Criminalità minorile: cosa sappiamo e cosa è necessario sapere. Dalla lettura del Report del Servizio Analisi Criminale

Pochi giorni fa è stato diffuso alle agenzie di stampa un report sulla criminalità minorile in Italia nel periodo 2010-2022 del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale (Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Ministero dell’Interno, ottobre 2023). Roberto Cornelli guida nella lettura del documento, evidenziando cosa dica e cosa ometta rispetto al fenomeno che si prefigge di analizzare e propone di aumentare l’attenzione e la ricerca necessarie.

Il contributo di Roberto Cornelli*

Il documento si articola in una prima parte relativa all’analisi delle segnalazioni di minori della fascia d’età 14-17 anni denunciati e/o arrestati sul territorio nazionale, in una seconda parte di approfondimento sui dati relativi alla popolazione carceraria degli istituti penali minorili, e in una terza parte riguardante un’interessante (anche se un po’ debole metodologicamente) raccolta di interviste a ragazzi ristretti nell’Istituto Penale per Minori di Nisida. L’esigenza che ha spinto alla redazione del rapporto è esplicitamente indicata in premessa: «la percezione che la criminalità minorile si stia progressivamente orientando verso crimini violenti, come sembrerebbero indicare le recenti notizie di cronaca, suggerisce l’opportunità di un’analisi basata su dati relativi ad un orizzonte temporale ampio».

Una chiave di lettura per mirare interventi e politiche

In effetti, che il faro mass-mediatico si sia stabilmente posizionato sulla criminalità minorile è fuor di dubbio. A partire dalla sindemia da Covid-19 le giovani generazioni sono diventate prepotentemente oggetto di attenzione da parte degli organi d’informazione e, più in generale, nel discorso pubblico: spesso additate come irresponsabili per sé e per gli altri nella diffusione di focolai del virus nelle città, nella fase di ritorno alla normalità la narrazione degli adolescenti come soggetti vulnerabili, che più di altri hanno subito gli effetti della deprivazione della socialità in una fase particolarmente delicata della loro crescita, ha lasciato subito il posto a una loro rappresentazione nel solco dell’antisocialità.

Gli episodi di criminalità (alcuni gravi, altri meno) sono stati assurti a cifra caratteristica di una “nuova” adolescenza sempre più pericolosa, senza più freni e capace di violenza efferata perché incapace di provare empatia. Sociopatica, per dirla in una parola. Rispetto a questo registro narrativo adottato dai media – che, per la sua forza comunicativa, pervade la vita sociale e pubblica diventando argomento di conversazione nei bar o sui mezzi pubblici, ordine del giorno nei consigli comunali, tema di discussione nelle convention di partito, premessa di delibere, ordinanze e protocolli – il report del Servizio Analisi Criminale intende fornire una base di dati che consenta di meglio apprezzare il fenomeno della criminalità minorile, offrendo «una chiave di lettura che possa essere di supporto al decisore nell’individuazione di mirati interventi di prevenzione e contrasto nonché di politiche dedicate».

Il riferimento va evidentemente ai policy-oriented studies di matrice anglosassone e alla loro capacità di imporsi, dati alla mano, come descrizioni affidabili dei fenomeni studiati.

Dati, metodo e conoscenze desumibili

Una volta chiarita l’intenzione che ha condotto all’elaborazione del report, occorre soffermarsi su quali dati sono stati analizzati, quali scelte metodologiche sono state compiute e quali elementi di conoscenza è possibile trarre da queste analisi. In effetti, qualsiasi dato che abbia l’ambizione di misurare un fenomeno va innanzitutto decostruito per capirne l’origine: come è stato raccolto, in relazione a quali specifici fatti e come questi fatti sono indicativi del fenomeno che s’intende misurare.

Così, la prima domanda da porsi è: le segnalazioni relative ai minori denunciati e/o arrestati sono indicatori affidabili della criminalità minorile? Inoltre, l’analisi statistica delle tendenze della criminalità, per essere attendibile, deve fondarsi su scelte metodologiche esplicite e idonee a restituire, in modo sintetico, la più ampia gamma di informazioni, senza riduzioni arbitrali. Così, la seconda domanda di porsi è: quali scelte sono state compiute nell’analisi dei dati?

Infine, i dati, di per sé, non dicono molto se non vengono interpretati e ogni interpretazione prevede che si attinga a una conoscenza profonda e articolata del fenomeno, proveniente da altre fonti e da saperi diversi; l’illusione è che il dato di per sé dica tutto, quando in realtà dice solo ciò che siamo in grado, con le nostre conoscenze, di fargli dire. Così, la terza domanda da porsi è: cosa sappiamo della criminalità minorile che può aiutarci a interpretare al meglio i dati esistenti?

 Avvertenze utili per evitare conclusioni superficiali

In questo breve scritto non mi sarà possibile rispondere compiutamente alle tre domande che ho appena posto – impresa che richiederebbe la messa a punto di un’agenda di ricerca sulla criminalità minorile di ampia portata. Mi limiterò a proporre alcune avvertenze utili a leggere le analisi contenute nel report del Servizio Analisi Criminale, sottolineando in particolare ciò che proprio non si può dire (perché non è corretto dirlo) della criminalità minorile a partire dalle analisi contenute nel report. È un esercizio minimalista, ma penso utile per evitare che il report, nel suo recepimento nel discorso pubblico, venga inteso come una prova inconfutabile di una criminalità minorile in aumento e sempre più violenta (si vedano, per esempio, i primi commenti sui quotidiani locali e nazionali).

 Cosa non si può proprio dire

Non si può dire che l’andamento della criminalità minorile sia misurabile attraverso le segnalazioni di minori denunciati e/o arrestati.

Non si può proprio dire che le segnalazioni di minori denunciati e/o arrestati siano indicatori della criminalità minorile, per due motivi.

Primo: le segnalazioni, che riguardano non il numero di minorenni denunciati e/o arrestati ma il numero di reati attribuiti a minorenni denunciati e/o arrestati (si conta cioè un singolo minorenne tante volte quanti sono i reati che gli sono contestati), sono indicatori più dell’attività di controllo delle Forze di Polizia che della criminalità. È lo stesso report a indicarlo chiaramente (ma con qualche confusione nelle analisi successive) quando dice che «l’andamento dell’azione di contrasto alla criminalità minorile svolta dalle Forze di Polizia è caratterizzato da variazioni significative nel lungo intervallo in esame».

A un occhio inesperto potrebbe sembrare la stessa cosa, ma non lo è. Prendiamo il caso delle segnalazioni relative alle violazioni della normativa in materia di sostanze stupefacenti: è facilmente intuibile come le variazioni da un anno con l’altro delle segnalazioni sono dovute non a una maggiore o minore circolazione di sostanze sul territorio nazionale e neppure a un maggiore o minore coinvolgimento di minorenni (come non lo è per gli adulti) nelle attività di vendita, quanto a una minore o maggiore intensità ed efficacia dell’azione di contrasto, che non si può presumere costante di anno in anno. Qualche urgenza potrebbe orientare le attività delle Forze di Polizia ad allentare la presa su questi reati per un certo periodo o, al contrario, una pressione politica e sociale potrebbe spingerle ad occuparsene con più costanza.

Secondo: le segnalazioni riguardano solo quei reati per cui sono stati individuati gli autori, rimanendo ovviamente esclusa la quota di reati di autore ignoto. Giusto per avere un riferimento sul totale dei delitti denunciati dalle Forze di Polizia all’Autorità Giudiziaria in Italia nel 2017, su circa 2milioni e 430mila i delitti di autore noto (vale a dire con l’indicazione di una persona sospettata di averlo commesso) sono meno di 1/4 (circa 570mila).

Per quei reati in cui la quota di autori noti è molto alta, come gli omicidi o i tentati omicidi, le segnalazioni possono essere indicatori più affidabili della criminalità; per tutti gli altri, in cui la quota di reati di autore ignoto arriva anche a percentuali molto alte, non lo sono. Così, per rapine, furti e truffe, per esempio, le segnalazioni di minori denunciati e/o arrestate non sono affidabili nel dimensionare la criminalità minorile, così come non sono affidabili nel descrivere le caratteristiche soggettive degli autori (per esempio la nazionalità), perché potrebbero dipendere, ancora una volta, dalle modalità con cui viene svolta l’attività d controllo delle Forze di polizia.

A queste argomentazioni si potrebbe ribattere che le segnalazioni, insieme ai dati relativi a minorenni imputabili, condannati e detenuti, sono gli unici disponibili per discriminare, nel mare magnum dei delitti, quali siano compiuti da minorenni. Vero, ed è per questo che penso sia utile comunque analizzarli, ma nei limiti di ciò che possono dire: il fatto che siano gli unici dati non è motivo sufficiente per far dire a questi dati ciò che non possono dire.

Non si può dire che la criminalità sia aumentata nel periodo considerato

Quanto detto finora sarebbe già sufficiente per suggerire molta cautela nell’affermare un aumento della criminalità minorile negli ultimi anni. Ma ci si può spingere oltre, discutendo le modalità con cui sono stati analizzati e interpretati i dati delle segnalazioni. Un primo aspetto riguarda la scelta di utilizzare il 2010 come anno di partenza nel calcolo delle variazioni rispetto al 2022.

I dati relativi alle segnalazioni analizzati nel rapporto e provenienti dalla banca dati delle Forze di Polizia, in effetti, sono già disponibili a partire dal 2004 sul sito dell’Istat e, con modalità diverse che rendono difficilmente comparabili le due serie di dati, dal 1983 al 2003. Analizzando i dati dal 2004 emerge chiaramente come nel 2010 le segnalazioni siano al di sotto delle 30mila e che questo valore non si riscontri né negli anni precedenti né negli anni successivi almeno fino agli anni 2019 (pre-Covid) e 2020 (Covid).

È evidente che se si analizzano i dati delle segnalazioni a partire dall’anno in cui risultano tra le più basse dell’ultimo ventennio, ogni variazione risulterà in aumento. Se, per esempio, si fosse adottato il 2007, in cui le segnalazioni risultano essere sopra le 32mila o addirittura il 2015, in cui le segnalazioni risultano essere sopra le 35mila e maggiori rispetto a quelle del 2022, le variazioni rispetto al 2022 sarebbero state molto diverse e non si sarebbe potuto parlare di un aumento della criminalità minorile.

Le scelte metodologiche vanno esplicitate e motivate e di fronte alla disponibilità di dati affidabili a partire dal 2004, scegliere di utilizzare la banca dati solo a partire dal 2010 risulta arbitrario e può comportare una lettura del fenomeno parziale. Bene ha fatto il report a sottolineare come «il valore del 2022 sia molto simile a quello del picco positivo rilevato nel 2015 (32.566)»; il problema è che il calcolo delle variazioni percentuali prende sempre come riferimento il 2010.

Un secondo aspetto riguarda la scelta di calcolare le percentuali di variazione tra il primo e l’ultimo anno considerato, qualsiasi sia l’anno di partenza selezionato, senza, il più delle volte, analizzare il trend complessivo. L’analisi delle tendenze della criminalità, infatti, è innanzitutto una lettura di curve su periodi il più possibile lunghi, con l’individuazione di picchi, regolarità, inclinazioni verso l’alto o verso il basso, e non può ridursi al calcolo di variazioni percentuali tra il primo e l’ultimo anno considerato.

Se osserviamo la curva nella sua interezza, risulta evidente come, anche ipotizzando in modo arbitrario che le segnalazioni possano essere una misura affidabile della criminalità minorile, non ci sia una tendenza all’aumento, ma, al contrario, che ci sia, una tendenziale stabilità, con un picco positivo (più segnalazioni) a metà del secondo decennio del Duemila e una tendenza alla diminuzione negli anni successivi (sia in quelli pre-covid sia nel 2020, anno in cui le condizioni di lockdown hanno determinato una diminuzione complessiva dei reati denunciati) che nel 2022 ha una battuta d’arresto ma i cui valori non si posizionano al di fuori del trend ventennale (poco sopra le 30 mila segnalazioni). Bisognerà aspettare i dati del 2023 per capire se siamo in presenza di un aumento che verrà riassorbito oppure dell’inizio di una nuova tendenza all’aumento.

Non si può dire che ci sia più violenza

L’analisi delle segnalazioni per ciascuna tipologia di reato deve tenere conto di quanto detto finora, in particolare quando si evidenzia «un incremento delle segnalazioni di minori per reati caratterizzati dall’uso della violenza». L’unico reato che presenta un tasso di svelamento dell’autore molto alto, oltre ad un numero oscuro tendente allo zero, è l’omicidio volontario consumato e tentato.

Ebbene, per questo reato, violento per antonomasia, i dati delle segnalazioni sono più affidabili che per altri reati e indicano una tendenza lieve alla diminuzione, sia pure con alcuni picchi positivi (l’ultimo dei quali nel 2017, con 120 omicidi), e ancora una volta, dopo una diminuzione netta nel periodo pre-Covid e il picco negativo del 2020, una risalita nel 2021 e poi nel 2022 ma senza superare i livelli già toccati più volte nel ventennio. Cosa accadrà nel 2023? La risalita continuerà o sarà riassorbita?

Solo allora si potrà capire se ci sarà davvero una tendenza all’aumento o saremo in presenza di una tendenziale stabilità.  Se il reato di omicidio, i cui dati sono i più affidabili e che costituisce il reato violento per antonomasia, non è in aumento (se consideriamo la parentesi del periodo Covid) come si può sostenere che la criminalità minorile violenta sia in aumento? Le segnalazioni per rissa, lesioni e rapine, per tutte le ragioni esposte sopra, non sono idonee a indicare un mutamento nelle modalità di commissione dei reati. Servono più ricerche, in grado di fornire più informazioni e dati, capaci di dare conto dei cambiamenti e della loro direzione.

In conclusione: Cosa sappiamo e cosa dovremmo sapere della criminalità minorile

L’analisi delle tendenze della criminalità, come già detto, è una lettura di curve su periodi il più possibile lunghi da interpretare, anzitutto, in relazione a eventi (mutamenti legislativi o di indirizzo politico, cambiamenti nelle modalità organizzative od operative delle istituzioni del controllo, nuovi sistemi di rilevazione dei dati) o a fenomeni sociali e culturali che riguardano le giovani generazioni e il rapporto tra queste e il mondo che sta cambiando intorno a loro.

È un tema di ricerca di ampio respiro, che sarebbe necessario affrontare proprio per evitare semplificazioni pericolose. Ma per poterlo fare, occorre partire da una presa di consapevolezza che delle dinamiche devianti delle giovani generazioni sappiamo molto poco e che abbiamo smesso di interessarcene, soprattutto negli ultimi anni, crogiolandoci in luoghi comuni utili solo a rassicurare sul fatto che i problemi non sono “nostri”, di come stiamo organizzando la vita sociale e la convivenza, ma sono solo “loro”, che non sono in grado di stare alle regole e hanno scarsa empatia. Temo che sia precisamente questo meccanismo di de-responsabilizzazione di “tutti noi”, ormai incapaci di leggere nei giovani lo specchio di cosa stiamo diventando, a creare distorsioni nella lettura dei dati e, ancor prima, nel voler cavare dai dati quello che proprio non possono dire.

La speranza è che il lettore, tenendo a mente queste avvertenze sui dati, legga il report fino in fondo, per esempio laddove nelle considerazioni finali si riprendono le linee di fondo della giustizia penale minorile a partire dalla riforma del dpr 448/88, in particolare rispetto alla centralità di un approccio educativo nei confronti del minore autore di reato; ma anche laddove si parla esplicitamente della necessità di «facilitare il dialogo con i ragazzi, migliorando la fiducia nelle istituzioni, la comprensione reciproca e una maggiore consapevolezza dei rispettivi ruoli», con un doveroso esplicito riferimento alle potenzialità della Giustizia Riparativa.

Iniziative istituzionali che vanno in questa direzione (ad alcune delle quali sto dando il mio contributo) non mancano e sarebbe il caso di cominciare a dare loro maggiore rilevanza, mettendole al centro di un progetto di rilancio della giustizia minorile che nel corso degli ultimi decenni, dati alla mano, ha mostrato di saper affrontare le sfide nel rapporto con le nuove generazioni in chiave educativa e dialogica e che proprio oggi ha bisogno di riprendere il senso del proprio decisivo lavoro senza cedere a logiche emergenziali.

 

* Ordinario di criminologia  all’Università di Milano “La Statale”, membro del comitato scientifico di Avviso Pubblico

** articolo già pubblicato su www.sistemapenale.it

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