Giovedì 13 marzo, nella Sala Paladin del Comune di Padova si è svolto il quinto dei sei laboratori inerenti al progetto Officina della legalità, intitolato “L’attivita antiriciclaggio ed i controlli da parte dell’Ente”.
Dopo i saluti di Pierpaolo Romani, Coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, ha preso la parola il prof. Antonio Parbonetti dell’Università di Padova che ha illustrato alla platea, composta da dipendenti dell’amministrazione pubblica, i rischi del venire in contatto con aziende criminali. Parbonetti ha ribadito che le mafie non sono solo un problema di ordine pubblico, ma un fenomeno economico radicato e sofisticato. “A dimostrarlo è un’analisi dettagliata delle attività economiche legate a soggetti condannati per reati mafiosi, che evidenzia come il crimine organizzato si sia infiltrato in svariati settori produttivi, spesso con modalità che sfuggono ai controlli tradizionali. Le indagini condotte dal team di ricerca dell’Università di Padova si sono concentrate su imprese riconducibili a condannati per mafia, e rivelano un quadro preoccupante.
Le tre regioni italiane con la maggiore concentrazione di imprese legate alla criminalità organizzata sono Lombardia, Veneto e Sicilia, con epicentri in città come Milano e Palermo. Questa diffusione segue una logica economica chiara: le mafie, come qualsiasi altra grande organizzazione, si radicano dove è più conveniente operare.
Le aziende coinvolte non sono necessariamente piccole realtà locali. Al contrario, alcune vantano fatturati milionari e operano su vasta scala. Il loro obiettivo non è solo il riciclaggio di denaro, ma anche il consolidamento nel tessuto produttivo, sfruttando appalti pubblici e rapporti con aziende apparentemente “pulite”.
Ma cosa fare se si entra in contatto con un’azienda criminale? Su questo punto è intervenuto il dott.Italo Borrello, dirigente in staff alla Direzione del servizio normativa e collaborazioni istituzionali dell’UIF presso la Banca d’Italia che ha illustrato il funzionamento del sistema italiano di antiriciclaggio e di prevenzione con un’ottica incentrata sul ruolo della PA.
La testimonianza di Anna Messina, Segretaria generale dei Comuni di Quattro Castella, Albinea, Vezzano sul Crostolo e dell’Unione Colline Matildiche ha poi portato l’attenzione su come la gestione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha portato alla luce criticità strutturali nel sistema di trasparenza e controllo degli appalti pubblici. In particolare, due temi sono emersi con forza durante il convegno: l’identificazione del titolare effettivo e la gestione del conflitto di interessi.
Nel corso del suo intervento Messina ha illustrato le difficoltà incontrate dagli enti locali nel rispettare le normative europee sulla trasparenza finanziaria. L’Unione Europea impone di individuare chi realmente beneficia delle risorse pubbliche, ma il quadro normativo italiano risulta frammentario e lacunoso.
“Chi è il titolare effettivo e perché è importante?” è la prima domanda che un ente si fa. Il concetto di titolare effettivo infatti è fondamentale per prevenire riciclaggio e infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. Tuttavia, nel sistema italiano, l’obbligo di identificazione ricade su banche e intermediari finanziari, mentre la pubblica amministrazione ne è esclusa. Un paradosso, considerando che gli enti locali sono i principali attuatori dei fondi PNRR.
Oltre all’identificazione del titolare effettivo poi, Messina ha messo in luce come la normativa prevede che le aziende partecipanti agli appalti dichiarino l’assenza di conflitti di interesse. Ma anche qui emergono problemi: “dalle dichiarazioni generiche dove fino a poco tempo fa, bastava una semplice autocertificazione con la frase “Dichiaro di non avere conflitti di interesse” alle nuove linee guida introdotte dall’ANAC fino ai controlli limitati. Le amministrazioni locali – ha concluso Anna Messina – possono verificare solo il 100% delle dichiarazioni formali, ma le verifiche sostanziali scattano solo per le procedure considerate a rischio dal ministero di riferimento”.
Dati incrociati? Solo a pagamento
Un altro problema strutturale emerso dal laboratorio è l’assenza di strumenti pubblici per incrociare i dati sui titolari effettivi. Le banche dati pubbliche esistono, ma non dialogano tra loro. Gli unici strumenti efficaci sono forniti da aziende private a pagamento, con costi proibitivi per i piccoli comuni.
Di fronte a questa realtà, molte amministrazioni si affidano a reti informali: chi ha accesso a database privati spesso condivide informazioni con altri enti in difficoltà. Una situazione paradossale in un sistema che dovrebbe garantire trasparenza e legalità.
Infine, dopo l’intervento di Anna Messina, la dott.ssa Brunella Ponzo, dell’ufficio programmazione e controllo strategico, Segreteria Direzione Generale della Provincia di Lucca ha partecipato attivamente al dibattito che ha visto anche diverse domande dal pubblico. Un segnale che il tema è sentito dai dipendenti pubblici, che sono in prima linea nella gestione quotidiana dell’amministrazione.