non sopportava questo clima di rinnovamento che faceva perdere pezzi di potere alla parte più criminale del paese.
Hanno risposto usando il loro metodo.
Ero in piazza con l’assessore all’ambiente e un mio amico a prendere un aperitivo nel bar in cui lavorava anche mia figlia. C’era tanta gente: l’atmosfera apparentemente tranquilla di una sera di primavera. Fino a quando non si è avvicinato al nostro tavolino un personaggio che mi ha urlato in faccia che mi dovevo alzare perché lui aveva necessità urgente di parlare con me.
Ho cercato di mantenere la calma, anche per non agitare il resto delle persone che erano al bar, compresa mia figlia. Gli ho detto: “appena finiamo l’aperitivo, ne parliamo.” Non si è allontanato. Mi sono alzato e l’ho invitato a spostarsi. In realtà speravo che qualcuno intorno a noi, compresa la situazione, chiamasse i carabinieri. Nessuno si è mosso, ho percepito la soggezione dei miei concittadini verso queste figure ed è stata la sensazione peggiore. La paura è comprensibile, ma eravamo in una piazza, c’era tanta gente, si sono voltati tutti dall’altra parte mentre iniziavano urli, rimproveri contro di me, mi accusavano di aver abbandonato le terrazze. Alla fine, siamo stati schiaffeggiati sia io, sia l’assessore all’ambiente, l’unico che è venuto a darmi una mano.
Ho provato rabbia per l’arroganza criminale di questi personaggi e allo stesso tempo per l’indifferenza e la mancata reazione di chi era in piazza. Non sono un eroe, non nego di aver avvertito anche paura soprattutto per la mia famiglia, ma sapevo cosa dovevo fare: ho denunciato. Il giorno dopo sono andato alla stazione locale: sono stato messo sotto vigilanza rafforzata per quasi 18 mesi.
Cambia la vita se qualsiasi cosa tu debba fare sei costretto a chiamare i carabinieri.
Intanto si avvicinavano le nuove elezioni per cercare di ottenere il secondo mandato e dare continuità al nostro lavoro. Avevamo difficoltà a fare campagne elettorali in alcuni posti. Sentendo la prefettura, spostammo la sede elettorale all’interno della delegazione comunale, proprio per garantire l’esercizio del voto in maniera naturale e non compromesso.
Il giorno delle elezioni, la cittadinanza di Castelnuovo mi ha dato un segnale che non posso dimenticare. Ricordo persone che sono tornate dalle vacanze o dal mare: sono arrivati ai seggi in ciabatte, in calzoncini o col costume per votarci. Abbiamo vinto con il 73% delle preferenze.
Lo scorso 25 marzo si è tenuta un’audizione speciale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e degrado delle città, dedicata alla situazione critica dei comprensori di Monte Tufello e Le Terrazze, nel territorio di Castelnuovo di Porto. L’iniziativa, richiesta da me, ha portato all’attenzione nazionale lo stato di abbandono e la fragilità socio-economica delle due aree.
A seguito di questa audizione, il 15 aprile la Commissione ha effettuato un sopralluogo nei due comprensori, che da oltre cinquant’anni versano in condizioni di insicurezza e degrado, senza interventi risolutivi da parte dello Stato. Il lavoro della Commissione contribuirà a supportare l’azione del Comune, che non ha giurisdizione diretta sulle aree, nel dialogo con gli enti competenti: la Corte d’Appello per Monte Tufello e Roma Capitale per Le Terrazze.
L’obiettivo è quello di ripristinare la legalità e restituire dignità e diritti ai residenti.
È chiaro che abbiamo tracciato un segno nella comunità anche per chi verrà dopo di noi che potrà partire da una base solida. Abbiamo spartito le acque tra l’illegalità e la legalità, perché non c’è una terza via: è fondamentale che i cittadini lo sappiano. Devi denunciare o diventi colluso con quel sistema, non esiste altra possibilità.
Conservo questa certezza di un’avventura che per me resterà l’esperienza politica più bella che si possa vivere: essere amministratori del proprio Paese, dove sei nato, dove hai vissuto, dove vivono i tuoi figli.
Questi ultimi due anni di mandato li impiegherò a portare a compimento la maggior parte dei nostri progetti senza dimenticare di tenere la barra dritta, perché l’area metropolitana tutta è invasa dalla criminalità, nessuno è escluso, anzi sono proprio i comuni più piccoli che sono sotto scacco, dove è molto più facile penetrare. Non smetterò, anche quando finirà il mio incarico, di chiedere che non manchi attenzione anche a livello provinciale, a livello regionale, e che si mettano in atto tutti gli strumenti e le politiche necessarie per consentire ad un piccolo comune di tutelarsi per prevenire e contrastare le infiltrazioni mafiose. Continuerò a lavorare affinché non solo il mio comune, ma pure tutti gli altri che sono intorno, dove lavorano colleghi sindaci che mi sono stati a fianco anche nei momenti più duri, possano essere amministrati in maniera serena. Castelnuovo ha avuto il supporto dei comuni vicini, della rete di Avviso Pubblico, ma non deve mancare il sostegno dello Stato. Purtroppo, non credo che sia l’unico che abbia subito queste minacce, ne sarò l’ultimo, però proseguire sui percorsi di legalità è l’unica soluzione per arginare questi fenomeni.
Sull’aggressione e sulle minacce che ho ricevuto, la Direzione Centrale della Polizia Criminale ha condotto una rigorosa attività di accertamento. Dopo le dovute indagini, il Ministero dell’Interno ha destinato a Castelnuovo di Porto un fondo speciale “per la legalità e la tutela degli amministratori locali vittime di atti intimidatori.”
Servirà a realizzare progetti educativi nelle scuole. Solo lavorando sulla coscienza civile delle nuove generazioni possiamo contrastare la cultura criminale e la legge del più forte.
[1] E’ il nome dell’indagine condotta dal Ros dei Carabinieri che nel 2014 ha portato a decine di arresti dei membri di un sistema parallelo a quello ufficiale che aveva legato soggetti dell’amministrazione capitolina e figure terze, rappresentanti di cooperative o di interessi private, nella gestione illegale di appalti pubblici.