#NOSILENZIOSULLEMAFIE, CANDIDATE E CANDIDATI AFFRONTATE IL TEMA DELLE MAFIE DENTRO E FUORI IL PARLAMENTO. IL CONTRIBUTO DEL PROFESSOR ENZO CICONTE

Mancano pochi giorni al voto. Per accrescere l’attenzione sul contrasto alle mafie nei programmi e negli interventi dei diversi rappresentanti politici, Avviso Pubblico ha ideato e redatto l’appello #NOSILENZIOSULLEMAFIE. Nel dibattito online (visibile a questo link), organizzato per discutere della necessità di tale richiamo e del clima generale nel quale si svolge questa tornata elettorale, oltre al Presidente di Avviso Pubblico, Roberto Montà sono intervenuti l’onorevole Rosi Bindi, già presidente della Commissione Antimafia e il professor Enzo Ciconte, storico delle mafie e membro della Commissione Consultiva di AP-profondimenti.

Nell’attesa di riprendere a breve le pubblicazioni del blog e a ridosso dell’uscita del primo monografico “La Legge Rognoni La Torre. Tra storia e attualità”, curato dallo stesso Ciconte, riportiamo le sue parole. Partono da due domande precise: nel 2022, anno di ricorrenze, di memoria e di impegno, come è cambiato il rapporto tra mafia e politica nel nostro paese e cosa pensa di questo appello?

di Enzo Ciconte*

Condivido pienamente l’idea di fondo alla base dell’appello. Ci aggiungo una certa rabbia. Se la politica, se le candidate e i candidati hanno bisogno di un appello per parlare di mafia o per tentare di farlo, vuol dire che la lezione in questi quarant’anni nel nostro paese non l’abbiamo appresa.

In questi mesi, ricordando le stragi, ma anche in occasione della ricorrenza dell’approvazione di strumenti di contrasto come la Legge Rognoni La Torre, si sono spese parole e impegni tali che sarebbe parso naturale tutti i partiti nei loro programmi e poi i candidati nelle iniziative di campagna elettorale, non dico ponessero al centro il problema delle mafie, ma almeno discutessero della questione. La mafia non è scomparsa dalla vita di ognuno di noi, è scomparsa dai mass media: i giornali, la televisione ne parlano di meno, ma non è che la mafia sia in ritirata o sparita. È questo il problema principale che noi abbiamo di fronte.

La domanda che anche io mi pongo è: perché oggi non se ne parla? Una risposta semplice, in parte vera, potrebbe essere: non se ne parla, perché sono altri i problemi per i cittadini. C’è la crisi economica, la pandemia: la gente pensa ad altro.

In parte è vero, ma si omette di considerare come la crisi economica e le altre questioni che ci stanno travagliando negli ultimi mesi, in una certa misura siano legate alla presenza delle mafie. In alcuni gangli importanti della società la presenza di esse è importante e condiziona. Dire che non se ne parla perché la gente è distratta da altro è una verità, ma che non copre tutta la questione, soprattutto in campagna elettorale.

Il contrasto alle mafie genera consensi

Mi sono occupato di campagne elettorali per molto tempo, qualcuna l’ho condotta anche personalmente: so benissimo cosa significhi in questi momenti parlare o meno di mafie, ma non vorrei che molte candidate e candidati preferiscano tacere, perché in fondo può danneggiare: può togliere voti, non portare un consenso. Credo che questo sia un errore madornale. Ricordo come tanti anni fa, in Calabria, a Lamezia Terme, un candidato a sindaco, Giannetto Speranza, dimostrò la mia tesi. Si candidò e disse: “Io voglio i voti di tutti, proprio di tutti, tranne che dei mafiosi!”.

Gli consigliarono di essere cauto, di non insistere su questo argomento. Lui tirò dritto e alla fine vinse: vinse lui, ma non i partiti della sua coalizione che non avevano parlato di mafia. Tanto è vero che Speranza fece il sindaco, avendo il consiglio comunale contro. Si ricandidò, portò avanti lo stesso discorso e vinse nuovamente: non è vero, quindi, che parlare di mafie tolga voti e non porti consensi. È esattamente l’opposto. La stragrande maggioranza della gente è contro le mafie, non ne può più delle mafie: le persone hanno voglia di essere chiamate a raccolta in modo serio, in modo pulito nei confronti delle mafie. Appelli in tal senso avvantaggiano.

È una questione politica

In questi ultimi 30/40 anni sono cambiate tante cose. Si è modificata la geografia mafiosa: i gruppi mafiosi che uccisero Pio La Torre, poi Carlo Alberto dalla Chiesa e che dopo eseguirono le stragi in cui morirono prima Falcone e poi Borsellino con le donne e gli uomini della loro scorta, non ci sono più. O meglio: i protagonisti fondamentali di quel periodo, i corleonesi che ruotavano intorno a Totò Riina e Bernardo Provenzano, non ci sono più: i boss di riferimento sono morti, tutti e due in carcere, mentre gli altri sono detenuti in carcere al 41bis ed è difficile immaginare che possano uscire, a legislazione vigente, se non decidendo di collaborare.

Contro quel gruppo noi, lo Stato ha vinto. Il problema è che si è concentrata l’attività in larga parte sul piano del contrasto agli aspetti militari: la droga, gli omicidi, il traffico di armi e senza perseguire fino in fondo il problema delle altre questioni. C’è un’idea sbagliata secondo la quale il problema della mafia sia esclusivamente un tema di ordine pubblico, vada perciò demandato alla magistratura, ai carabinieri, alla polizia.

I 10 punti dell’Appello presentato sono tutti quanti problemi politici, richiamano e suggeriscono scelte che deve attuare la politica: leggi fatte, da fare, o da correggere. È la politica che in questi anni è intervenuta, prima ancora della polizia e della magistratura. Quando è stato ucciso Carlo Alberto dalla Chiesa e prima Pio La Torre, fu il Parlamento ad approvare la Legge Rognoni La Torre, introducendo nell’ordinamento penale l’articolo 416 bis che è l’architrave di ogni contrasto giudiziario alla mafia.

Così, subito dopo gli omicidi e le stragi del ’92, si verificò una torsione politica del Parlamento che ruppe il clima che c’era stato per decenni di convivenza e di connivenza con la mafia. Intravedo il pericolo di una nuova convivenza con le mafie, perché tanto non ammazza più, non spara. Un clima che rischia si possa affermare con leggerezza: “in fondo se negli appalti un po’ di soldi vanno ai mafiosi, cosa importa, l’importante è che gli appalti si facciano”. Sbagliato: è un errore clamoroso.

Voglio concludere, dicendo, con pacatezza, alle candidate e ai candidati che non parlano di mafia in questo momento che è un errore tragico, strategico: questo è il momento, soprattutto con l’applicazione che deve essere fatta dei fondi del PNRR, di dare un colpo alle organizzazioni mafiose, impedendo che, oltre alle questioni criminali, si possano ri allacciare (si badi il prefisso “ri”), rapporti con le candidate e i candidati ed un domani, una volta eletti nel Parlamento o nel Governo, rappresenteranno Ministri e sottosegretari con funzione di notevole importanza.

Parlare di questi aspetti è un regalo che i candidati fanno alla democrazia: rappresenta la possibilità di rafforzarla in una fase di difficoltà. Per questo ho aderito all’appello e invito tutte le candidate e i candidati a cimentarsi con questi problemi. Loro si devono fare protagonisti di una rinascita di una battaglia antimafia, devono sentire l’onore e l’orgoglio di affrontare questi problemi nel Parlamento della Repubblica italiana che è la massima espressione della democrazia.

*storico delle mafie, professore universitario, rappresentante della Commissione consultiva di AP- Profondimenti

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