Gli ultimi mesi sono stati testimoni di due importanti sentenze legate al riconoscimento di determinati diritti garantiti a migranti e richiedenti asilo. Entrambe si muovono in maniera estensiva, e dimostrano una volta in più che, in momenti di stagnazione a livello legislativo, sempre più spesso sia la giurisprudenza a fornire un impulso progressista e garantista.

Una pronuncia della Corte di giustizia europea. La prima delle due (rinvenibile qui) riguarda un cittadino iracheno, Adil Hassan, il quale, dopo aver presentato domanda di protezione internazionale in Germania, si è recato in Francia ed è stato fermato dalle autorità francesi. Queste ultime hanno richiesto alla loro controparte tedesca di riprendere in carico il signor Hassan, così come previsto dal regolamento Dublino III, ed immediatamente eseguito il provvedimento senza attendere risposta dalle autorità competenti tedesche. Ritenendo che questo comportamento fosse lesivo dei diritti a lui attribuiti dall’ordinamento europeo, il signor Hassan ha deciso di impugnare tale decisione.

Il tribunale di Lilla, investito della questione, ha richiesto un parere alla Corte di Giustizia in merito all’interpretazione del regolamento Dublino in questa circostanza. La Corte, con sentenza del 31 maggio scorso, ha in sostanza accolto le ragioni del signor Hassan, stabilendo che una decisione di trasferimento possa essere adottata e notificata all’interessato solamente previa accettazione di ripresa in carico, implicita od esplicita, da parte dello Stato membro richiesto.

Fra le varie giustificazioni addotte, la Corte ha sentenziato che un trasferimento avvenuto prima dell’accettazione da parte dello Stato membro interessato sarebbe potenzialmente lesiva del diritto ad un ricorso effettivo da parte dell’interessato; inoltre, è stato rilevato come un trasferimento previa accettazione da parte dello Stato investito della ripresa in carico riduca il diritto di quest’ultimo di decidere in merito alla questione.

Una decisione della Cassazione. La seconda sentenza riguarda un pronunciamento, tramite ricorso 25085/2016, della Corte di Cassazione in merito ad una sentenza emessa dalla Corte di appello di Trieste nel marzo 2016. Alla richiesta di protezione internazionale presentata da M. N., cittadino pakistano originario del Kashmir, la Corte di Appello di Trieste ha concesso, in parziale riforma con la sentenza del Tribunale di primo grado, la protezione sussidiaria al richiedente, affermando che “la zona di provenienza e residenza […] del richiedente è teatro di attentati sempre più frequenti che determinano una crescente insicurezza nel Paese anche per la instabilità politica”.

Il Ministero dell’Interno ha deciso di opporsi a tale orientamento in Cassazione adducendo in primis la non pericolosità della zona di residenza del richiedente, la regione del Kashmir, ed il fatto che il richiedente, musulmano sunnita, non rientra neppure nelle minoranze religiose del Paese; con il secondo motivo, il Ministero asserisce che la minaccia grave ed individuale alla vita deve essere riconducibile “ad una situazione di indiscriminata violenza, in situazioni di conflitto armato, che non è prospettabile in tutto il Pakistan”.

La Corte di Cassazione ha accolto solamente la seconda di queste argomentazioni, inducendo la Corte di Appello di Trieste a riesaminare il caso in nuova composizione. Ma la parte interessante delle motivazioni della sentenza risiede nel passaggio con il quale si conferma anche in territorio italiano la pronuncia C-285/12 – Diakite della Corte di Giustizia Europea, la quale ribaltava l’orientamento espresso nella precedente sentenza della Corte (sentenza 17/2/2009, nella causa C465/2007).

Dunque la protezione internazionale sarebbe ottenibile non solo in caso di conflitto armato internazionale, così come definito dal diritto internazionale umanitario, ma altresì in caso di conflitto armato interno, ovvero in “una situazione in cui le forze governative di uno Stato si scontrano con uno o più gruppi armati o nella quale due o più gruppi armati si scontrano fra loro […] purchè tale conflitto sia caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata”, che raggiunga “un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile, rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia”.

Un breve commento. Entrambe le sentenze rappresentano un ulteriore passo avanti verso il riconoscimento di una visione estensiva della protezione internazionale, non legata pedissequamente alla lettera del dettato pattizio ma capace di offrire forme di protezione internazionale, seppur minime, ad individui che effettivamente necessitano tale protezione. Rimanendo sempre in attesa di scoprire se la tanto attesa riforma del Regolamento Dublino sarà la rivoluzione copernicana che in tanti si aspettano.

 

(a cura di Francesco Casella, Master in analisi, prevenzione e contrasto della corruzione e della criminalità organizzata – anno 2016 – Università di Pisa)