Commissione di inchiesta sui migranti: relazione sul Cara di Mineo

Premessa. La Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti e sulle risorse pubbliche impegnate ha approvato il 21 giugno 2017 una relazione incentrata sulle vicende del CARA di Mineo, il centro per richiedenti asilo più grande d’Italia, oggetto di diverse indagini giudiziarie.  Purtroppo le cronache nazionali hanno svelato che molti fra i centri di accoglienza presenti in Italia presentano problematiche analoghe a quelle emerse nel contesto del CARA di Mineo; la scelta della Commissione di compiere un’indagine così approfondita su questo centro piuttosto che su altri non si basa né sulle sue dimensioni né sull’importanza da esso rivestita nell’ambito del sistema italiano di accoglienza, bensì sulla sua emblematicità. Questo concetto viene esplicitamente ribadito dalla Commissione, secondo la quale il CARA di Mineo “rappresenta in qualche modo un caso di scuola delle contraddizioni e dei limiti insiti in un approccio evidentemente fallimentare al fenomeno migratorio e alla gestione dell’accoglienza”.

La struttura della relazione. La Commissione presenta una dettagliata cronistoria degli eventi accaduti in relazione al centro di accoglienza di Mineo. In particolare, parte dall’analisi dello stato di emergenza venutosi a creare nel 2011 in seguito alle migrazioni causate dalle cosiddette “primavere arabe” e le contromisure prese dal governo italiano per contrastare la situazione. In questo ambito si inserisce anche il momento di selezione del Residence degli Aranci e della sua attivazione con la denominazione di CARA di Mineo. In seguito vengono analizzate le vicende che hanno portato i soggetti istituzionali preposti a traghettare la gestione del centro da una situazione emergenziale fino alla gestione ordinaria; grande enfasi viene data anche al giudizio emesso dalla Corte dei Conti, sulle procedure di gara e sui controlli di regolare svolgimento, i quali sono risultati insufficienti e spesso assenti. La cronistoria delle vicende del centro si chiude con una parte relativa agli episodi giudiziari nei quali è stato coinvolto il centro migranti. Successivamente il focus si sposta sui sopralluoghi effettuati dalla Commissione stessa presso il CARA il 26 maggio e 7 luglio 2016 e riguardanti diversi settori della vita del CARA. Viene inoltre fornita una descrizione delle mozioni parlamentari presentate in tema.

Le maggiori criticità. In estrema sintesi, la relazione individua quattro aspetti della vita nel centro particolarmente problematici; in primis, la drammatica carenza di standard compatibili con il rispetto della dignità e dei diritti della persona, come evidenziato dai sopralluoghi effettuati dalla Commissione stessa presso il centro calatino. Tali ricognizioni hanno fatto emergere le “precarie” condizioni igienico-sanitarie della struttura, il “deficitario, con screening superficiali” servizio medico interno, l’insufficienza dei servizi relativi a mediazione linguistico-culturale, consulenza legale, sostegno psicologico, attività di formazione ed orientamento all’integrazione. Tutto ciò aggravato dalla mancanza di spazi di socialità e dall’impossibilità di svolgere qualsiasi attività, il che ha costretto gli ospiti della struttura ad una controproducente inattività forzata. Nonostante la presenza di circa 200 addetti alla sorveglianza, anche le norme di sicurezza sono giudicate insufficienti: la vigilanza è demandata ai vari gruppi etnici, il che avrebbe permesso la comparsa di un’economia sommersa ed alternativa interna al centro, fenomeni di sfruttamento, traffico di droghe, prostituzione ed altre attività non autorizzate ma tollerate dai gestori. Le forze dell’ordine sembrano a conoscenza della situazione ma si limitano ad una vigilanza a distanza.

Il secondo di questi aspetti riguarda la posizione del centro, lontano da vie di comunicazione significative e da centri abitati di dimensioni adeguate al sostegno che deve essere fornito ad un centro di quelle dimensioni. Era ampiamente preventivabile come la concentrazione di migliaia di persone in una struttura isolata, anche se a breve distanza da un centro abitato di sole 5.000 persone, avrebbe potuto creare tensioni, sia all’interno della comunità degli ospiti che nel rapporto con la cittadinanza del territorio, ingenerando nei casi più estremi anche rischi per la pubblica sicurezza. Questa situazione costringe di fatto i migranti alla permanenza ad oltranza nel CARA, nonostante siano in teoria liberi di entrare ed uscire a loro piacimento, data la mancanza di mezzi di trasporto per arrivare al centro di Mineo, escludendo così ogni possibile forma di integrazione con il territorio circostante.

Terza questione sollevata dalla Commissione riguarda la gestione, sia complessiva che finanziaria, del CARA, il quale avrebbe dovuto essere gestito dalle preposte autorità centrali, ma in realtà tale compito è stato demandato alle autorità locali, che si sono rilevate impreparate e penetrabili da fenomeni corruttivi.

Tale questione introduce la quarta ed ultima criticità individuata dalla Commissione, riguardante le falle emerse in relazione alla opacità delle procedure ed i mancati, od inefficaci, controlli per quanto riguarda l’aggiudicazione della gara d’appalto, l’assunzione di dipendenti per chiamata diretta, una scelta dei fornitori definita “clientelare” dalla Commissione, la scarsa trasparenza nella gestione dei cosiddetti pocket money, il sistema di rilevazione degli ospiti presenti all’interno della struttura (la quale ha generato una specifica inchiesta giudiziaria da parte della procura di Caltagirone) e l’intreccio di tali questioni con le vicende della vita politica locale.

In sostanza, la Commissione sottolinea i precedenti punti come i maggiormente problematici nell’arco dalla gestione pluriannuale del CARA, ma asserisce altresì come tutta la vicenda relativa al CARA di Mineo presenti gravi anomalie. In primis viene rilevata la volontà a voler stabilizzare la delega relativa alla prima fase emergenziale, in modo da poter effettuare scelte senza i vincoli imposti dai controlli di trasparenza e legalità delle operazioni. In questo, un importante ruolo viene giocato dai membri del cosiddetto “sistema Odevaine” emerso nell’ambito di Mafia Capitale, che prende nome dall’alto funzionario romano che faceva capo ad esso. Questo sistema permetteva una ulteriore criticità nella gestione del centro di Mineo, ovvero l’intreccio fra la stazione appaltante, il Consorzio Calatino Terra d’Accoglienza, alcune cooperative, poi risultate vincitrici dell’appalto stesso, e diversi uomini politici locali, a partire dall’ex presidente della Provincia Giuseppe Castiglione, oggi sottosegretario all’Agricoltura. Queste connessioni lasciavano intendere una gestione clientelare del centro, al fine di acquisire e distribuire vantaggi economici e scambiarli con consensi politici. Spetterà alla procura di Catania, presso la quale si è in attesa di giungere a processo per la risoluzione di queste controversie, stabilire le responsabilità in merito.

Conclusioni. Le conclusioni della Commissione ribadiscono che, al fine di raggiungere un adeguato funzionamento delle politiche di accoglienza, sia necessario che il sistema complessivamente inteso risulti efficiente, economicamente e non solo. In tal senso, raccomanda il superamento dell’approccio emergenziale adottato fino a questo momento e legato ad un utilizzo massiccio dei grandi centri migranti, anche tramite il potenziamento delle Commissioni territoriali ed un miglioramento del sistema di monitoraggio delle procedure di affidamento, per far posto ad un sistema di accoglienza integrato, maggiormente articolato sul territorio e più sostenibile. La Commissione individua almeno tre ordini di ragioni che dimostrano il fallimento dell’approccio legato ai grandi centri destinati all’accoglienza di migliaia di migranti: primariamente, si ritiene che questo modello produca ambienti malsani ed assolutamente irrispettosi di qualsiasi diritto o dignità umana; in secondo luogo, lo stato di fatto creato nelle zone in cui questi centri sono ospitati può generare, e spesso lo ha fatto, tensioni sociali e problemi alla pubblica sicurezza; infine, tale approccio può portare alla penetrazione nella gestione di questi centri di associazioni criminali, quando non compiutamente mafiose, come dimostrano casi molto recenti saliti alla ribalta nazionale, ultimo in ordine di tempo quello di Isola Capo Rizzuto. Il documento si chiude con la richiesta di una più pedissequa aderenza del sistema di accoglienza italiano alla normativa vigente delineato dal d. lgs. 142/2015, attraverso un utilizzo conforme per quanto riguarda le strutture di prima accoglienza, come il CARA di Mineo, e contemporaneamente il potenziamento, in maniera più celere possibile, delle strutture di seconda accoglienza, così da rendere effettiva la politica di integrazione, necessaria nell’attuale sistema di accoglienza.

 

(a cura di Francesco Casella, Master in analisi, prevenzione e contrasto della corruzione e della criminalità organizzata – anno 2016 – Università di Pisa)