Il tragico suicidio di Denise, la figlia di Lea Garofalo, vittima innocente di mafia, impone una seria riflessione, partendo da alcune domande. Cosa non è stato fatto per permettere a una giovane donna, il cui destino ha riservato una vita molto dolorosa e travagliata, per garantirgli l’effettiva possibilità di costruirsi una vita nuova? Com’è stato possibile non starle più vicino e aiutarla nella sua difficoltà esistenziale?
In Italia, in diversi casi, la vita dei testimoni di giustizia e dei loro familiari risulta piuttosto complicata. Nei confronti di queste persone il nostro Paese ha un grande debito di riconoscenza in quanto esse, persone oneste, hanno messo in gioco con coraggio la loro vita per contribuire concretamente a liberarci dalle mafie e dalla corruzione. Fenomeni, questi ultimi, che costituiscono un furto di futuro e un’attuale e concreta minaccia alla nostra democrazia, alla nostra economia e alla nostra sicurezza.
Insieme alla memoria delle vittime innocenti delle mafie che si svolge ogni 21 marzo, in una giornata nazionale ufficiale della nostra Repubblica, occorre aumentare l’impegno per promuovere la cultura della legalità costituzionale, della trasparenza, dell’integrità. Le mafie e la corruzione non sono fenomeni che si possono affrontare esclusivamente in modo repressivo. La repressione deve contemporaneamente accompagnarsi ad una prevenzione fatta di studio, di formazione, di raccolta e diffusione di buone prassi.
Persone come Denise e tutti i familiari delle vittime innocenti delle mafie – tra cui madri e padri, mogli, mariti, figli e figlie – devono essere sostenute, non lasciate mai sole, aiutate concretamente in un percorso di ripartenza delle loro vite. I sostegni economici previsti dalla legge sono importanti, ma non bastano. Serve anche un supporto psicologico insieme ad altri servizi dedicati che aiutino ad affrontare le difficoltà che queste persone vivono immerse in un dolore perenne e non sempre facile da affrontare. La legge nota come “Liberi di scegliere”, recentemente approvata, dev’essere concretamente applicata e sostenuta per permettere a tante ragazzi e ragazzi, e ai loro adulti di riferimento, di uscire dal circuito mafioso, di spezzare un circuito di violenza e oppressione, di rifarsi una vita degna di questo nome.
A Denise dobbiamo chiedere scusa, non dimenticarci di lei e della sua mamma e, soprattutto, dobbiamo impegnarci di più affinché quando accadutole, non succeda mai più a nessun’altra persona che vive una condizione di vita difficile e sofferente come la sua.