La Commissione antimafia ha svolto diverse audizioni con i magistrati responsabili delle misure di prevenzione patrimoniale nei confronti di soggetti mafiosi: vedi in particolare la seduta dell’11 marzo 2014 con il Presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Roma e di quella del 18 marzo 2014 con i Presidenti della sezione misure di prevenzione dei Tribunale di Napoli e Bari.  Vedi anche la seduta del 14 aprile 2014 con il Procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria. Un ulteriore audizione si è svolta il 28 aprile 2015 con i magistrati del Tribunale di Palermo. Qui di seguito sono sintetizzati alcuni dei temi trattati, sulla base degli stenografici sino pubblicati.


La crescita dei procedimenti di sequestro

I procedimenti di sequestro costituiscono uno strumento essenziale nella lotta alla criminalità organizzata, che infatti si oppone con ogni mezzo in sede processuale per contrastare tali misure di prevenzione. Le risorse umane a disposizione degli uffici sono spesso inadeguate a far fronte ai complessi adempimenti richiesti.

In particolare, a Roma si registra negli ultimi anni una crescita notevole delle misure patrimoniali: si è passati da una media di meno di 10 misure patrimoniali all’anno alle 73 del 2013. Il Tribunale di Roma sta gestendo un numero elevatissimo di beni (1.052 immobili, 476 aziende, 362 veicoli e varie imbarcazioni). Per gli immobili, in particolare, le tipologie sono assai varie: ma molti di essi potrebbero essere destinati utilmente sia per finalità sociali (cittadini senza casa, studenti fuori sede, centri antiviolenza, centri per anziani etc) oppure per le esigenze delle forze di polizia, ottenendo significativi risparmi nelle spese di  locazione.


La valorizzazione dei beni sequestrati

Il Presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma sottolinea l’importanza del protocollo firmato il 10 marzo 2014 tra la Presidenza del Tribunale Roma capitale, la regione Lazio, Confindustria Lazio, Confcommercio e ABI, cui potranno aderire anche altri soggetti (camera di commercio, sindacati, Libera, Confagricoltura, Confartigianato etc); esso fa seguito a quello di Milano; anche altri Tribunali sono interessati a seguire tale esempio. Il protocollo è volto a facilitare la destinazione ottimale dei beni ed in particolare la gestione delle aziende, con l’accordo di Confcommercio e Confindustria, che devono assicurare un appoggio manageriale sia per le scelte gestionali iniziali sia per l’individuazione di manager da porre a capo dell’azienda una volta sostituito il soggetto pericoloso, in grado di dare le indicazioni concrete per l’attività. Normalmente, l’amministratore giudiziario è infatti un commercialista che non possiede le conoscenze necessarie a gestire settori con caratteristiche molto diverse tra loro (come possono essere quelli della distribuzione, della ristorazione, dei cantieri navali etc): in questo caso disporre di elenco di persone esperte nei diversi campi potrebbe essere molto utile, anche quando si tratta di piccole ditte (come ad esempio delle pizzerie).

In quest’ottica, si potrebbe nominare come preposto alla gestione del bene un manager specializzato, retribuito, magari attingendo a quei manager che sono usciti dal mercato per la crisi economica oppure agli imprenditori che hanno perso le attività come soggetti passivi di azioni criminali.

Un aspetto centrale è quello del credito, perché il sequestro determina in tantissimi casi l’interruzione delle linee di credito: l’ABI sottolinea al riguardo l’opportunità di creare un fondo di garanzia a favore delle banche in relazione ai nuovi finanziamenti per agevolare la gestione delle aziende sane soggette a confisca; a tal fine potrebbero essere utilizzate anche le risorse del Fondo unico per la giustizia.

Occorre in ogni caso superare una visione più ristretta, propria del diritto fallimentare, in modo da assicurare il raggiungimento della finalità delle disposizioni in materia di riutilizzo dei beni confiscati, che sono volte proprio a mantenere e aumentare il valore dei beni sequestrati; tenere un bene efficiente non significa necessariamente avere un canone di locazione, ma anche evitarne il deterioramento.

Nel caso di alcune pizzerie sottoposte a sequestro a Roma, riciclando i soldi del clan camorristico Contini, il Tribunale si è preoccupato innanzitutto di salvaguardare i posti di lavoro, mettendo in regola tutti i dipendenti, e far proseguire l’attività. Sono stati allontanati solo i proposti ed i loro più stretti familiari che gestivano i locali, sostituendoli con nuovi amministratori.

Chiaramente, questo discorso del salvataggio e della valorizzazione non si può applicare per le aziende che non sono in grado di proseguire l’attività perché, per esempio, servivano unicamente a commettere reati ovvero non hanno nessuna consistenza patrimoniale, ovvero sono scatole vuote; in tali casi l’unica soluzione è quella di dissequestrare e liquidare le aziende. Questa tesi è stata sostenuta anche, nella seduta del 12.2.2014, dal Procuratore generale presso il Tribunale di Roma, con riferimento proprio alle aziende che non hanno una vera e propria realtà economico-imprenditoriale e si limitano, da un lato, a fornire un apparente posto di lavoro a parenti o amici prestanome del mafioso che ne sia il reale proprietario e, dall’altro, a svolgere improbabili attività economiche che occultano e coprono una sostanziale attività di riciclaggio. (Sulle aziende che vivono in una situazione di concorrenza distorta  vedi anche le considerazioni del Procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria nella seduta del 14 aprile 2014). Siamo in presenza in moltissimi casi di piccole imprese a carattere familiare in cui sono impiegati i parenti stretti del proprietario. Il salvataggio di queste imprese è giudicato inutile ed anche dannoso.


L’udienza di verifica dei crediti e i diritti dei terzi

Un problema importante riguarda i tempi del riconoscimento e pagamento dei debiti pregressi, attualmente rinviato all’udienza di verifica dei crediti; questa soluzione è quella più logica nelle procedure del diritto fallimentare, ma che mal si concilia con l’ esigenza di garantire immediatamente la prosecuzione dell’attività di un’azienda sottoposta a sequestro, perché di tratta di rinviare per moltissimo tempo  – l’udienza di verifica dei crediti, infatti, dura anni e in genere finisce dopo la confisca definitiva – il pagamento di forniture fatte da terzi la cui buona fede, soprattutto nei casi in cui la fornitura è utilizzata proprio per la vita dell’azienda sequestrata.

Un altro aspetto è quello della vendita degli immobili: anche qui non è opportuno attendere l’esito dell’udienza di verifica dei crediti, perché in attesa della conclusione del procedimento di confisca è inevitabile che l’azienda o l’immobile, se non ben gestito, perda gran parte del suo valore. Attualmente l’articolo 48 del codice antimafia stabilisce che i beni immobili possono essere venduti solo ove non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento a enti pubblici. Occorrerebbe introdurre una disposizione che venga in aiuto del terzo creditore in buona fede perché i crediti siano almeno in parte pagati, attraverso l’istituzione di un fondo di garanzia.

Un’altra proposta riguarda l’ampliamento delle ipotesi di restituzione per equivalente, oggi limitata a casi particolari.


I problemi della competenza territoriale

Sulla base della normativa vigente e della giurisprudenza, la competenza di basa sulla dimora del soggetto mafioso; se si tratta di soggetto appartenente ad associazione mafiosa, questa va individuata nel luogo ove l’associazione è attiva. In tal modo, però sorgono notevoli problemi per una situazione come quella di Roma, che è spesso luogo di investimento e riciclaggio dei beni di organizzazioni criminali operanti fuori della Capitale e praticamente la stragrande maggioranza dei procedimenti di prevenzione dovrebbe essere gestita dai Tribunali di Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro, Palermo, Caltanissetta etc. E’ stata sottolineata la necessità di specificare in modo diverso la competenza territoriale, a prescindere dal fatto che il proposto appartenga o meno a un sodalizio mafioso operante in altro territorio. E se il soggetto pericoloso manifesta la pericolosità in luoghi diversi (cosa abbastanza frequente) la competenza potrebbe spettare al tribunale del capoluogo di distretto dove il proposto dimora abitualmente.

Sempre in tema di competenza territoriale, si dovrebbe consentire l’eccezione di incompetenza entro la conclusione del procedimento di primo grado per evitare che si agiti come una specie di spada di Damocle su tutto il procedimento sino alla fine. Occorrerebbe infine introdurre un rimedio analogo a quell’articolo 27 del codice di procedura penale nel caso di dichiarazione di incompetenza del tribunale, consentendo così di mantenere il sequestro sino all’eventuale provvedimento di convalida del giudice competente, ed evitando così la perdita del bene.


I rapporti con l’Agenzia per i beni confiscati

I responsabili dei Tribunale di Roma e Napoli sottolineano l’opportunità di affidare alla sola amministrazione giudiziaria la gestione del bene sequestrato fino alla confisca definitiva, ferma restando l’attività di assistenza e di coordinamento da parte dell’Agenzia per i beni confiscati, perché l’attuale sovrapposizione di competenze, ai sensi dell’art. 38 del codice antimafia, può determinare pericolosi ritardi.

(ultimo aggiornamento 29 aprile 2015)