CITTÀ AL VOTO. TRA MAFIA E ANTIMAFIA. IL CONTRIBUTO DI VITTORIO METE

Il 12 giugno circa 1.000 comuni andranno al voto. Se consideriamo il numero medio di enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose negli ultimi 30 anni, a una decina di questi potrebbe toccare la stessa sorte. Spesso gli accordi tra mafiosi e futuri amministratori si fanno prima del voto e sono legati al consenso elettorale: questa è la fase in cui lo sguardo dello Stato e dei cittadini dovrebbe essere più attento. è davvero così?
di vittorio mete*

Questa tornata elettorale riguarda anche alcuni comuni appena usciti dal commissariamento. Anche di questo non si parla tanto. Eppure, non si tratta di sperduti paesini arretrati, seppelliti sull’Aspromonte, ma di piccole città, come Amantea e Pizzo in Calabria, in cui scorre la vita di decine di migliaia di nostri connazionali. Cosa sia successo in questi comuni durante il commissariamento è relegato nelle pagine dei giornali locali oltreché, con prosa burocratica, nelle relazioni ministeriali. Cosa sta succedendo alla vigilia del voto in quei territori non è oggetto di discussione pubblica. I personaggi (e i gruppi di potere che rappresentano) ritenuti responsabili dello scioglimento sono ancora in circolazione? Si ricandidano o candidano persone a loro notoriamente vicine? Non si tratta solo di una curiosità, ma di avere elementi per valutare quanto efficace sia questa politica pubblica antimafia.

Un possibile motivo per cui di tutto ciò si parla poco è che le risposte a queste domande potrebbero essere scabrose, per l’antimafia e per la democrazia. Potremmo infatti trovare che, dopo il commissariamento, non molto è cambiato nella politica locale. Potremmo altresì dover constatare che le stesse cordate politico-imprenditoriali non sono state scalfite dai 18 (o anche 30) mesi di amministrazione straordinaria. Anzi, potremmo perfino trovare sulla scheda elettorale gli stessi nomi contenuti nel decreto di scioglimento e scoprire, a spoglio ultimato, che a dispetto di ciò gli elettori li hanno nuovamente scelti come loro guida politica e amministrativa. A guardar bene, negli ultimi 30 anni queste cose non sono successe raramente.

Le responsabilità ai cittadini

Che si eleggano amministratori che saranno poi mandati a casa per rischio di infiltrazioni mafiose o che si rieleggano personaggi sui quali si era già appuntata l’attenzione della magistratura e della prefettura, la croce sarà comunque gettata sulle spalle dei cittadini-elettori (oltre che dei mafiosi e dei politici affaristi, ovviamente). Ci troviamo così in una tipica situazione – ben descritta da Keith Dowding nel suo recente volume It’s the government, stupid: how governments blame citizens for their own policies – per la quale le istituzioni incolpano i cittadini, trattati come “minorenni”, per i fallimenti delle proprie politiche pubbliche. Prendiamo l’esempio dell’obesità infantile.

La colpa è scaricata sui bambini, che consumano merendine in eccesso, e sui genitori, per il mancato controllo sull’alimentazione dei loro figli. Non si considera, invece, che lo Stato fallisce nell’intervenire sulla regolamentazione dei prodotti per l’infanzia, sulla costruzione di parchi pubblici in cui fare sport, sulla realizzazione di piste ciclabili e percorsi pedonali per andare a scuola a piedi, sull’educazione alimentare, sul divieto di pubblicizzare i cibi spazzatura durante i programmi televisivi dedicati ai bambini e su molto altro ancora. Lo stesso per la ludopatia, la violenza di genere, gli “incidenti” sul lavoro o con le armi da fuoco ecc.

Anziché far finta di niente, salvo poi gridare allo scandalo quando un comune viene sciolto, le istituzioni dovrebbero invece chiedersi perché, a 30 anni di distanza dalla sua introduzione, questo strumento di contrasto alle mafie sia afflitto da un evidente deficit di credibilità e di consenso popolare. Perché i cittadini, a volte, rieleggono le stesse persone (o gli esponenti degli stessi gruppi di potere)? Sono sempre tutti amici dei mafiosi oppure prevale un senso di rivalsa (perfino di ripicca) da parte di una popolazione che non capisce la ratio del provvedimento e si sente offesa, ritenendo lo scioglimento uno sfregio per la reputazione della città (e, indirettamente, della propria)?

Quel che non viene preso sul serio a proposito di questa politica antimafia è la sistematica sfiducia nei confronti dello Stato che, con qualche rara eccezione, il commissariamento lascia dietro di sé. Non si coglie (o se la si coglie non la si affronta) la tensione democratica che lo scioglimento comporta, con le istituzioni che intervengono per salvare i cittadini dal governo degli amici dei mafiosi e i cittadini che, per tutta risposta, si incaponiscono e scelgono ancora persone “controindicate”.

Aprire un confronto pubblico

Lo scioglimento dei comuni è solo un aspetto, forse il più visibile, del deficit di popolarità che si osserva in ampie parti del paese su come viene condotta la lotta alle mafie. Un problema che chi progetta e mette in opera una politica pubblica – qualsiasi politica pubblica – farebbe bene a non ignorare. La scarsa legittimità degli interventi rischia infatti di generare effetti non previsti e non voluti, con la rielezione di personaggi chiacchierati. È allora necessario trovare il modo per allentare la tensione democratica che si crea intorno allo scioglimento dei comuni e provare ad aumentarne la legittimità percepita dai cittadini.

Un modo per farlo è favorire il confronto pubblico nei mesi che precedono lo scioglimento di un comune, quando già la commissione d’accesso è al lavoro e in città è tutto un accavallarsi di indiscrezioni. Finora, l’amministrazione comunale che finisce nel mirino della prefettura non ha nessuna possibilità di far udire la propria voce e fornire spiegazioni sui “fatti” che le vengono contestati. Il provvedimento cala da Roma direttamente sulla testa dei cittadini, come una mannaia. Non esser interessati alle ragioni degli amministratori locali (che a volte troveranno poi ascolto nei TAR) significa non esser interessati alle ragioni dei cittadini.

Sarebbe allora utile – come da più parti è stato proposto – che l’iter dello scioglimento prevedesse una sorta di contraddittorio tra “l’accusa” (la prefettura, il Ministero dell’Interno) e la “difesa” (l’amministrazione comunale). Ciò avrebbe il merito di trasformare il malmostoso chiacchiericcio di paese in un’occasione di dibattito pubblico, nella quale i cittadini potrebbero confrontarsi, alla luce del sole, con i rappresentanti nei quali avevano riposto fiducia. È vero che ciò non basta a risolvere il problema del rapporto tra mafia e politica. Sarebbe però un modo per sottrarre il tema al monopolio dei tribunali e delle prefetture. Un monopolio che svilisce i cittadini e li relega a semplici figuranti che, a quel punto, è facile e comodo incolpare.

* Vittorio Mete è professore associato in Sociologia dei fenomeni politici al dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Firenze dove insegna Sociologia della leadership, Società e democrazia e Reti criminali. Tra le sue pubblicazioni, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose (Bonanno, 2009) e Antipolitica. Protagonisti e forme di un’ostilità diffusa (il Mulino, 2022).

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