La Regione Calabria ha immaginato una nuova strategia per valorizzare i beni confiscati alla ’ndrangheta, facendone una leva di sviluppo e riscatto per le comunità locali. È la prima regione italiana a siglare un protocollo d’intesa con l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc). Si tratta di un’iniziativa fortemente simbolica ma con ricadute concrete sul territorio, che testimonia l’impegno della Regione nel campo dell’antimafia sociale e del contrasto alla ’ndrangheta.
«L’obiettivo è trasformare il patrimonio confiscato improduttivo per gli enti locali, in risorse da reinserire nel tessuto economico e sociale. In quest’ottica, l’Amministrazione regionale ha previsto un meccanismo di affiancamento ai Comuni calabresi – spesso disorientati nel gestire i beni – offrendo loro risorse, strumenti e competenze», spiega Filippo Pietropaolo, vicepresidente della Regione Calabria, con delega alla legalità, sicurezza e valorizzazione dei beni confiscati e promotore dell’iniziativa.
Il protocollo con il Ministero dell’Interno e l’Agenzia Nazionale
Firmato dal Presidente della Regione Calabria, dal Direttore dell’Agenzia e dal Ministro dell’Interno, la funzione del protocollo è duplice: da un lato supportare concretamente i comuni nel dare nuova vita a questi beni, dall’altro evitare che tornino nelle mani della criminalità organizzata attraverso meccanismi indiretti.
I beni oggetto del protocollo sono, nella quasi totalità, immobili (case, fabbricati, strutture dismesse) e, in misura minore, terreni agricoli. I comuni possono valorizzarli secondo diverse finalità previste dal protocollo:
- Valorizzazione a fini sociali, tramite l’assegnazione ad associazioni e iniziative del terzo settore;
- Utilizzo istituzionale e sicurezza, per esempio come sedi di uffici comunali o sportelli di servizio, caserme o alloggi per le forze dell’ordine;
- Demolizione, laddove l’immobile non sia recuperabile e costituisca un elemento di degrado paesaggistico, ambientale o urbanistico.
Anche la demolizione è accompagnata da un contributo economico regionale, come già avvenuto in almeno un caso documentato e con altri due già programmati.
La novità della coprogettazione: un modello partecipato e sostenibile
Un altro elemento distintivo del protocollo della Regione Calabria è l’introduzione dell’indirizzo di coprogettazione per la valorizzazione dei beni confiscati, in particolare per quelli destinati a scopi sociali. Questo approccio si fonda sulla partecipazione sinergica di diversi attori:
- Le Prefetture, con il compito di monitorare che i beni non tornino sotto il controllo di ambienti criminali.
- Il Forum del Terzo Settore, che contribuisce alla selezione delle realtà associative più adatte a gestire ciascun bene.
- Le Associazioni di Volontariato, coinvolte nella progettazione e futura gestione delle attività sociali.
- I Comuni destinatari dei beni, che insieme alla Regione co-progettano il riuso degli immobili.
«L’obiettivo della coprogettazione non è solo la riqualificazione dell’immobile – dice ancora il vicepresidente Pietropaolo – ma anche la sostenibilità a lungo termine delle attività che vi si svolgeranno. Per questo la Regione ha stanziato fondi sia per la ristrutturazione che per il sostegno economico alla gestione per tre anni. Dopo questo periodo, le attività dovranno essere in grado di proseguire autonomamente».
La ricognizione dei beni: 140 comuni coinvolti, metà hanno risposto
La Regione, prima ancora della pubblicazione di un bando vero e proprio, ha avviato una ricognizione strutturata presso i comuni calabresi per identificare i beni confiscati potenzialmente riutilizzabili. «Il campione di riferimento è costituito da circa 140 comuni su un totale di 404 presenti nel territorio regionale, individuati sulla base dei dati dell’Agenzia Nazionale», sottolinea Antonella Sette, dirigente del settore Legalità, Sicurezza e Beni confiscati della Regione Calabria.
«Questa attività è stata resa possibile anche grazie allo scambio diretto di dati con l’Agenzia, che ha permesso di superare le lacune informative del vecchio portale nazionale. Lo scambio ha consentito di avere un quadro più chiaro e aggiornato della situazione, evitando errori di programmazione dei fondi. Alla richiesta di informazioni ha risposto circa la metà dei comuni interpellati, un dato significativo che evidenzia un interesse crescente, ma anche la necessità di ulteriore accompagnamento e supporto per aumentare la partecipazione», dice ancora l’ingegnere Sette.
La valorizzazione dei beni confiscati: strumenti finanziari, criteri di selezione e impatto atteso
Il punto di partenza è la distinzione tra le due principali fonti di finanziamento utilizzate dalla Regione Calabria: il PR 2021–2027 (Programma Regionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e del Fondo Sociale Europeo Plus) – orientato al rafforzamento del welfare sociale – e il FSC 2021–2027, ovvero il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. In questo ambito, il Terzo Settore gioca un ruolo strategico, poiché contribuisce a definire e a realizzare progetti che mirano alla coesione sociale e alla costruzione di comunità più resilienti e partecipative. Il coinvolgimento delle organizzazioni non profit garantisce che gli interventi siano aderenti ai bisogni reali del territorio e sostenibili nel tempo: in chiave di rigenerazione sociale, economica e ambientale.
Un aspetto cruciale è quello della prevenzione del rischio di riappropriazione dei beni da parte dei clan mafiosi. Per contrastare questo rischio, è stato costruito un sistema multilivello di governance, che coinvolge Regione, Comuni, Prefetture, Enti del Terzo Settore e Commissione interistituzionale di valutazione. Una filiera istituzionale che dovrebbe garantire un controllo trasparente e condiviso sui progetti e sui soggetti coinvolti.
Il rischio dell’isolamento dei Comuni
«In questo processo è importante non lasciare soli i sindaci dei comuni in cui si trovano i beni confiscati. La creazione di reti tra regioni del Mezzogiorno e il dialogo costante con gli amministratori locali sono essenziali per evitare che i territori restino scoperti dal punto di vista istituzionale e sociale. Iniziative come i momenti di ascolto pubblico nella cittadella regionale sono un esempio concreto di questa volontà di dialogo e partecipazione», sottolinea ancora l’assessore Pietropaolo.
L’impatto sociale e produttivo: tra simbolo e sostenibilità
La restituzione rappresenta innanzitutto una vittoria simbolica per le comunità: un bene sottratto illegalmente viene riportato nella disponibilità pubblica. Questo gesto ha un forte valore etico e culturale, in particolare in territori dove la criminalità organizzata ha inciso profondamente sulla coesione sociale. Ma le ricadute economiche in termini di occupazione e formazione di reddito non possono essere trascurate.
In tal senso la Regione prevede di far partire uno studio per valutare quale potrà essere la spinta economica sulle comunità. «Attualmente, non esistono ancora indicatori quantitativi certi per misurare l’impatto delle iniziative messe in campo. Tuttavia, è in corso una collaborazione con l’Università di Reggio Calabria per la schedatura dei beni e la definizione di metodologie di valutazione dell’impatto sociale. Questo lavoro potrà, in futuro, fornire strumenti più precisi per capire quanto questi progetti riescano davvero a trasformare i territori e a generare valore condiviso», spiega il Vicepresidente Pietropaolo.
«In molti casi, l’obiettivo è mettere a reddito i beni, non solo in senso economico ma anche e soprattutto in termini di reddito sociale: la presenza di un presidio educativo, assistenziale o culturale in un bene confiscato può contribuire a generare coesione, partecipazione e senso di appartenenza. In altri casi, soprattutto per i terreni di ampie dimensioni, è possibile attivare attività agricole o imprenditoriali vere e proprie, capaci di creare occupazione e reddito economico stabile, come già avvenuto in altre regioni come la Campania».