Audizioni della Commissione di inchiesta parlamentare sul fenomeno della contraffazione delle mozzarelle di bufala

Premessa. La Commissione parlamentare sulla contraffazione ha svolto una serie di audizioni al fine di approfondire le misure di contrasto del fenomeno delle frodi nella produzione delle mozzarelle di bufala. Il 15 luglio 2015 sono stati ascoltati il presidente di Confagricoltura Campania, il capo del Corpo forestale dello Stato, del direttore della Confederazione italiana agricoltori Campania e del presidente di Coldiretti Campania.  Il 16 luglio 2015 si è svolta l’audizione del presidente del Consorzio Tutela Mozzarella di Bufala Campana, mentre il  29 luglio 2015 sono stati ascoltati il direttore dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, un docente della Seconda Università di Napoli ed il  comandante del Comando Carabinieri Tutela della Salute. La Commissione ha ascoltato il 27 aprile 2016 il nuovo direttore generale del Consorzio Tutela Mozzarella di Bufala Campana. Qui di seguito sono sintetizzati alcuni dei temi trattati.

Le attività illecite. Le audizioni hanno permesso di distinguere i casi di commercializzazione di latte e formaggi contaminati da micotossine e aflatossine o di latte prodotto da capi bovini sottoposti a trattamenti veterinari vietati e alla somministrazione di anabolizzanti per aumentare la produttività (contro i quali opera con controlli mirati soprattutto l’Arma dei carabinieri) dai casi di vera e propria contraffazione delle mozzarelle di bufala campana Dop, nei quali non si riscontrano invece danni per la salute; la frode si basa sulla miscelazione di latte vaccino, latte di bufala surgelato nel periodo invernale, latte di bufala non di filiera DOP, latte ricostituito liofilizzato oppure cagliate di bufala surgelate e crea le condizioni per incrementare illecitamente il reddito del caseificatore, soprattutto nel periodo estivo, quando la domanda è molto superiore  alla produzione di latte. Tale fenomeno, anche se non determina in linea di massima problemi di natura igienico-sanitaria, va comunque contrastato con decisione perché il prodotto così manipolato non ha naturalmente le stesse qualità nutrizionali, consistenza e piacevolezza al gusto, con grave danno non solo per il consumatore, che viene così ingannato, ma per l’intera filiera di produttori onesti che vengono tagliati fuori dal mercato da questa corsa ai prezzi al ribasso: l’attività illecita, che consente ingenti profitti, mette in crisi il sistema comunitario delle denominazioni di origine controllata e protetta, volto a valorizzare le produzioni locali di qualità e proteggere così il reddito degli agricoltori; la denominazione di origine serve agli agricoltori di una determinata zona per rafforzarsi, legando il territorio alla produzione e al prodotto.

Le misure in atto. Il decreto-legge n. 91 del 2014, convertito dalla legge n. 116 del 2014, ha istituito una banca dati (analoga a quella già funzionante per l’olio di oliva), alla quale tutti gli allevatori devono comunicare le produzioni giornaliere di latte e a quale caseificio hanno conferito il latte; una volta a regime (attualmente circa il 50 per cento delle imprese ha aderito al sistema), il nuovo sistema di tracciabilità permetterà di conoscere i reali quantitativi di latte e la reale provenienza del latte e di sapere dove nasce la frode. Parallelamente sono in corso ricerche volte alla definizione di tecniche di analisi e metodiche scientifiche atte a consentire la scoperta delle frodi, in particolar modo per i casi di utilizzo di latte di bufala di altre provenienze, cioè di latte che viene da aree esterne a quella DOP, che attualmente è difficile controllare con strumenti di laboratorio (l’impiego del latto vaccino, invece è più facilmente individuabile).

Le altre proposte. E’ in corso una riflessione sull’inasprimento delle pene per alcune fattispecie più gravi (la normativa attuale non ha efficacia deterrente, perché spesso si risolve in un decreto di condanna di poche centinaia di euro) ed anche sulle pene accessorie, già ritoccate dal decreto-legge n. 91 del 2014: ad es. chiudere temporaneamente uno stabilimento, magari nel periodo estivo, ha un effetto maggiore di una pena per frode in commercio: su questi temi sta lavorando una commissione istituita presso il Ministero della giustizia. Pareri contrastanti sulle modifiche al disciplinare delle mozzarelle di bufala: coloro che si oppongono a tale allargamento delle le maglie della produzione, non lo fanno anche in questo caso per ragioni igienico sanitarie, ma sull’esigenza di salvaguardare la qualità della mozzarella Dop e mantenere il legame tra le caratteristiche generali del prodotto e la tradizione del territorio: le modifiche del disciplinare, oggi molto stringenti, finirebbero per ridurre il livello di protezione del produttore tradizionale.

Relazione finale. In data 23 settembre 2015 la Commissione ha approvato un documento sulla contraffazione nel settore della mozzarella di bufala (Doc. XXII-bis, n. 5) (leggi questa scheda).

Audizione del direttore del Consorzio mozzarella di bufala campana. La Commissione ha ascoltato in audizione il 27 aprile 2016 il nuovo direttore generale, Pier Maria Saccani, già direttore dell’Associazione italiana consorzi indicazioni geografiche (AICIG), il quale ha delineato un quadro aggiornato della situazione.

La mozzarella di bufala campana è la principale DOP del Centro-Sud Italia, terzo formaggio DOP italiano in termini di fatturato, con una filiera che dà impiego a 15.000 addetti, 3.000 dei quali nei caseifici. Nel 2015 ne sono stati certificati 41 milioni di chili, facendo segnare un incremento del 7 per cento rispetto all’anno precedente e un notevole aumento dell’export. “Ritengo che sia molto significativo soprattutto l’impatto che ha avuto la legge nazionale sulla tracciabilità del latte bufalino – sottolinea Saccani –  che ha portato a una trasparenza ulteriore, anche rispetto ai controlli svolti dalla DOP in base ai regolamenti comunitari e all’attività di tutela del consorzio, nell’intera filiera bufalina”. I controlli sono svolti dall’Ispettorato centrale per la tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero (ICQRF), dall’Istituto zooprofilattico e dal Dipartimento della qualità agroalimentare (DQA), organismo di controllo che certifica la mozzarella di bufala campana DOP. L’intera filiera viene tracciata dai dati provenienti dagli enti citati.

Secondo Saccani sarebbe auspicabile “una restrizione ancora maggiore a livello territoriale della presenza di latte di bufala” data la peculiarità del prodotto che, a differenza di altri tipi di latte, non viene utilizzato in altre produzioni DOP. “Questa è una considerazione che secondo me è indispensabile per qualsiasi futura azione che dovrà compiere il consorzio, per tutelare sia la posizione degli allevatori sia quella dei caseifici” chiosa il direttore generale del Consorzio. Elemento ritenuto fondamentale è la territorialità, rappresentata dalla vendita diretta presso il caseificio, che elimina la presenza di elementi intermedi che possano ricaricare sul prodotto.

Altro aspetto ritenuto centrale è il mantenimento della stagionalità. Una considerazione che Saccani fa anche a fronte dei dati provenienti dall’attività di certificazione, “da cui emerge un’uniformità abbastanza significativa per quanto riguarda la produzione di latte, perché c’è stata una destagionalizzazione.  La natura dovrebbe prevedere un picco di produzione di latte nei mesi invernali, mentre la produzione adesso è abbastanza omogenea nel corso dell’anno”.

La logistica e i trasporti sono uno dei problemi evidenziati. Con riferimento ai trattati di libero scambio viene sollevata la questione dei dazi e la difficoltà di rispondere ad una domanda elevata come quella che proviene dagli Stati Uniti. “Un chilo di mozzarella pagato 8 euro al caseificio e che arriva in un centro di distribuzione negli Stati Uniti costa più di 20 dollari”. Per quanto concerne la tracciabilità Saccani riferisce di “una sicurezza totale della mozzarella di bufala campana DOP”. Con gli altri grandi Consorzi (Grana padano, Prosciutto di Parma, Parmigiano reggiano e Aceto balsamico di Modena IGP) è stato raggiunto un accordo per un monitoraggio dei mercati esteri. I problemi possono riscontrarsi nella tracciabilità estero su estero, un fenomeno molto difficile da contrastare.

(con la collaborazione di Claudio Forleo, giornalista professionista)

(ultimo aggiornamento 5 maggio 2016)