Commissione rifiuti: audizioni sulla situazione dei rifiuti nel Lazio

Premessa. La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti ha ascoltato in audizione i rappresentanti di comitati e associazioni di cittadini residenti nella provincia di Roma in merito alla situazione legata alla presenza di discariche sul territorio (seduta del 13 luglio 2015) e i professori del Politecnico di Torino (seduta del 12 novembre 2015) che hanno illustrato lo studio voluto dal Consiglio di Stato sulla situazione della discarica di Malagrotta. Il 16 marzo 2016 è stato ascoltato Giorgio Libralato, consulente tecnico delle famiglie di Borgo Montello, in provincia di Latina, dove sorge una discarica a cui lo scorso gennaio la magistratura ha posto i sigilli a causa di una “situazione di pericolo per la salute pubblica”.  Il 30 marzo 2016 si è svolta l’audizione del Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Latina, Andrea De Gasperis. L’11 luglio 2016 è stata la volta del dirigente dell’area ciclo integrato rifiuti della Regione Lazio, ingegnere Flaminia Tosini, mentre il 2 agosto 2016 è stato ascoltato il presidente dell’Ama, Daniele Fortini, ed il 5 settembre 2016 si è svolta l’audizione del sindaco e dell’assessore ambiente del comune di Roma. Il 12 ottobre 2016 è stato ascoltato Fabio Altissimi, amministratore unico di Ridambiente, il 13 ottobre 2016 il direttore generale di Arpa Lazio ed il 26 ottobre 2016 l’ex direttore generale di Ama spa. Il 12 dicembre 2016 si è svolta l’audizione di rappresentanti del consorzio Colasi e il 10 gennaio 2017 del Presidente dell’Acea, mentre l’11 gennaio 2017 sono stati ascoltati l’ex commissario straordinario di Roma capitale e l’ex direttore generale di Ama spa, Giovanni Fiscon. Il 31 gennaio 2017 si è svolta l’audizione di due assessori del comune di Roma capitale. Il 1° febbraio 2017 sono stati ascoltati assessore e dirigenti della Regione Lazio ed il 20 febbraio 2017 i prefetti di alcune città del Lazio ed il 21 febbraio 2017 i sindaci di Latina e Rieti; il Procuratore della Repubblica di Rieti è stato ascoltato  il 6 marzo 2017; l’assessore ai rifiuti della regione Lazio è stato nuovamente audito nella seduta del 15 marzo 2017. Nella seduta del 30 maggio 2017 sono stati ascoltati i rappresentanti della procura di Roma ed il 28 giugno 2017 l’amministratore delegato e il direttore generale di AMA. Il 1° agosto 2017 è stato il turno del sindaco di Nettuno. Specifiche audizioni sono state dedicate alla situazione del Porto di Gaeta, nell’ambito dell’approfondimento sul traffico transfrontaliero dei rifiuti. Si riporta una sintesi dei temi trattati, sulla base degli stenografici disponibili.

Problematiche relative alla situazione di alcuni impianti di gestione dei rifiuti. Giancarlo Ceci, rappresentante dell’Associazione cittadinanza, servizi e cultura Colle del Sole (versante est della Capitale), riferisce delle ispezioni condotte dalla Comunità Europea relativamente alla questione rifiuti a Roma e Napoli nel 2013. In particolare sottolinea un passaggio delle conclusioni raggiunte a livello comunitario, ovvero “di come nel Lazio le popolazioni locali si sentano completamente ignorate dalle autorità politiche, che le hanno trattate con una tale, manifesta incuria in un periodo tanto lungo, senza agire sulle gravi conseguenze cumulative di una politica dei rifiuti”.

Ceci analizza la questione della gestione rifiuti nella Capitale, mettendo in evidenza la mancanza di un efficace “piano di gestione dei rifiuti”. La regione non avrebbe neanche “un piano di gestione dell’efficienza energetica e non è in grado di fare una corretta pianificazione della destinazione e collocazione degli impianti, ovvero della elaborazione di metodologie che possono portare alla chiusura del ciclo dei rifiuti…non ha un piano di tariffe regolate e predeterminate per quanto riguarda gli sversamenti nelle discariche…non ha ancora individuato le cosiddette aree non idonee per le biomasse e il biogas”.

Il rappresentante dell’Associazione Colle del Sole sposta poi l’attenzione sul piano che prevedeva di realizzare nel Comune di Gallicano, a 6 chilometri da Rocca Cencia, un impianto di trattamento di funzione organica (umido) “da 40.000 tonnellate, per un costo di 30 milioni di euro”. “Sembra che adesso lo si voglia ritirare – aggiunge Ceci – e proporre un impianto di trattamento aerobico, sempre da 40.000 tonnellate, che dovrebbe essere gestito non si sa bene da chi. Mancano, infatti, assolutamente, persino le tipologie delle zone da individuare per queste realtà”.

Denuncia la mancanza di pianificazione, le decisioni prese in situazione di emergenza, “una toppa momentanea alla risoluzione del circuito complessivo dei rifiuti e non la soluzione ottimale”, e la presenza di troppi progetti relativi alla costruzione di nuovi impianti, asserendo che alcuni protagonisti di tali proposte sono rimasti coinvolti in inchieste giudiziarie. L’Associazione denuncia una sordità da parte delle autorità istituzionali, in particolar modo la Regione Lazio, in merito alla numerose criticità nella gestione denunciate dai comitati dei cittadini.

Sulla situazione di Rocca Cencia, si sottolinea come esista già un impianto AMA con la possibilità di “trasferenza” di 200 tonnellate al giorno di frazione organica. Il tutto in una realtà dove, “a distanza di 50 metri, ci sono le prime abitazioni; nel raggio di 3 chilometri ci sono 100.000 abitanti, mentre nel raggio di 7-8 chilometri ne abbiamo 250-300.000”. Il piano sopraindicato prevede la costruzione di un ulteriore impianto per il trattamento della frazione organica con biogas che secondo Colle del Sole “comporterebbe, oltre ai normali inquinanti gassosi, ai liquidi microbiologici e al compost, che continua a non essere di qualità, un pericolo di incendio…e un trasferimento di mezzi pesanti e leggeri di oltre 650 unità giornaliere”.

La parola è poi passata ad Andrea De Carolis, architetto e ingegnere urbanista, il quale evidenzia altre criticità, tra cui la presenza nelle vicinanze dell’area del parco archeologico “tra i più importanti d’Italia e del mondo”, di Gabii, e la presunta abusività dell’impianto già esistente “per quanto riguarda la persistenza di vincoli archeologici agenti sul lotto. Inoltre, come evidenzia la relazione ambientale, manca l’autorizzazione paesaggistica dell’esistente”.  In conclusione viene sottolineata l’esistenza di una serie di fattori epidemiologici, prodotti dal dipartimento epidemiologico del servizio sanitario regionale, per i quali “la nostra zona prevale, in tutta Roma e in tutto il Lazio, per numero di morti causate da tumori”.

I rappresentanti dell’associazione che si oppone alla discarica di Magliano Romano, 35 chilometri a nord della Capitale, evidenzia come il progetto sia partito nel 2007 ma è ancora in divenire, essendo in corso di valutazione della Regione Lazio la procedura VIA (Valutazione Impatto Ambientale). Il sito indicato è infatti posto a 500 metri dal Parco di Veio e a 1.000 metri dal Parco regionale del Treja. Sulla discarica c’è anche la contrarietà espressa dalla Conferenza dei Sindaci  tenuta da 17 Comuni dell’area Cassia-Tiberina-Flaminia. Perplessità sono state espresse anche sul privato proprietario della cava che dovrebbe essere adibita a discarica, “la società Idea 4, che si definisce «società esperta in rifiuti», mentre è nata solo per questa cosa nel 2006, e nel 2007 è diventata esperta nella gestione dei rifiuti, pur non avendoli mai trattati perché si è sempre occupata d’altro”. Nello specifico di edilizia.

Ulteriori criticità evidenziate: la vicinanza del sito al centro di Magliano Romano (800 metri, rispetto ai 1500 di distanza minima imposta dal piano rifiuti regionale), la presenza nei pressi di aziende che producono carne biologica. Ulteriore elemento è “la carta idrogeologica della Regione Lazio”, la quale indica l’esistenza della falda “sotto al piano della discarica a 25 metri… Un altro dato oggettivo sta nel fatto che ci troviamo nei Monti Sabatini, nel settore nord della provincia di Roma, di origine vulcanica, dove la permeabilità delle rocce è abbastanza alta. Permeabilità significa che l’acqua molto facilmente attraversa le rocce e ha l’attitudine ad arricchirsi di ioni di varia natura, in funzione del chimismo delle rocce e di qualunque altro tipo di materiale”.

La discarica intercomunale di Roncigliano, Albano Laziale. Aldo Garofalo, del comitato Albano Noinc, ricorda alla Commissione come sia l’ARPA regionale che il CNR abbiano rilevato per tale discarica “una situazione di inquinamento, soprattutto delle falde acquifere”. Il sito, che tratta rifiuti solidi urbani e serve dieci Comuni dei Castelli Romani, è finito in un’inchiesta che ha coinvolto Manlio Cerroni, proprietario della società che la gestisce e di altre analoghe impegnate nel settore rifiuti. “In occasione della scadenza dell’autorizzazione integrata ambientale relativa all’ultimo degli invasi – da 500.000 tonnellate – della stessa discarica, l’ARPA Lazio ha accertato una serie incredibile di violazioni, mancate prescrizioni e comunque illegalità. Questa situazione era, a nostro giudizio, tale da richiedere, da parte degli enti preposti, quantomeno l’intimazione all’immediata bonifica e alla chiusura precauzionale della stessa discarica, cosa che non è avvenuta”.

Marco Tellaroli, Comitato Cittadini di Bracciano in movimento, sul tema della discarica nata come “illegale” e regolamentata negli anni successivi. Nel 2004 nasce la società di gestione Bracciano Ambiente, partecipata al 100% dal Comune, con “l’obiettivo di sostituire tutte le ditte private nella gestione del conferimento dei rifiuti e portare la discarica al compimento della sua totale capienza, che era di circa 2,2 milioni di metri cubi”. Le criticità evidenziate da Tellaroli sono la mancanza di trattamento per i rifiuti e la presenza intorno al sito di terreni agricoli, “nonché falde acquifere sotterranee, dove l’acqua della zona di Cupinoro va a influire sia nel Lago di Bracciano, sia nei comuni limitrofi”. Altra problematicità l’apertura di una cava limitrofa, poi sequestrata nel 2014 perché sprovvista di tutte le autorizzazioni ambientali, di altri 450mila metri cubi. Viene infine sollevata la questione della gestione economica, relativamente a 12 milioni del cosiddetto fondo post mortem e di 11,7 milioni di ecotassa, il cui utilizzo da parte degli amministratori, secondo il Comitato che riferisce di indagini della Finanza e della Corte dei Conti, non sarebbe stato chiarito.

La situazione della discarica di Malagrotta. Nella successiva audizione di novembre, con le professoresse del Politecnico di Torino, Maria Chiara Zanetti e Rajandrea Sethi, si è affrontata la spinosa questione relativa alla situazione dell’inquinamento e dello stato geologico della discarica di Malagrotta. Il lavoro del Politecnico è stato svolto nell’ambito di una richiesta del Consiglio di Stato.

Il primo aspetto affrontato era relativo al dislivello peziometrico tra il polder, la barriera laterale impermeabile costruita nel 1987 (la discarica è stata aperta nel 1974) per evitare l’uscita di percolato in falda, e l’esterno. “Quello che era stato osservato è che i livelli interni risultavano essere superiori rispetto all’esterno. Il fatto che ci sia una differenza di livello fa sì che possano esistere dei flussi idrici dall’interno verso l’esterno. Se c’è un dislivello topografico, l’acqua tende a migrare da quote piezometriche superiori a quote piezometriche inferiori. Nella zona interna il livello dell’acqua è più elevato, mentre in quella esterna risulta essere più basso”.

Il risultato dello studio su questo specifico punto evidenzia come si possa affermare “che gli interventi richiesti dall’ordinanza… sono efficaci ai fini della tutela della salute pubblica e della risorsa idrica sotterranea. In particolare, l’inversione del livello piezometrico, presente all’interno e all’esterno del polder, permetterebbe di ridurre in modo considerevole o annullare il flusso di acqua contaminata da percolato in uscita dal perimetro del polder. Si ritiene, inoltre, che tale misura rientri nelle norme di buona gestione di un sito isolato idraulicamente”.

Il secondo aspetto riguardava la fattibilità di tali interventi, valutando “quanta acqua si dovesse rimuovere dalla zona perimetrata per far sì che localmente il dislivello si annullasse”. Nel descrivere i tempi i tecnici riferiscono di due anni per “ottenere un annullamento o una riduzione significativa del flusso” attraverso l’utilizzo di un “sistema di pozzi perimetrali”.

Gli altri quattro quesiti posti al Politecnico riguardano “lo stato qualitativo delle acque nella zona circostante” e la possibile responsabilità della discarica “relativa a un cambiamento del chimismo delle acque di falda”.

Comunque, anche a monte, l’acqua di falda presenta dei parametri che non rientrano perfettamente in linea con i requisiti di cui al decreto n. 152 del 2006. Sicuramente l’acqua di falda a valle è molto più inquinata rispetto a quella a monte”. “Quali che fossero gli indicatori considerati, tipicamente legati alla qualità dell’acqua di percolato all’interno di discariche di rifiuti solidi urbani come quella in questione, abbiamo potuto ravvisare una certa influenza della presenza della discarica di Malagrotta sulle acque di falda a valle della discarica” spiegano gli esperti del Politecnico. E aggiungono: “Si può già dire che l’acqua di falda, ancorché a monte, presenta alcune caratteristiche di inquinamento. Ci siamo focalizzati sulla discarica e non conosciamo la storia di tutta la zona. Pertanto non siamo in grado di indicare il motivo preciso.

Sollecitati dai Commissari sul tracciare una sorta di bilancio degli studi condotti, viene evidenziato che “la discarica di Malagrotta, ai sensi del decreto n 152 del 2006, inquina. Certamente, non essendo stato fatto nulla, continua a inquinare. È stato chiesto se le prescrizioni sono sufficienti…Sicuramente annullare il dislivello tra polder e falda è un buon sistema per limitare o addirittura eliminare, se si arriva fino ad annullare totalmente il dislivello, la fuoriuscita e l’interferenza tra la discarica e la falda. Mi permetto di osservare che forse si potrebbe aggiungere un drenaggio del percolato all’interno della discarica….Infatti la fonte dell’inquinamento è proprio il percolato. Spesso, per eliminare più in fretta la fonte di inquinamento, conviene andare direttamente dove c’è la fuoriuscita, quindi intervenire proprio sul percolato. Questa potrebbe essere, eventualmente, una modalità aggiuntiva per accelerare l’efficienza del trattamento di bonifica… Non c’è un rischio sanitario e ambientale per la popolazione esposta al di sopra di certi livelli (ovviamente l’acqua non è potabile, nda). È chiaro che comunque il problema andrebbe risolto”.

Borgo Montello e la possibile presenza di rifiuti tossici. Giorgio Libralato nell’aprire la propria audizione ricorda come la vicenda della discarica di Borgo Montello, soggetta a procedura di infrazione da parte delle autorità europee, si trascini ormai da decenni. La discarica, gestita dalle società Indeco ed Ecoambiente, è finita sotto inchiesta nel gennaio 2014. Inchiesta che ha condotto al sequestro, da parte del GICO della Guardia di Finanza, di una sua “parte attiva”. Sulla possibile presenza, nell’invaso SO, di fusti metallici contenenti rifiuti tossici, il consulte riferisce di una “massa metallica confermata dalle ricerche dell’INGV”. Lo scavo nell’invaso è iniziato nell’agosto 2012 a seguito di un finanziamento di 700mila euro da parte della Regione Lazio, 400mila dei quali destinati all’appalto di scavi “effettuati solo parzialmente”.

“Durante una conferenza pubblica, il 20 settembre 2012, il direttore dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia – sostiene il consulente – dichiara che non vengono fatti tutti gli scavi perché per loro quello che avevano trovato era sufficiente per dire che quella massa metallica era o del ferro che si trovava nei copertoni o armature metalliche delle recinzioni dell’epoca”. Libralato cita due dichiarazioni, del pentito Carmine Schiavone e dell’assessore provinciale dell’epoca, secondo cui gli scavi non dovevano essere effettuati nell’SO ma in altro invaso. Tra i dati citati dal consulente anche quelli relativi all’inquinamento delle falde certificati dall’ARPA nel 2013 e da analisi svolte da periti del Tribunale di Latina, secondo cui la protezione delle falde non sarebbe stata completata. Fatti che portano ad un processo ancora in corso a carico di esponenti dell’epoca della società Ecoambiente. Nel citare una delle perizie Libralato sintetizza che “la falda ha una certa quota: se non la si analizza per l’interezza della quota, probabilmente si hanno dati non attendibili, perché un inquinante può essere più pesante dell’acqua, un altro meno pesante; se non si verifica per tutta l’altezza, questo problema non si evince”.

Riferendosi all’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) Libralato dichiara che la Regione Lazio nel 2009 sosteneva il falso nel dichiarare la proprietà della discarica in capo ad Ecoambiente. Aggiunge che secondo le famiglie di Borgo Montello la discarica andava chiusa nel 2012, a scadenza delle autorizzazioni assegnate alle due società (Indeco e Ecoambiente) che invece “continuano ad operare”. Conclude ricordando che le nuove Autorizzazioni, conferite nel 2015, sono state impugnate dai cittadini di Borgo Montello, per problemi legati alla polizza fideiussoria e perché Ecoambiente non ha a disposizione l’intera area sottoposta al sopracitato sequestro della Finanza.

Nel citare l’inchiesta che ha portato ai sigilli alla discarica posti lo scorso gennaio, il consulente ricorda come l’indagine abbia stabilito che “i volumi dell’Indeco erano stati superati di oltre 100.000 metri cubi rispetto all’autorizzato” e che secondo il comitato di Borgo Montello questo superamento “avrebbe portato a un guadagno di circa 10 milioni di euro da parte dalla società Indeco per il volume di affari corrispondente”.

Sollecitato dai commissari, Libralato fornisce dettagli sui livelli di inquinanti emersi dalle analisi dell’ARPA sulle falde: i valori di arsenico sono superiori a trenta volte rispetto a quanto consentito dalla legge e sono state rintracciate presenze di ferro e manganese.  Il comitato sottolinea la mancata realizzazione di studi epidemiologici in merito: “Quest’indagine epidemiologica non è stata chiesta solo dai cittadini. Viene chiesto da ASL, ARPA e anche dalla Regione Lazio. Prima di rilasciare qualsiasi autorizzazione vale il principio di precauzione. Se non c’è quest’indagine, non possiamo procedere o autorizzare niente”.

Le indagini della Procura. Il tema della discarica di Borgo Montello è stato affrontato anche nell’audizione della Procura di Latina. I magistrati evidenziano che, in base ad un “controllo svolto dai tecnici”, la discarica aveva superato la sua capacità di contenimento dei rifiuti e che il provvedimento di sequestro sopra citato, per l’invaso S8, è stato confermato dal Tribunale del Riesame. Più in dettaglio, risulta “violata l’autorizzazione integrata ambientale e sono stati abbancati rifiuti, per quello che ci risulta, pari a circa 120mila metri cubi in più…senza che ci fosse stata nessuna verifica preliminare da parte degli organi competenti ai controlli”. Attualmente sulla discarica sono autorizzate soltanto le attività di manutenzione e quelle ordinarie per evitare danni all’ambiente.

Nel prosieguo dell’audizione il sostituto procuratore fa emergere quelle che a suo avviso sono le criticità dell’impianto normativo, in particolare del decreto legislativo n. 33 del 2003 in merito alle discariche. “Mi riferisco alla gestione post mortem, alla questione accantonamenti, alla questione fideiussioni. Sono tutte questioni che rischiano di vanificare assolutamente la tutela ambientale.  Si è voluto amplificare al massimo le garanzie da un punto di vista economico…ma stiamo e sto constatando nelle indagini che purtroppo questo rischia di essere soltanto un ammasso di carte… Vorrei vedere che cosa succederebbe se un giorno fossero effettivamente attivate queste polizze fideiussorie”. Altra criticità evidenziata è il tema degli accantonamenti, su cui la Procura comunque ha chiesto l’archiviazione per l’ipotesi di reato di peculato: “Perché una società accantona realmente e un’altra solo contabilmente? È possibile tollerare questa libertà di azione o forse non sarebbe meglio disporre che gli accantonamenti vadano direttamente alla regione o siano effettivi con un vincolo di destinazione?”

Sul tema economico vengono snocciolati alcuni dati su Borgo Montello: in base ad una consulenza tecnica emerge che dal 1998 ad oggi sono stati riversati in discarica 5.422.923 tonnellate di rifiuti, “per incassi pari grosso modo a circa 276 milioni di euro”. In tema di controlli si ribadisce che “dovrebbero essere automatici, sistematici, e non arrivare, come pare in questo caso sia avvenuto, solo a seguito di iniziative anche di impatto dell’autorità giudiziaria”.

Altro capitolo affrontato è legato ai benefit ambientali da versare alle amministrazioni, proporzionati al quantitativo di rifiuti conferiti in discarica. Nel caso specifico di Borgo Montello, viene sottolineata una discrasia tra le somme che le società devono versare e quelle effettivamente incassate dal Comune di Latina. Una “sfasatura” di oltre 300mila euro ogni anno, dal 2011 in poi, tra quanto previsto (1,3 mln circa) e quanto realmente versato da Indeco (1 mln circa). Mancati versamenti che, specifica il sostituto procuratore, possono dipendere dal fatto che le società non siano pagate dai Comuni e siano impossibilitate dal versare l’intero ammontare dei benefit.  “A mio avviso la questione sorprendente è che non sono state date notizie, almeno allo stato, sugli approfondimenti che hanno fatto all’interno degli uffici comunali”.

L’audizione del dirigente della Regione Lazio. Sul sito di Borgo Montello è stata audita anche la dirigente dell’area ciclo integrato rifiuti della regione Lazio, ingegnere Flaminia Tosini, la quale ribadisce che entrambe le  discariche (Indeco ed Ecoambiente) sono al momento senza possibilità di ricezione rifiuti per esaurimento delle volumetrie autorizzate, con la prima soggetta a sequestro. In merito alla richiesta di valutazione di impatto ambientale, strada per l’ampliamento delle volumetrie, i procedimenti sono fermi. “In questo momento si sta attivando la procedura di valutazione di assoggettabilità di questo fabbisogno, al termine della quale, se l’esito è favorevole, avremo la determinazione del fabbisogno e quindi la pianificazione corretta per poter procedere all’autorizzazione di nuovi impianti”.

Sul piano regionale, al momento in fase di aggiornamento, la dirigente ricorda che “nel 2012 è stato approvato il piano, aveva un capitolo che si chiamava «Scenari di controllo», sospeso dal consiglio regionale perché era basato su presupposti non esattamente coerenti con la normativa europea. Pertanto questo scenario era stato sospeso ed era stato domandato di rideterminare lo scenario sulla base dei presupposti corretti: da una parte il raggiungimento della raccolta differenziata al 65 per cento e, dall’altra, la diminuzione dei rifiuti. Va quindi a sostituire quella parte, per quanto riguarda il fabbisogno, dopodiché ci sarà l’aggiornamento del piano”.

L’audizione successivamente si sposta sul rogo del 30 giugno 2016 al TMB di Pontina. In merito all’impatto ambientale – sanitario dell’incendio, la dirigente specifica che con ARPA sono stati predisposti una serie di monitoraggi sulle centraline fisse che erano già disponibili nell’intorno e con una centralina mobile. “Non risultano superamenti su questi aspetti. L’ASL ha fatto fare dei campionamenti su alcune tipologie di ortaggi – quelli a foglie larghe, più sensibili alla contaminazione – e siamo in attesa delle analisi” ha dichiarato la Tosini.  Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti da collocare in discarica, il TMB di Pontina serve 15 Comuni dei Colli e della Valle dell’Aniene. Dopo il 30 giugno i rifiuti sono stati dirottati sui due impianti di Viterbo e Rida. “Successivamente sono state fornite ai comuni tutte le informazioni corrette per individuare il nuovo impianto di riferimento. Pertanto sono stati messi a disposizione tutti gli impianti esistenti sul territorio della regione Lazio in modo che, contattando questi impianti, i comuni hanno trovato la nuova destinazione”.

L’attuale situazione delle discariche nel Lazio. Sollecitata dai commissari sul punto, la dirigente ricorda che, oltre alla situazione sopra descritta di Borgo Montello – Latina,  “le discariche in esercizio sono veramente poche: Viterbo, Colleferro e la discarica a servizio dell’ATO di Frosinone. Civitavecchia è ferma per altre problematiche”. Questa situazione al momento non comporta delle particolari criticità, a parte il territorio di Roma Capitale.

In merito alla necessità di una “discarica di servizio” a Roma, la Tosini risponde: “Sì, nell’ipotesi che Roma voglia lasciare i rifiuti sul territorio di Roma e non andare fuori: questo è evidente. Si può andare fuori con i rifiuti che hanno cambiato la natura perché sono stati soggetti a un trattamento vero e proprio, ossia non al tritovaglio. Tali rifiuti possono circolare liberamente sul territorio perché sono speciali a tutti gli effetti e quindi possono spostarsi fuori. L’elemento che oggi si è evidenziato e che risulta essere mancante è la disponibilità ad effettuare la termovalorizzazione dei rifiuti nel Lazio. Abbiamo tre impianti autorizzati, realizzati e in esercizio, che sono quelli di Colleferro, di Lazio Ambiente e di ACEA a San Vittore. L’impianto si chiama ARIA.
Questi tre impianti non sono sufficienti per la produzione di CDR del Lazio. Quindi l’ipotesi da valutare era, così come dice il Ministero, se serva un altro impianto nel Lazio oppure se non serva. L’ipotesi fatta, se lo scenario porta a un miglioramento della raccolta differenziata e, contemporaneamente, alla riduzione della produzione di rifiuti, è di una quantità di rifiuti da inviare alla termovalorizzazione, di qui a tre anni, che si equivale con le disponibilità degli impianti rispetto a quello che sarà il fabbisogno da bruciare. Quindi, da qui a tre anni, siamo sicuramente in carenza ma, se le prospettive vengono mantenute, tra tre anni non servirà più l’impianto”.

L’audizione del Presidente dell’Ama. Il 2 agosto 2016 è stato audito dalla Commissione il Presidente del CDA di AMA, la municipalizzata che gestisce i rifiuti di Roma. Fortini avrebbe poi lasciato l’incarico due giorni dopo. Il tema dell’audizione sono le informazioni, note a Fortini e oggetto di sue denunce all’autorità giudiziaria, “relative alla commissione di illeciti all’interno dell’AMA, oltre che alla possibile presenza nell’azienda di fenomeni criminali”. Tre i temi che annuncia di voler affrontare Fortini: la mancanza di un ciclo integrato di rifiuti urbani sul territorio di Roma, le difficoltà di AMA e i “pericoli di un condizionamento indesiderato dall’esterno dell’azione dell’attuale amministrazione capitolina”.

L’assenza di un ciclo integrato di rifiuti urbani per Roma. Fortini asserisce che tale ciclo a Roma non esiste. L’AD si mostra scettico sulla pianificazione regionale, in mancanza dei previsti impianti di gassificazione di Albano Laziale e Malagrotta e in virtù delle sole linee di incenerimento installate a San Vittore e Colleferro. La presenza di impianti di trattamento biologico (TMB), il cui compito è generare “rifiuti da rifiuti, separano la parte combustibile dei rifiuti da quella più umida e generano scarti che dovranno successivamente essere trattati o smaltiti”, obbliga ad integrare il ciclo dei rifiuti con la presenza di altri inceneritori e discariche. Si aggiunge a tale scenario problematico la situazione delle linee di incenerimento attualmente presenti: se San Vittore rappresenta un impianto moderno e che sarà presto ampliato, Colleferro viene definito da Fortini “un rottame”, spesso guasto e che non riesce a “marciare le ore previste dal tabellame di funzionamento”.

Fortini esprime un’altra preoccupazione. Ad ottobre è prevista la visita nel Lazio della Commissione Europea, che dovrà verificare la situazione del ciclo integrato dei rifiuti della regione. Il timore è che “la ricerca di una discarica nel territorio della Capitale d’Italia possa risolversi così come accaduto in passato, in modo forse rovinoso, impedendo che possa esservi quella garanzia e quell’assicurazione che invece viene richiesta”. Il tema centrale secondo Fortini diventano i TMB (4 operanti sul territorio di Roma) che “costituiscono il più grande impedimento allo sviluppo di politiche orientate all’economia circolare, al recupero dei rifiuti, alla possibilità di generare prodotti dalle raccolte differenziate e dal riciclaggio”.

Le difficoltà di AMA. La situazione dunque si attesta su un precario equilibrio, che viene facilmente a mancare in caso di imprevisti, come raccontano le cronache delle ultime settimane. Attualmente i TMB possono accogliere 3mila tonnellate al giorno di rifiuti indifferenziati e rifiuti urbani residui, esattamente il fabbisogno calcolato quotidianamente per Roma. Ma 2 dei 4 TMB devono accogliere anche circa 300 tonnellate al giorno riservate ai comuni di Ciampino, Fiumicino, agli aeroporti presenti sul territorio e alla Città del Vaticano. Si spiegano anche così i ciclici problemi di raccolta, nuovamente portati all’interesse dell’opinione pubblica durante l’estate del 2016.

In base allo scenario sopra descritto, Fortini spiega che fine fanno parte dei rifiuti della città. Roma “esporta” in 62 siti diversi frazione organica stabilizzata, scarti pesanti, scarti leggeri e combustibile derivato da rifiuti. Siti “dislocati in 10 regioni italiane e in 3 Paesi esteri, cioè Bulgaria, Romania e Portogallo”. Una situazione difficile dal punto di vista ambientale, economico (viene generato un notevole aumento dei prezzi) e logistico.

Secondo Fortini è necessario che Roma sostituisca gli impianti TMB con altri impianti in grado di valorizzare la raccolta differenziata. Impianti con macchinari, presenti anche in Italia, “che lavorano a freddo, che non inquinano e che sono capaci di selezionare i materiali in ingresso restituendo in uscita prodotti, sottoprodotti, materie impiegabili”. Gli investimenti sarebbero “banali”: per lavorare 100.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati in impianti moderni si avrebbe un investimento intorno ai 30-35 milioni di euro. Altra necessità rimarcata da Fortini è la presenza di impianti di compostaggio per almeno 200.000 tonnellate all’anno di rifiuti urbani biodegradabili generati a Roma. Attualmente l’unico impianto (Maccarese) è in grado di soddisfare solo il 10% di questo fabbisogno annuale.

Nella seconda parte dell’audizione, l’AD si sposta poi sulle critiche piovute addosso ad AMA, ritenuta “corresponsabile” delle cicliche situazioni di crisi a Roma. “Ho trovato ingeneroso – sottolinea Fortini – dire che l’azienda AMA ha incautamente non realizzato gli impianti, lasciando il campo ai privati e ad ACEA. L’azienda AMA ha progettato gli impianti, ha portato la raccolta differenziata al 42 per cento, ha bandito le gare per portare i rifiuti in massima trasparenza e con convenienza economica dove potevano andare. Non trovo dunque corretto dire che incautamente l’azienda ha lasciato il campo ai privati e a un altro operatore, ancorché pubblico. Peraltro, l’operatore privato che si chiama Manlio Cerroni e che ancora oggi rivendica, apertamente e orgogliosamente, la proprietà del gruppo Colari, non è diventato il supremo della gestione di quarant’anni di rifiuti grazie ad AMA. Al contrario, ha contrastato con ogni forza e con ogni strumento, messo a disposizione dalla legge ed entro i termini della legge, in ogni minuto, il dominio assoluto che quel gruppo industriale aveva sulla città di Roma”.

I “pericoli” di condizionamento dell’azienda. Sul tema Fortini parte dai pericoli di inquinamento da parte della criminalità organizzata, citando l’operazione Alchemia condotta dalle forze dell’ordine, da cui emerge che una società gestita da presunti esponenti collusi con la ‘ndrangheta gestiva la movimentazione dei rifiuti nelle vasche dei TMB di Rocca Cencia e Salario.

Passando al risvolto politico, in merito ai presunti “condizionamenti” Fortini spiega: “I consiglieri comunali, gli assessori e il sindaco sono la mia istituzione di riferimento, prova ne sia il fatto che quando ho avvertito la necessità di accendere i fari su un arbitrato da 900 milioni di euro che Colari rischiava di portarci via nel silenzio, chiedendo alla stampa, a tutti i soggetti e alle autorità di controllo di elevare la soglia di attenzione su quel problema, ho chiesto proprio all’onorevole Stefano Vignaroli (Movimento Cinque Stelle, ndr) di intervenire con un’interrogazione parlamentare che potesse, appunto, accendere anche il faro del Parlamento sulla questione…. Ho incontrato la sindaca di Roma, Virginia Raggi, soltanto una volta, il 27 giugno 2016. Con questa amministrazione ho provato a improntare un atteggiamento di leale collaborazione. Mi è stato chiesto di produrre ogni giorno un report sull’attività di AMA, cosa che ho fatto…. I destinatari sono stati l’onorevole sindaca di Roma, la dottoressa Paola Muraro, assessore al comune di Roma (non lo era fino al 7 luglio, ma avevo ricevuto istruzioni di mandarglieli anche in precedenza, dal 28 giugno) e l’onorevole Vignaroli. Questi documenti contengono informazioni delicate sulla vita aziendale e sulle problematicità. Ho smesso di redigerli nel momento in cui uno di questi report settimanali, peraltro particolarmente delicato, che pensavo di inviare a persone che avrebbero trattenuto per sé le informazioni, è diventato un allegato a una lettera del dipartimento ambiente di Roma Capitale che, allegando il mio weekly report di quella settimana, mi chiedeva spiegazioni su alcuni passaggi. Nello stesso tempo la sindaca di Roma ci ha scritto il 28 giugno chiedendo ad AMA di dare entro il 4 luglio esauriente risposta su 23 punti… dal 29 giugno, ho messo alla stanga i 14 dirigenti, giorno e notte, per cui abbiamo redatto una relazione che ha un master di 116 pagine e due allegati di complessive 720 pagine…. La relazione completa è stata depositata il 4 luglio al dipartimento partecipate del comune di Roma, che poi l’ha inoltrata….Tuttavia, mentre assolvevamo a questo compito e mentre personalmente facevo un lavoro di collaborazione leale e aperta, mi sono ritrovato dei blitz all’impianto di Rocca Cencia di cui non ero a conoscenza…Alle 10.15 del mattino di lunedì 25 luglio ricevo una telefonata dall’assessore Muraro che mi informa che sarebbe venuta a trovarmi in ufficio. Invece, alle 11.15 mi trovo nell’ufficio, insieme all’assessore, persone di cui non avevo previsto la visita, per subire quello che è stato un interrogatorio a telecamere aperte – da me autorizzato – in luogo di quello che immaginavo essere un confronto tra l’assessore e il presidente dell’azienda di fronte a una situazione di difficoltà per capire come risolvere i problemi di Roma: ne ho preso atto con un certo rammarico perché non era questo lo stile che regolava le relazioni tra me e la dottoressa Paola Muraro negli anni precedenti”.

Sollecitato dai commissari, in merito alla situazione di crisi sulla pulizia della città occorso sul finire del mese di giugno, Fortini ricostruisce di aver proposto “di ricorrere a Colari, chiedendogli di darci una mano temporanea e transitoria, nelle more della riapertura dell’impianto ISAF di Frosinone, per 200 tonnellate al giorno, per almeno 10 giorni, stando aperto anche la domenica”.  Nella riunione tenuta il 30 giugno si giunse ad un accordo: “Colari accettò di prendere 200 tonnellate al giorno in più di rifiuti per 10 giorni, ma AMA si impegnava ad anticipare il pagamento del mese di luglio di almeno 15 giorni per dare loro un respiro finanziario, in modo da avere meno problemi con i loro fornitori dei servizi di evacuazione dei rifiuti”.

L’audizione del sindaco e dell’assessore all’ambiente di Roma. L’audizione parte con la conferma da parte dell’assessore di alcune indiscrezioni giornalistiche in merito ad un’indagine a suo carico. La Muraro racconta infatti di aver chiesto informazioni all’autorità giudiziaria e di aver ricevuto conferma, sul finire del mese di luglio 2016, di un “335” (iscrizione nel registro delle notizie di reato) in merito all’“articolo 256, comma 4” del Testo Unico Ambiente (attività di gestione rifiuti non autorizzata). In merito il Sindaco Raggi dichiara quanto segue: “Io sono venuta a conoscenza dell’esistenza di un fascicolo a suo nome verso la fine del mese di luglio, tuttavia siamo in attesa di leggere le carte, cioè di conoscere quale sia l’oggetto di questa indagine. Al momento c’è semplicemente questo fascicolo aperto a suo nome e non si sa ancora nulla…La contestazione è troppo generica per poter capire effettivamente di cosa stiamo parlando. Non appena ci saranno maggiori informazioni prenderemo provvedimenti”. La Muraro specifica: “Ho informato subito la sindaca quando l’ho avuto in possesso”. Sollecitata da un commissario sulle interviste rilasciate nei giorni precedenti all’audizione, in cui la Muraro non confermava l’esistenza di un’indagine a carico, l’assessore replica: “La domanda che fanno i giornalisti è se ho avuto un avviso di garanzia e io un avviso di garanzia non l’ho avuto”.

Rifiuti zero, obiettivo della nuova giunta. Il sindaco di Roma Capitale, Virginia Raggi, sintetizza gli obiettivi della sua giunta, tra cui il modello “rifiuti zero” in cui “qualunque prodotto viene già concepito all’interno di un ciclo che ne consente il completo smaltimento o la rifunzionalizzazione alla fine del ciclo di vita”. In merito ad AMA, il Sindaco sostiene che l’azienda non funziona al meglio e non tende all’obiettivo sopra indicato. Sull’azienda lo scopo della giunta è che “AMA arrivi a chiudere il ciclo”, diventando responsabile non solo della raccolta ma anche del trattamento, un aspetto quest’ultimo fin qui delegato soprattutto ai privati. Il fine ultimo per AMA sarà “andare a vendere sul mercato quella che viene definita materia prima seconda e quindi possa trarre utilità da questa attività”. Per centrare questi obiettivi il progetto della giunta è creare “isole ecologiche in tutti i quartieri” e realizzare “una serie di centri di riuso” allo scopo di abbattere il carico di rifiuti in discarica. Per farlo è necessario risanare le casse della municipalizzata ma già in tempi brevi, secondo il Sindaco, AMA potrebbe realizzare i centri di riuso di cui sopra. Sul fronte della prevenzione la Raggi dichiara di voler avviare una campagna di informazione rivolta alla cittadinanza, a cominciare dalle scuole, e pensare a leve fiscali per gli esercizi commerciali che vendono prodotti sfusi.

Si sono poi succeduti gli interventi dei commissari, con una serie di domande all’assessore Muraro e al sindaco Raggi. Di seguito alcune delle questioni affrontate

La mancata raccolta di rifiuti ingombranti. L’assessore specifica di aver “diffidato due volte” sulla questione l’ex AD di AMA Fortini, “proprio perché una volta nominata ho verificato di persona in strada il servizio e ho visto che gli ingombranti non venivano ritirati nel servizio Ricicla Casa”. Il risultato secondo la Muraro è che i cittadini che si recavano nelle isole ecologiche della Capitale (14, “poche in una città come Roma”) si sentivano rispondere che “si doveva tornare indietro”, causando l’abbandono di tali rifiuti per strada. Intanto la scadenza del nuovo bando per tale servizio scadrà ai primi di ottobre. In merito a possibili sconti sulla tassa rifiuti ai cittadini romani, per via del disservizio sopraesposto, la Muraro risponde che “il contratto di servizio, siglato a maggio è da rifare in assenza di un organo di controllo”

Progetti sull’impiantistica. Il sindaco Raggi rimarca quanto già dichiarato nella prima parte dell’audizione sui centri di riuso e aggiunge di voler aumentare i centri di compostaggio. “Per quanto riguarda proprio gli impianti di proprietà AMA, Ponte Malnome e Rocca Cencia – aggiunge – dobbiamo entro dicembre 2016 presentare tutte le istanze autorizzative per il recupero di circa 300 tonnellate al giorno di frazione secca di multimateriale. Anche questo ci consentirà di aumentare gli impianti attualmente coinvolti nella gestione del ciclo dei rifiuti”. Ad altra domanda la Raggi ha ribadito che non è nei piani della sua giunta ricorrere ai termovalorizzatori.  L’assessore Muraro ha escluso la possibilità di piazzare un impianto di compostaggio da 50mila tonnellate a Rocca Cencia, com’era nei piani AMA. “Abbiamo verificato che tutti gli impianti di compostaggio attualmente in itinere in regione Lazio, hanno nelle premesse la richiesta di autorizzazione per i rifiuti organici di Roma: ne prendiamo atto, per cui ci sono parecchi impianti già con avviamento e iter autorizzatorio a buon punto. Sono poco distanti da Roma, quindi vediamo”. Sull’impianto Salario, di proprietà AMA, l’assessore spiega che tra gli obiettivi c’è quello di trasformarlo: da TMB a polo tecnologico di materia prima seconda.

La raccolta differenziata. L’assessore Muraro mette in discussione i dati forniti da AMA sull’entità della raccolta differenziata in città (41-42%). “Non ci tornano i conti. ISPRA dice qualcos’altro. Alla fine, dobbiamo valutare quello che abbiamo. Stiamo facendo un audit sulla percentuale di raccolta differenziata perché non ci accontentiamo di verificare la percentuale, ma dobbiamo verificare dove va a finire il materiale, che cosa viene fatto di questo materiale e come è impostata la raccolta differenziata dell’organico in tutta la città… Sulla base di quello che troviamo, di quello che andremo a fare e che vogliamo fare nel recuperare molto la parte di secco, vedremo le volumetrie necessarie”.

L’intasamento degli impianti e il pagamento delle penali. Alla domanda sui problemi del periodo giugno – luglio, relativo all’intasamento di alcuni impianti, in parte causato dalla manutenzione di un TMB, l’assessore Muraro specifica che “abbiamo chiesto a Fortini perché non avesse applicato le penali e ci ha detto che forse verificava. A quel punto abbiamo fatto un rapido conteggio ed è venuto fuori che nei tre mesi (marzo, aprile e maggio) erano circa 3 milioni di penali. Non siamo andati indietro nel tempo – lo stiamo facendo adesso – però abbiamo chiesto a Fortini di far leva su questo…Questo lo stiamo valutando perché per noi è stato un danno molto forte, ma è un danno anche per la collettività”. Nel corso dell’audizione, anche il sindaco è tornato sulla questione delle penali: “AMA fece un discorso molto serio nel corso del tempo: caro comune di Roma, se tu mi fai pagare le penali, poi sono costretto a riversare in tariffa i soldi che do in più, quindi questi li pagano i cittadini. Facciamo un’altra cosa: tu quantifichi il peso del mio inadempimento e io lo trasformo in servizi aggiuntivi, per cui mi dispiace se ho dimenticato di fare qualcosa e riparo offrendo dei servizi aggiuntivi.
Cosa si è visto nel corso del tempo? Che questi servizi aggiuntivi costavano ore e uomini in termini di ore lavoro e queste ore lavoro vanno a finire in tariffa”.

L’invio dei report AMA. In merito a quanto dichiarato dall’AD AMA nella precedente audizione (“Mi è stato chiesto di produrre ogni giorno un report sull’attività di AMA….I destinatari sono stati l’onorevole sindaca di Roma, la dottoressa Paola Muraro, assessore al comune di Roma e l’onorevole Vignaroli”), la Raggi dichiara di aver chiesto a Fortini di inviarli solo a lei. Specificando inoltre che in questi report non erano presenti dati sensibili: “Erano dati sulle azioni che poneva in essere l’ex presidente Fortini: tutto erano fuorché dati sensibili; ai sensi del decreto sulla privacy non sono decisamente definiti dati sensibili”. Fortini aveva dichiarato: “Questi documenti contengono informazioni delicate sulla vita aziendale e sulle problematicità”.

Il contratto di servizio con AMA. A specifica domanda di un commissario, il sindaco risponde che la giunta intende mettere mano al contratto di servizio, essendoci “moltissime cose da modificare”.

L’audizione di Ridambiente. La società Ridambiente possiede un TBM per il trattamento dei rifiuti sito in Campoverde (Aprilia), autorizzato al trattamento di oltre 400mila tonnellate di rifiuti. Il sito serve l’ATO di Latina, l’ATO di Colleferro e assiste l’impianto di Pontina Ambiente (Roma), incendiatosi nel giugno 2016. Al momento dell’audizione Ridambiente aveva ritirato 80mila tonnellate di rifiuti dalla Capitale. Il TBM recupera il 45 per cento di CSS (Combustibile Solido Secondario). Tale materiale viene utilizzato come energia termica da San Vittore ma, precisano dalla società, può essere collocato anche nelle cementerie.

Dopo contenzioso amministrativo con la Regione Lazio, la società ha presentato richiesta per costruire una propria discarica per rifiuti speciali non pericolosi. E’ stato individuato e acquistato un terreno e un progetto è stato presentato nel luglio 2016. Ad agosto è intervenuta l’autorità giudiziaria ponendo il terreno sotto sequestro, perché interessato da inquinamento. Il dissequestro è giunto il 10 ottobre: “La magistratura ha fatto il suo corso, ha visto che l’inquinamento era risalente e che comunque il comune era addirittura informato e la regione addirittura aveva censito come sito da bonificare”. Ora si attende la Conferenza dei Servizi, in programma il 3 novembre 2016, per valutare quale siano in merito le intenzioni della Regione.

Sollecitati dal Presidente della Commissione, i rappresentanti di Ridambiente affrontano la questione del certificato di dichiarazione urbanistica, regolarmente rilasciato per il terreno poi rivelatosi inquinato.  Viene messa in evidenza una problematicità dell’attuale normativa. “Il sito risulta censito da oltre trent’anni in piani di bonifica della regione Lazio e anche nei successivi aggiornamenti, ma nel certificato di destinazione urbanistica questo non è indicato, e ciò perché la normativa vigente prevede che lo stato di inquinamento e quindi il famoso onere reale, da cui consegue anche il privilegio speciale immobiliare, siano indicati soltanto se siano stati effettuati gli interventi di bonifica e quindi sia stato speso denaro pubblico. Fino a quel momento il sito risulta privo di inquinamento”.

Attività di ARPA Lazio nel 2015. L’Agenzia Regionale Protezione Ambientale del Lazio nel 2015 ha effettuato 329 controlli, il 10% dei quali su impianti soggetti ad AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). La metà del totale dei controlli (155) è a supporto dell’autorità giudiziaria e/o delle forze di polizia. Un dato segnalato come indicativo delle difficoltà dell’Agenzia di attuare la programmazione annuale, dovendo dare priorità ai controlli a supporto dell’autorità giudiziaria.

Sul fronte della fase autorizzativa, ARPA Lazio nel 2015 ha emesso 42 pareri relativi ad AIA, riferiti ad impianti connessi al ciclo integrato dei rifiuti, centrali elettriche, cementifici e tutti gli impianti non direttamente connessi al ciclo dei rifiuti. Sugli impianti non soggetti ad AIA, ARPA Lazio ha effettuato controlli di immissione in atmosfera, scarichi di acque reflue, emissioni elettromagnetiche.

Un’ulteriore attività dell’Agenzia è legata al controllo e ai monitoraggi sullo stato dell’ambiente, realizzati a supporto delle aziende sanitarie locali e degli enti territoriali. Su questo pnto viene sottolineata  una mancanza di risorse commisurata all’entità dell’impegno. Sono 500 le persone in organico di ARPA Lazio, un numero inferiore se paragonato ad altre Agenzie regionali come Emilia, Lombardia, Toscana e Piemonte, dove il personale impiegato è in misura doppia. Difficoltà acuite, viene evidenziato in audizione, dalla sostituzione del turnover.

Gli impianti regionali. Nell’ATO (Ambito Territoriale Ottimale) di Frosinone vi è un impianto di trattamento meccanico biologico e uno di compostaggio (a Colfelice), con una capacità di 30mila tonnellate l’anno. Vi è il termovalorizzatore di San Vittore e la discarica di Roccasecca. In provincia di Latina vi è l’impianto di trattamento meccanico-biologico di Aprilia, l’impianto di trattamento meccanico di Castelforte, l’impianto di compostaggio a Pontina e la discarica di Borgo Montello, attualmente non in funzione.

In provincia di Viterbo (che gestisce anche i rifiuti della provincia di Rieti) vi è un impianto di trattamento meccanico-biologico e la discarica di Viterbo. In provincia di Roma l’impianto di trattamento meccanico-biologico di Roma Salaria e quello di Rocca Cencia, i due impianti di trattamento meccanico-biologico di Malagrotta, il trattamento meccanico-biologico di Albano Laziale, attualmente fermo per l’incendio della scorsa estate. Vi sono due impianti di trattamento meccanico e  due termovalorizzatori a Colleferro, il termovalorizzatore di Roma Ponte Malnome, chiuso dal maggio del 2015,  l’impianto di compostaggio di Fiumicino a  Maccarese, e la discarica di Albano Laziale.

Infine vi sono alcune discariche che hanno concluso il loro ciclo: Malagrotta, Bracciano, Colleferro, Guidonia, Civitavecchia. In alcuni casi sono stati attivati i procedimenti di bonifica.

Nell’ambito di alcuni controlli staordinari sulla funzionalità e l’efficacia dei trattamenti attuati dagli impianti di trattamento meccanico-biologico di tutta la regione, sono emerse alcune criticità “relative all’indice respirometrico dinamico potenziale raggiunto dal trattamento, che non rispetta quello della normativa per l’ammissibilità dei rifiuti in discarica. L’indice respirometrico dovrebbe essere al di sotto di 1.000, mentre noi abbiamo rilevato valori anche superiori a 4.000”.

Il gap impiantistico della provincia di Roma. Dai controlli effettuati sugli impianti sopra citati, “emerge chiaramente un gap impiantistico importante nella città di Roma Capitale e nella Città metropolitana di Roma. Gli impianti di trattamento meccanico-biologico ubicati nelle province di Latina, Frosinone, Viterbo hanno destinato rispettivamente il 65, il 35 e il 28 per cento della loro attività a rifiuti urbani prodotti nel territorio della provincia di Roma”.

Tra le altre criticità evidenziate durante l’audizione le condizioni di “vecchiaia” dell’esercizio nel suo complesso e le enormi difficoltà su frazione organica e scarti, destinati in larga parte (oltre l’80 per cento) al di fuori del territorio regionale. Sono state sottolineate inoltre criticità gestionali degli impianti nei periodi di sovraccarico, il superamento delle quantità annuali autorizzate e lo stoccaggio di rifiuti in aree non autorizzate.

I termovalorizzatori non funzionano a pieno regime (fermi per il 40% del tempo nel 2015). Negli impianti di discarica è emerso un problema di fuoriuscita del percolato: “In diversi casi è stata evidenziata dall’Agenzia la contaminazione delle acque sotterranee, quindi vi sono attualmente procedimenti di bonifica per Malagrotta, Pontina Ambiente e Inviolata per contaminazione da parametri inorganici (metalli) e organici”.

Malagrotta e Borgo Montello. Sulla situazione della prima discarica, viene ribadito in audizione come sia in fase di esame il piano di caratterizzazione, su cui ARPA si esprimerà nelle prossime settimane. Su Borgo Montello viene specificato che si tratta di una discarica problematica, sia per l’ubicazione (vicino ad un fiume e ad un centro urbanizzato) sia perché “è una discarica in cui le attività di abbancamento sono iniziate negli anni ’70, quando non esisteva neppure una normativa ambientale, in vasche non impermeabilizzate e almeno fino agli anni ’80 i rifiuti conferiti sono stati misti, quindi non solo urbani, ma anche industriali”.

Audizione dell’ex DG di AMA. Il 26 ottobre 2016 la Commissione ha ascoltato Alessandro Filippi, che ha ricoperto il ruolo di direttore generale della municipalizzata che gestisce il ciclo dei rifiuti sul territorio di Roma Capitale, dopo la diffusione delle notizie su “Mafia Capitale” (dicembre 2014) fino al febbraio del 2016.

Emancipazione dell’impiantistica. Primo obiettivo della gestione Filippi è stato quello di “emancipare” AMA da una dipendenza strutturale, attraverso il potenziamento degli impianti TMB di proprietà (Rocca Cencia e via Salaria) e soluzioni “straordinarie”, quali l’utilizzo di un tritovaglio mobile e un bando per la copertura dei flussi di indifferenziato (circa 163mila tonnellate). “Lavoriamo fino a portare, nel febbraio 2016, ad azzerare il tritovaglio Colari, sempre nella logica di rendere l’azienda autonoma e indipendente da soggetti terzi, compito che giudico primario da parte dell’amministratore di una società pubblica”.

Coperta l’autonomia sull’indifferenziato, dichiara Filippi, ci si è rivolti all’impiantistica sulla differenziata. Vi è ripristino delle attività in taluni impianti e viene presentata richiesta presso la Regione di un procedimento per la realizzazione di un impianto di proprietà AMA. Questo perché, nonostante AMA sia tra i primi operatori nazionali nella gestione dei rifiuti, “non presenta da tempo autorizzazioni per realizzare impianti di proprietà”. L’impianto previsto è di 60mila tonnellate, con tecnologie di biodigestione.

“Per una città ancora carente di un sistema impiantistico, la scelta di avere una raccolta differenziata spinta come quella che oggi abbiamo – una raccolta differenziata a cinque frazioni – è sicuramente un grande sacrificio che si è chiesto alla città. Arriviamo alla fine del 2015 con percentuali che sono oltre il 40 per cento, ma nel suo frazionamento di partenza garantisce la disponibilità di frazioni che incrementano la capacità autonoma gestionale di Ama rispetto a un’impiantistica intermedia”.

Ricostruire gli assetti organizzativi. Accanto all’adeguamento degli impianti, era necessario imporre, sottolinea Filippi, la “tracciabilità dei processi amministrativi”, andando a modificare le modalità di gestione dell’acquisto di servizi e materiali, in particolare affidamenti diretti, prorogatio degli ordini: “circa l’80 per cento delle procedure che erano fuori dal modello di affidamento secondo la normativa dei lavori pubblici”. E’ stata perciò invertita la tendenza già sul finire del 2015,  con “un’alta percentuale delle procedure” che oggi “rientra nei parametri previsti dalla normativa pubblica”. La tracciabilità dei processi amministrativi e dei flussi di acquisto consente di identificare chi fa cosa e come lo fa, verificando la congruità dei prezzi, altro elemento di criticità ereditato dalla precedenti gestioni. “Un elemento di chiarezza che porta sia a ripristinare condizioni normali di gestione, ma anche ad avere, per effetto delle procedure indotte e del controllo di gestione portato, un risparmio che si tradurrà nell’abbattimento della TARI”.

Struttura interna. Terzo aspetto della riorganizzazione complessiva è la struttura interna di un’azienda come AMA che ha 8mila dipendenti. “Nel gennaio 2015 viene emanata anche una microstruttura che individua la responsabilità specifica per le varie unità operative. Vengono definite responsabilità e competenze, anche nella logica di azioni che vanno a ridurre il personale. Vengono effettuati concorsi perché si possano ricoprire le posizioni. Si cercano di individuare, anche all’interno della macrostruttura, posizioni che siano di importanza per la società, sempre con l’obiettivo di liberare Ama da ogni dipendenza, anche da quella di consulenti strutturali, che nel tempo possono aver prestato la propria attività alla società”.

Il parco mezzi AMA. Tra i problemi citati da Filippi c’è l’impossibilità al suo arrivo di utilizzare oltre la metà dei mezzi di raccolta (circa 1600) a disposizione dell’azienda. Una criticità che ha portato costi aggiuntivi, per la necessità di dover noleggiare altri mezzi, un rallentamento dei servizi e la percezione di una città meno pulita. Sul lato innovazione c’è stata l’introduzione sui mezzi dei sistemi GPS, fondamentale per essere costantemente informati sui percorsi e le attività dei mezzi.

“Tutto questo – chiosa Filippi –  va in una direzione che trova poi la sua rappresentazione nel risultato economico della società, che nel 2015 chiude il suo bilancio con un attivo, dopo le tasse, di circa un milione di euro e con risparmi nel conto economico dell’ordine delle decine di milioni di euro”.

Il ruolo della dottoressa Muraro. Sollecitato dai commissari sul ruolo del nuovo assessore all’ambiente durante la sua permanenza in AMA, Filippi spiega: “Era responsabile IPPC per l’autorizzazione integrata ambientale italiana dell’impiantistica di Rocca Cencia e di via Salaria. Io avevo l’abitudine di convocare riunioni operative, verbalizzate, con tutti i responsabili delle varie azioni, all’interno delle quali veniva richiesta l’evidenza di punti d’attenzione, di criticità, di compiti da svolgere e si verificava lo stato d’avanzamento. La dottoressa Muraro partecipava a tutte queste attività…. Il referente IPPC deve fare quello che sta dentro le autorizzazioni e ne risponde nella misura in cui è referente, senza nulla togliere alle responsabilità legali dei dirigenti o delle strutture della società, ma ha delle competenze e delle attività precise. Quello che doveva fare era esattamente quello che stava scritto nella normativa”. E aggiunge su altre consulenze giuridiche e/o tecniche esercitate dalla Muraro: “Se, ad esempio, proprio per la professionalità che la dottoressa Muraro aveva, le venivano chieste altre cose, non è che questo potesse determinare per l’azienda ulteriori spese”.

Il Presidente della Commissione chiede se risponde al vero quanto affermato dalla dottoressa Muraro durante la sua audizione, vale a dire che AMA le avrebbe “sconsigliato di partecipare” ad un concorso per un posto che era stato messo a gara. Filippi nega e specifica: “L’interesse dell’azienda non è quello di indurre qualcuno a non partecipare. L’interesse dell’azienda è che partecipino tutti e che vinca il migliore, ma anche che vengano affidate le attività non in base alla prosecutio di attività consulenziali, bensì alla chiarezza delle modalità con cui si affidano”.

Il procedimento penale a carico di Filippi. Nel corso dell’audizione è stato specificato che Filippi è attualmente sotto processo, imputato del reato di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” per una vicenda che risale al 2008, quando svolgeva il ruolo di amministratore delegato di una società appaltatrice di ACEA. In merito l’ex DG di AMA dichiara: “Ero amministratore delegato di Acquaser, una società che si occupa del trattamento e recupero dei fanghi in agricoltura. Sul tema ho prodotto, in fase già di udienza preliminare, delle relazioni che rappresentano come l’impostazione del processo che mi riguarda nasca da una lettura normativa non corretta. Si parla di reato di posizione perché ero amministratore delegato della società: nell’ambito delle indagini, vengo chiamato come amministratore delegato e quindi come rappresentante legale della società”.

Audizione gruppo dirigente ACEA. ACEA, multiutility che gestisce un volume d’affari di 3,5 miliardi di valore di asset, impegnata principalmente nella produzione, vendita e distribuzione dell’energia elettrica, è anche il quinto operatore di rifiuti in Italia, attiva nel settore attraverso la società ACEA Ambiente, presso cui sono impiegati oltre 300 lavoratori, in regioni come Lazio, Toscana e Umbria. ACEA è partecipata al 51% dal Comune di Roma.

Gli impianti. Gli impianti ACEA vanno dal CDR (combustibile derivato da rifiuti) al compostaggio. Sono cinque le linee di termovalorizzazione dei rifiuti, tre a San Vittore (Lazio) e due a Terni (Umbria). Gestisce inoltre una discarica di rifiuti non pericolosi ad Orvieto. In Toscana, a Monterotondo, viene gestito un impianto per il trattamento dei reflui urbani. Ad Aprilia vi è un impianto di compostaggio in fase di completamento (entro il 2018) che dovrebbe garantire il trattamento di 120mila tonnellate. C’è poi l’impianto di Sabaudia (23mila tonnellate) per cui è in corso l’iter di autorizzazione per arrivare a 60mila. ACEA inoltre è attiva nel trattamento dei fanghi, assorbiti negli impianti di compostaggio nella quantità massima del 15-20 per cento, provenienti da depuratori del Lazio.

La filiera dei rifiuti. L’impianto di San Vittore (gestisce 400mila tonnellate di rifiuti all’anno) viene descritto come un fiore all’occhiello dell’azienda, efficiente e rispettoso dei limiti sulle emissioni indicati dalla legge. Sul trattamento dei rifiuti organici ACEA sta ampliando i suoi impianti, allo scopo di raggiungere l’obiettivo delle 100mila tonnellate trattate ad impianto.

Nel corso degli anni l’azienda si è posta inoltre l’obiettivo di internalizzare l’intera filiera dei rifiuti, compreso il trasporto.  “Nel corso degli ultimi due anni abbiamo consolidato queste partecipazioni, rilevando praticamente tutte le partecipazioni di minoranza detenute da imprenditori privati in questi impianti, perché nel corso della nostra esperienza abbiamo riscontrato che la presenza di imprenditori privati costituiva un impedimento alla necessità di perseguire la nostra capacità di investimento”.

Viene ribadito che, nonostante le sollecitazioni ricevute, ACEA si è sempre rifiutata di occuparsi della fase di raccolta e spazzamento dei rifiuti, ritenendo di non essere in possesso del know-how, delle competenze specifiche. Pertanto anche nei prossimi anni l’azienda intende ampliare e rafforzare gli impianti esistenti, attraverso investimenti per 250 milioni di euro circa, nei settori che la vedono già impegnata, in primo luogo il trattamento dell’organico.

L’impianto di Colleferro. Sulla disponibilità fornita alla Regione per la gestione degli impianti di Colleferro, i dirigenti ACEA evidenziano che tale decisione è dettata dall’utilizzo nel suddetto impianto della medesima tecnologia utilizzata a San Vittore e Terni. ACEA propone quindi di ristrutturarli e ammodernarli, allo scopo di aumentarne l’efficienza, essendo gli impianti di Colleferro alla fine del loro ciclo di vita, che consente attualmente una capacità di trattamento pari al 50% dei volumi autorizzati.

Il rapporto con il Comune e con AMA. Sollecitati dai commissari, i dirigenti ACEA dichiarano che è in corso un dialogo con la nuova Amministrazione Raggi. Secondo i manager ACEA sarebbe auspicabile che AMA, partecipata del Comune sui rifiuti, si concentrasse a “migliorare la capacità di raccolta e spazzamento, rendendo questa parte sempre più efficiente. ACEA potrebbe, in maniera sinergica, sviluppare sempre di più la capacità di trattare il rifiuto, evitando aree di sovrapposizione”. A tal fine è stata ipotizzata una collaborazione con AMA, a partire dall’ammodernamento e la ristrutturazione degli impianti di cui si faceva prima cenno.

Audizione ex commissario straordinario di Roma. Il prefetto Francesco Paolo Tronca, commissario straordinario del Comune di Roma dal 1° novembre 2015 al 22 giugno 2016, elenca tra le prime criticità affrontate la stipula di un nuovo contratto di servizio con AMA (approvato definitivamente a maggio 2016) per la gestione dei rifiuti urbani, in quanto il precedente risaliva addirittura al 2004. I costi della gestione integrata dei rifiuti urbani vengono coperti dalla TARI (Tassa Rifiuti) e riguardano lo spazzamento, il lavaggio, il diserbo, la raccolta dei rifiuti urbani, la chiusura del ciclo dei rifiuti urbani, l’informazione, la comunicazione e il presidio del territorio.

Tra le novità inserite nel nuovo contratto l’introduzione di un sistema di reportistica tecnica ed economica sulle prestazioni erogate, gestione dei flussi di rifiuti e stato di attuazione degli investimenti; il monitoraggio delle performance aziendali attraverso una serie di indicatori qualitativi e quantitativi dei servizi resi e relative sanzioni in caso di inadempienza; la definizione di standard rigorosi nella gestione dei reclami.

Nel 2015 AMA aveva chiuso con un risultato di esercizio di circa 900mila euro (7.826 i dipendenti)

La situazione della raccolta. Viene sottolineato che la capacità impiantistica si dimostrava “al limite”, ogni contrattempo o fattore di disturbo avrebbe potuto creare una situazione potenzialmente emergenziale. “Tuttavia – dichiara Tronca – per la durata della gestione commissariale, i vertici di Ama Spa hanno sempre affermato che una vera emergenza rifiuti non sussisteva, ma che, anche ove fosse sorta, ad Ama sarebbe bastato eventualmente sopperire alle nuove contingenti esigenze con un ulteriore tritovagliatore mobile”.

Secondo Camillo De Milanto, sub commissario con delega all’Ambiente durante il periodo del commissariamento, Roma viveva in una situazione di “equilibro labile. La situazione era brutta, ma vedendo un po’ il loro progetto operativo sugli ecodistretti, avevo fiducia che nel corso degli anni sarebbe tutto migliorato. I TMB devono essere cancellati. Sono veramente vetusti e non sono all’altezza di Roma Capitale”.

Altra criticità sollevata dal prefetto riguarda le attività di autodemolizione e rottamazione di metallo poste in aree vincolate o protette, con notevoli irregolarità rispetto alla disciplina vigente di oltre la metà di queste attività. Sul punto è stata intrapresa un’attività di regolarizzazione di queste imprese e di ritiro delle licenze. In particolare viene descritta una situazione “gravissima” con imprese che facevano riferimenti a pregiudicati e una situazione ambientale “critica” legata agli scarichi di acque reflue.

Parlando della situazione della Capitale a 360 gradi il prefetto riporta la percezione di “una città sicuramente trasandata dal punto di vista della sporcizia e della cultura civica in materia di igiene urbana”.

Sollecitato dalle domande dei commissari su numerosi argomenti sollevati durante l’audizione, quali la percentuale di riscossione della tassa sui rifiuti, i dettagli sulle criticità del comparto impiantistico ed altre evidenze, il prefetto ha rinviato alla consegna di una successiva relazione. Sono state secretate, su richiesta del prefetto, le risposte ad alcune domande sui rapporti intercorsi con alcuni soggetti privati come il gruppo Colari e sui movimenti dirigenziali all’interno di AMA, tra cui quello dell’ingegner Fillippi, ex direttore generale della partecipata.

Audizione dell’ex dg di AMA, Fiscon. Dipendente dell’AMA dal 1989, dirigente apicale dal 1993, direttore apicale dal 2006 fino al 2013, poi Direttore generale dal 2013 fino alle notizie sull’inchiesta Mafia Capitale, quando viene sottoposto a custodia cautelare per il coinvolgimento nell’indagine Mondo di Mezzo.

Un sistema inadeguato. Su sollecitazione del Presidente della Commissione, Fiscon inizia a relazionare sugli anni 2011-2012, periodo in cui AMA conferisce ancora rifiuti alla discarica di Malagrotta ma sono già stati costruiti gli impianti TMB. In quel periodo l’ammontare di rifiuto indifferenziato è pari a 1,5 milioni di tonnellate e 200-300mila tonnellate di differenziato. Successivamente, in quello che viene definito periodo intermedio, il doppio binario della gestione dei rifiuti va “di pari passo”, arrivando fino ad un incremento della differenziata a 700mila tonnellate, il 42 per cento.

Per migliorare tali valori Fiscon non ritiene gli impianti TMB adeguati anche se utilizzati al massimo della loro potenzialità. Altra criticità la localizzazione degli impianti, in ex aree industriali ad alta densità abitativa. Tra i problemi evidenziati da Fiscon la gestione dell’indifferenziato e il trasporto dell’eccedenze, in una fase in cui Malagrotta virava verso la chiusura definitiva e la normativa imponeva di non portare più rifiuto indifferenziato in discarica. Anche la possibilità di trasportare i rifiuti in altre regioni era complicata, per la difficoltà di chiudere accordi con le varie amministrazioni.

Altra criticità evidenziata da Fiscon gli arresti che coinvolsero il gruppo Colari nel gennaio 2014, che comportarono un’interdittiva antimafia a carico della società e l’impossibilità di contrattare costi e procedure con il gruppo che gestiva alcuni impianti. “Fu fatta un’ordinanza del sindaco Marino, che ha consentito a Colari di continuare a portare sia ai TMB sia al tritovagliatore”.

Nel suo excursus storico Fiscon ribadisce tale sistema non era né il più efficace né il più auspicabile. Viene sostenuto che AMA aveva sviluppato una progettazione alternativa, un piano che prevedeva (anni 2009-2011) la creazione di un distretto nel Comune di Allumiere. Tale progetto non avrebbe ricevuto al momento della realizzazione il sostegno da parte delle amministrazioni locali.

I procedimenti a carico di Fiscon. Tale ricostruzione, di un AMA braccio operativo non pensante, viene contestata da uno dei commissari, provocando l’intervento dell’avvocato di Fiscon, presente durante l’audizione, che suggerisce di non rispondere ad alcune domande poste in maniera ritenuta “lesiva”. Fiscon dichiara che le domande poste si riferiscono ad “attività che attingono a procedimenti a cui sono sottoposto”.

A questo punto, rispondendo a precisa domanda del presidente della Commissione, Fiscon illustra i procedimenti giudiziari che lo riguardano. “In alcuni casi sono indagato, in altri sono a chiusura indagine, in un altro sono rinviato a giudizio… Ne ho uno che riguarda il non aver ottemperato al raggiungimento delle tonnellate da conferire negli impianti di TMB…. Per quanto riguarda il sottoscritto e l’Ama, c’è una proposta di archiviazione, che era legata al sito di Malagrotta…  Inoltre, c’è una chiusura indagine e una richiesta di rinvio. La chiamiamo Mafia Capitale bis (presunti reati per turbativa d’asta, ndr)…A parte Mafia capitale, tutte quelle che ho citato sono legate alla funzione di legale rappresentante o procuratore”.

Roma, riduzione dei rifiuti prodotti: obiettivo 2021. Dopo un’introduzione dedicata alla metodologia e agli obiettivi da perseguire nel lungo periodo, l’assessore alla sostenibilità ambientale del Comune di Roma, Pinuccia Montanari, nella seduta del 31 gennaio 2017, riferisce alcuni dati di un documento messo a disposizione della Commissione, in cui viene analizzata l’attuale situazione dei rifiuti a Roma. Nel 2016 si registra una lieve diminuzione del totale di rifiuti prodotti nella città (un milione e 700mila tonnellate), che corrispondono a 599 chili abitante nei 12 mesi. Obiettivo dichiarato dell’amministrazione è giungere a fine legislatura (2021) a 522 chili per abitante, riducendo di 200mila tonnellate il totale.

Le misure che saranno adottate per raggiungere tali obiettivi sono: compostaggio domestico individuale e collettivo, creazione dei centri di riuso e degli ecocentri (luoghi in cui i materiali post-consumo come carta, plastica e vetro possono essere recuperati), mercati a rifiuti zero (tramite ad esempio l’utilizzo delle cassette ripiegabili), la tariffazione puntuale (si paga solo quello che si conferisce), gli acquisti verdi della pubblica amministrazione.

L’aumento della raccolta differenziata. Obiettivo dichiarato è giungere dall’attuale 43 al 70 per cento entro il 2021, arrivando a circa un milione di tonnellate. Attraverso lo sviluppo della raccolta porta a porta nei vari Municipi della Capitale, l’incremento delle raccolte stradali, lo sviluppo delle oasi ecologiche dedicate condominiali (32 sono in fase di progettazione), il potenziamento di alcuni servizi come la raccolta degli ingombranti e dei rifiuti elettronici (RAEE).

L’impiantistica. La parola è stata ceduta a Stefano Bina, direttore generale di AMA, la municipalizzata che gestisce i rifiuti della Capitale. Dimezzando le quantità di RUR, rifiuto urbano residuo, l’obiettivo è di eliminare i trasferimenti di rifiuti all’estero e tagliare drasticamente la dipendenza dagli impianti posti fuori della regione Lazio. Nelle previsioni c’è la volontà di ampliare la capacità di trattamento dell’impianto Maccarese. In prospettiva, l’aumento di rifiuti organici (fino a 390mila tonnellate) vedrà lo sviluppo di impianti di compostaggio domestico in affiancamento alle isole ecologiche. L’ipotesi formulata da AMA è lavorare in sinergia con ACEA.

Un punto critico evidenziato durante l’audizione è il recupero dell’evasione dal pagamento della TARI, la tassa sui rifiuti, che al momento si attesta intorno al 20 per cento.

La bonifica di Malagrotta. Sul tema ha risposto Isidoro Bonfà del Dipartimento Tutela Ambiente dell’area rifiuti. E’ stato presentato un nuovo piano di caratterizzazione, discusso in conferenza di servizi, ma è in corso di approvazione la decisione di estendere l’indagine sulla falda in un intorno che si estende per un centinaio di metri dall’impianto. Il dirigente non esclude che si debba procedere per gradi, aumentando l’area dell’indagine. Allo stato attuale, da quanto emerge dalle parole di Bonfà, la messa in sicurezza dell’impianto non è stata completata.

La bonifica di Borgo Montello. Sulla discarica di Borgo Montello viene denunciata dall’assessore all’Ambiente del Comune di Latina una “sorta di rimbalzo di responsabilità per arrivare alla bonifica”. Nell’ultima conferenza dei servizi Ecoambiente, una delle due società di gestione del sito, ha rappresentato che su circa il 20% dell’area “non si registrano parametri soddisfacenti per l’impermeabilizzazione del terreno” attraverso il capping, una copertura definitiva prevista dal progetto di bonifica.

Per quanto riguarda la parte gestita da Indeco, la seconda società di gestione, dopo il sequestro deciso dall’autorità giudiziaria di cui si è riferito nelle precedenti audizioni, è stato realizzato un “capping provvisorio”. A complicare ulteriormente il quadro sul territorio della provincia c’è il fallimento di Latina Ambiente, la società che ha gestito la raccolta rifiuti in città, decretato lo scorso mese di dicembre. Sul punto il Sindaco e l’assessore hanno riferito che è in fase di progettazione un piano alternativo per ovviare alle difficoltà della gestione fallimentare, di cui è stata chiesta la proroga del servizio fino al 30 giugno 2017.

La difficile situazione di Latina. A precisa domanda del Presidente della Commissione, su eventuali “pressioni” esterne o tentativi di condizionamento sull’amministrazione in tema di rifiuti, viene risposto quanto segue: “Tentativi di condizionamento striscianti sì, quelli ci sono, ma in questo momento sono frutto solamente di nostre percezioni, interpretazioni, che non possiamo al momento definire in maniera concreta”.

Sul tema della raccolta differenziata la situazione è definita “drammatica”, con una percentuale scesa intorno al 30 per cento.

La situazione di Latina. Il Prefetto di Latina evidenzia una particolarità della provincia, vale a dire l’aumento della popolazione che si verifica nell’arco di sei mesi, dovuto alla presenza di numerose località turistiche. Un aumento che vede la popolazione raddoppiare dal milione e duecentomila residenti a quasi 2,5 milioni e che influisce nel settore della gestione dei rifiuti, ma anche nel consumo di acqua ed energia elettrica.

Il territorio è suddiviso in 3 sub-Ato: Latina (che comprende 28 Comuni), Frosinone (5 Comuni) e Latina 2 (che ingloba i Comuni di Anzio e Nettuno, seppur facenti parte della provincia di Roma). Sono presenti 2 impianti TMB, ma solo uno attivo nel Comune di Aprilia, 2 discariche non operative (a Borgo Montello) e 4 impianti di compostaggio. 52 sono gli impianti autorizzati per la depurazione, 100 gli impianti di trattamento. 19 società effettuano il servizio di raccolta e trasporto rifiuti (fatturato di 400 milioni di euro). A Latina la raccolta ammonta a circa 285mila tonnellate, di cui 182mila di differenziata. Le attività di investigazione nel campo dei rifiuti hanno comportato oltre 2mila controlli.

Indagini e atti intimidatori. Nel prosieguo dell’audizione il Prefetto enumera alcuni risultati delle inchieste giudiziarie condotte in materia di gestione illecita dei rifiuti sul territorio della provincia, citando tra le altre cose il sequestro della discarica di Borgo Montello. Le attività illegali che ruotano intorno al settore ambiente sono “la gestione e lo stoccaggio di rifiuti non autorizzati, il traffico illecito di rifiuti transfrontalieri, il mancato rispetto della normativa relativa ai rifiuti di apparecchiature elettroniche ed elettriche, l’interramento di fusti di ferro, la realizzazione di discariche abusive e di oasi ecologiche senza autorizzazione, lo scarico di acque reflue senza autorizzazione, l’abbandono incontrollato di rifiuti, le frodi in pubbliche forniture, le truffe ai danni dello Stato, il traffico illecito organizzato di rifiuti, falso ideologico, peculato”. Sono stati anche registrati alcuni atti intimidatori, in particolare l’esplosione di colpi di fucile nei confronti delle abitazioni di imprenditori che operano nel settore dei rifiuti.

Il Questore di Latina ha mappato la presenza mafiosa sul territorio della provincia, evidenziando quella camorristica nel triangolo Formia – Gaeta – Minturno, e quella ‘ndranghetista nella parte nord della provincia e nel Basso Lazio, tra Aprilia, Cisterna e Fondi. Sul capoluogo di Latina opera invece il clan rom dei Di Silvio, legato per vincoli di parentela ai Casamonica di Roma. Sono soprattutto i primi, i clan camorristici, ad essere storicamente interessati e attivi nel business dei rifiuti.

La situazione di Rieti. Il Prefetto di Rieti, pur sottolineando come le attività investigative abbiano portato a conoscenza le autorità di alcuni illeciti ambientali, dichiara che non risultano infiltrazioni di stampo mafioso sul territorio di Rieti. Viene comunque evidenziata la necessità di mantenere la guardia alta, soprattutto a seguito dei numerosi eventi sismici che hanno colpito la provincia e che porterà sul territorio ingenti finanziamenti per la ricostruzione e per la rimozione e trattamento delle macerie.  Citando le rilevazioni ARPA, il Prefetto dichiara che la situazione dei terreni e delle acque risulta “buono”. Alcune attività di rilevanza penale non hanno fatto emergere fin qui “sostanziali inquinamenti”.

Per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti solidi urbani, 51 comuni su 73 hanno aderito alla raccolta porta a porta. Questo ha consentito un aumento della raccolta differenziata ad una percentuale del 28%, con punte che raggiungono il 50 per cento.

Tra le situazioni di criticità evidenziate vi è quella delle bonifiche nelle due ex aree industriali: ex Montedison ed ex Snia Viscosa. Nel primo caso l’ARPA ha evidenziato lo stato di abbandono del sito e sottolineato la presenza di contaminanti nel suolo, anche se in modo “non ancora rilevante”. Nel secondo caso, pur avendo completato la rimozione dei rifiuti, vi è il problema della mancata chiusura della vasca di messa in sicurezza permanente.

Il Procuratore della Repubblica di Rieti, ascoltato in audizione il 6 marzo, riferisce di tre casi significativi su illeciti legati alla gestione dei rifiuti. Il principale è riferito ad uno sversamento di rifiuti pericolosi nel fiume Velino, in zona Camposaino. Un impianto di depurazione all’interno di una discarica, nei pressi del centro abitato di Rieti, in cui erano sversati olii provenienti dalla Basilicata. Sui fatti ha indagato la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.

La situazione di Viterbo. Il Viceprefetto di Viterbo precisa che sul tema del ciclo dei rifiuti non vengono riscontrate particolari criticità  in relazione a collegamenti con la criminalità organizzata, almeno da quando l’interdittiva antimafia  nel 2015 ha colpito la Viterbo Ambiente, società che si occupava della raccolta nel capoluogo. Dalle indagini erano emersi collegamenti con l’inchiesta Mafia Capitale. L’interdittiva è stata revocata di recente, avendo la compagina societaria rinnovato i propri quadri.

Una criticità è legata alle isole ecologiche, per le quali le forze di polizia hanno evidenziato attività di sversamento di rifiuti speciali, compiute da artigiani locali che lavorano in nero e non sversano nelle discariche autorizzate. Altra problematica è lo smaltimento del “pulper”, ovvero scarti di lavorazione provenienti da due cartiere dismesse. Le strutture sono comunque messe in sicurezza.

Un’ultima criticità, la più problematica, è legata alla presunta discarica di metalli pesanti posta ai confini con l’Umbria nella località Pascolaro, in un’area molto estesa di 142 ettari. Al momento, in mancanza di un piano di caratterizzazione, non è stato possibile delimitare l’area compromessa.

La situazione di Frosinone. Il Prefetto di Frosinone evidenzia il grande problema di inquinamento, soprattutto dell’aria, che attanaglia la città di Frosinone. Accanto a questo ci sono continue denunce, soprattutto mediatiche, relative alla presenza di “discariche abusive”. Sul punto il prefetto punta il dito contro i sindaci del territorio che “per semplificarsi la vita” avrebbero autorizzato per anni delle discariche tramite ordinanza.  “Non era riammissibile una nuova ordinanza, ma molti le hanno fatte per una seconda volta. Doveva intervenire la Regione, ma nel tempo tutto questo non si è verificato”.

Sarebbero circa 300 i siti contaminati nella provincia di Frosinone tra discariche ed ex aree industriali. Siti non bonificati e censiti dall’ARPA Lazio di Frosinone. Uno dei più problematici è il sito de “Le Lame”, discarica che “ha provocato una compromissione dell’ambiente, a causa sia di un’attività protrattasi in un arco temporale molto lungo, tra il 1956 e il 2002, sia di una gestione risultata carente in diversi settori”. A seguito della chiusura della discarica, dichiara il Prefetto, gli adempimenti per la messa in sicurezza “non sono stati realizzati in maniera corretta e tutto questo ha determinato una permanente contaminazione della falda acquifera, con minerali pesanti presenti in quantità enormemente superiori a quelle consentite…nel 2014 il nucleo investigativo e la sezione di polizia giudiziaria della locale procura hanno sottoposto a sequestro preventivo l’intera area occupata dall’ex discarica Le Lame, equivalente a circa 37.000 metri quadrati”.

Prima audizione dell’assessore Ambiente Regione Lazio. L’assessore Buschini, in carica da un anno (febbraio 2016) inizia la propria audizione riassumendo le criticità emerse nel sistema di gestione laziale degli ultimi anni:

  • la dipendenza dalle discariche e la loro presunta insostituibilità
  • un apparto industriale che ha “mortificato” la raccolta differenziata
  • l’impatto ambientale di tale sistema
  • la necessità di bonificare numerosi siti e il relativo costo economico
  • l’emersione di reati attorno al business di rifiuti, sia di natura amministrativa che penale

Obiettivi della Regione sono mettere in sicurezza i territori dove insistono discariche, prevenire crisi sempre incombenti legate ad un sistema che continua a poggiare su un precario equilibrio, pianificare soluzioni alternative e definitive, puntando sulle buone pratiche del riciclo.

La raccolta differenziata. In merito ai dati sulla raccolta differenziata, vengono citate tabelle ISPRA che riferiscono di una percentuale passata dal 26.5 al 37.5 nel triennio 2013-2015. La stima sul 2016 prevede il superamento della soglia del 40 per cento. Tra il 2013 e il 2015 i rifiuti indifferenziati sono diminuiti del 18,7 per cento, sia per effetto della contrazione dei consumi che grazie allo sviluppo della raccolta differenziata. Attualmente gli impianti di trattamento meccanico-biologico hanno la capacità di trattare la totalità dei rifiuti generati sul territorio regionale, risultato che abbassa il rischio di inquinamento. Il problema legato ad alcuni di questi impianti, come già emerso nelle precedenti audizioni, è il loro essere obsoleti, non corrispondendo più alle finalità di cui necessita la regione per aumentare l’efficienza della gestione.

La situazione di Roma. Per quanto concerne il territorio di Roma Capitale viene una volta di più evidenziato il problema del fragile equilibrio su cui poggia il sistema dei TMB, dove episodi di momentanea interruzione del servizio comportano in automatico situazioni di ‘crisi’ e la necessità di “soccorsi esterni”. La ventilata ipotesi di dismettere il TMB di Via Salaria trova l’ok della Regione a patto che si trovi una valida alternativa. Il presupposto che quel trattamento venga sostituito dalla raccolta differenziata viene considerato auspicabile ma “non pare essere un obiettivo alla portata nel breve periodo”. Inoltre resta il problema di circa 700 tonnellate di rifiuti residui che Roma esporta in altri TMB della regione o fuori dal territorio della stessa.

Un “ambito unico ottimale”. “L’ipotesi che ho avanzato alla giunta e al consiglio regionale per la potestà regolatoria e la governance di sistema – evidenzia Buschini – è quella di adottare l’ambito unico ottimale, disegnato sul perimetro della regione Lazio, certamente articolato su base territoriale ma con le competenze di programmazione, regolazione e controllo affidate a un unico e autonomo soggetto di dimensioni regionali. La chiusura del ciclo attraverso il fabbisogno impiantistico dovrà poi avvenire nei bacini provinciali”.

Seconda audizione Assessore Ambiente Regione Lazio. Dopo aver illustrato nella precedente audizione le criticità su Roma Capitale, l’assessore Buschini si concentra adesso sulla situazione delle altre province laziali. Nel frattempo la giunta regionale ha approvato il 21 febbraio una proposta di legge finalizzata alla costituzione dell’Ambito territoriale ottimale unico e regionale, per insediare l’Autorità di regolazione del ciclo integrato dei rifiuti urbani nella regione Lazio, di cui si era già parlato nella precedente audizione. Obiettivo della Regione è mettere a regime tale Autorità entro la fine del 2017.

Le province del Lazio, dati e impiantistica. Per quanto riguarda la produzione di rifiuti urbani in provincia di Frosinone, i dati si riferiscono a 91 comuni: 60mila tonnellate di rifiuti urbani differenziati, 116mila di rifiuti indifferenziati. La raccolta differenziata si ferma al 34,3%. Sono presenti sul territorio un impianto di TMB nel comune di Colfelice, una discarica nel comune di Roccasecca, un impianto di termovalorizzazione nel comune di San Vittore del Lazio. Nella provincia di Latina i dati si riferiscono a 33 comuni: 98mila tonnellate di rifiuti differenziati, 189mila indifferenziati. La raccolta differenziata è al 34,2%. Nella provincia esiste un solo impianto TMB nel comune di Aprilia. Nella provincia di Rieti i dati si riferiscono a 73 Comuni: 17mila tonnellate di differenziata, 48mila indifferenziata. La raccolta è arrivata ad appena il 26,5%.  Nella provincia di Viterbo i dati si riferiscono a 60 Comuni: 57mila tonnellate di differenziata, 70mila indifferenziata. La raccolta è al 44,9%. Sono presenti un impianto di TMB e una discarica nel comune di Viterbo.

Gli impianti della provincia di Roma. Due TMB di AMA, due TMB di E. Giovi a Malagrotta, un impianto TMB nel comune di Albano Laziale (al momento fermo), una discarica nel comune di Albano, una discarica nel comune di Civitavecchia, una discarica nel comune di Colleferro (in via di esaurimento).

Ampliamenti. Flaminia Tosini, dirigente dell’area ciclo integrato dei rifiuti della regione Lazio, specifica che sono previsti ampliamenti, alcuni attualmente in procedura di valutazione di impatto ambientale ed altri in procedura di AIA. “Al momento la tipologia della maggior parte degli impianti è quella di impianti per la produzione di biogas o di biometano, quindi di trattamento della frazione organica”. Impianti che saranno ubicati “nella zona tra bassa provincia di Roma e alta provincia di Frosinone e di Latina, oltre a uno in provincia di Viterbo”.

Audizione della Procura di Roma. Il Procuratore Pignatone mette subito in evidenza una necessità legislativa, ovvero modificare l’attribuzione alla Direzione Distrettuale Antimafia della competenza per i reati di cui all’articolo 260 del testo unico sui rifiuti – il Codice dell’Ambiente. In particolare Pignatone suggerisce di attribuire tale competenza alla procura distrettuale, avente sede nella città capoluogo di distretto, mantenendo alcune caratteristiche della normativa: prescrizione raddoppiata, possibilità di eseguire intercettazioni più estese rispetto ai reati definiti “ordinari”. Inoltre viene sottolineata l’importanza di tenere distinti i piani dell’illecito penale dalle irregolarità amministrative. Altra criticità segnalata dal Procuratore è la “legislazione in continuo mutamento, iperspecialistica e spesso non molto chiara e dall’operato spesso contraddittorio delle numerose amministrazioni competenti a intervenire in questo settore”. Su quest’ultimo punto l’esempio che pone Pignatone è il pubblico funzionario alle prese con circolari della Regione, direttive del Comune o dell’ASL che sostengono linee guida e operative diverse: “come si dà la prova di un dolo specifico e di una violazione di legge in un quadro così caotico?”

La situazione di Roma. L’aggiunto D’Elia illustra la situazione della Capitale, problematica anche dal punto di vista del contrasto penale, poiché in continuo mutamento e non uniforme. Vi sono discariche non autorizzate, che nascono da abbandoni di rifiuti e situazioni di degrado ambientale, oltre che sistematiche attività illecite o di trasporto di rifiuti o di smaltimento di rifiuto fortemente illecito e pericoloso. Secondo il procuratore vi è “un collegamento tra le scelte, la presenza o l’assenza della pubblica amministrazione e la materia penale in questo campo: destinare scarse risorse economiche nel settore o l’assenza di un quadro di riferimento strategico stabile sulla materia da parte delle amministrazioni locali rende questo settore complicato dal punto di vista amministrativo, ma anche da quello penale”. Sul fronte penale vi è una problematica legata alla carenza di personale, poiché il NOE di Roma – 14 militari in tutto – ha le deleghe di tutte e nove le procure laziali, della DDA e della procura regionale della Corte dei Conti.

Un passaggio dell’audizione è dedicata agli autodemolitori – oltre un centinaio presenti sul territorio, tra abusivi e altri dotati autorizzazione provvisoria – su cui è in corso un’indagine. Attorno a questo mondo si sviluppano attività di ricettazione relativo a materiale ferroso e in rame, traffico di rifiuti trattati con modalità diverse rispetto alle normative vigenti. Criticità legata a questo tema è la bonifica di terreni privati su cui vengono installate discariche non autorizzate. La normativa in vigore, secondo il procuratore aggiunto, non tutela né aiuta la velocizzazione dei provvedimenti di bonifica di questi terreni.

Sul sito di Valle Galleria pendono varie ipotesi reato, legate all’apertura di discarica abusiva oltre che a reati di pubblica amministrazione contestati a due funzionari regionali. Su Cupinoro il procedimento si è concluso con un’archiviazione. In merito al procedimento relativo al depuratore di Roma Nord – di proprietà ACEA, dibattimento in corso – l’indagine è riferita al cattivo funzionamento dell’impianto di trattamento delle acque reflue sversati nel Tevere.

Il coinvolgimento della criminalità organizzata. Il procuratore Prestipino, applicato alla DDA di Roma, evidenzia come le indagini concentratesi nella zona del Basso Lazio, in prossimità della cosiddetta Terra dei Fuochi, non hanno fornito esiti rilevanti. Le indicazioni fornite dai collaboratori di giustizia si sono rilevate “estremamente generiche, non idonee a fornire elementi di prova specifici sui quali in concreto avviare attività di indagine”. Anche Prestipino sottolinea la mancanza di personale competente a cui affidare indagini complesse dal punto di vista tecnico, carenza che impone di impiegare tali esigue in risorse in “modo economico, laddove ci sono concrete possibilità di riuscita dell’attività investigativa”.

Altre indagini significative. Tra le indagini più significative segnalate da Prestipino – su un totale di circa 40 procedimenti aperti nel corso dell’ultimo quinquennio – c’è l’inchiesta Mondo di Mezzo sulla cosiddetta “Mafia Capitale”, che ha riguardato un traffico illecito di rifiuti speciali, tra le province di Roma e di Latina e il coinvolgimento di alcune cooperative collegate. Sono stati sequestrati beni per un totale di 1,6 milioni di euro. Su questa e su indagini analoghe la DDA ha applicato il decreto legislativo n.231/2001 sulla responsabilità degli enti, ovvero persone giuridiche o associazioni sfornite di personalità che “gestiscono questo tipo di lucrose attività”.

Il procuratore aggiunto fa anche riferimento ad un’altra inchiesta condotta con i colleghi della procura di Viterbo, su un rilevante quantitativo rifiuti ospedalieri, provenienti da numerosi plessi della regione, in particolare da Roma, capaci di provocare un danno alla salute pubblica. Tali rifiuti venivano stoccati e indirizzati ad un impianto di trattamento non autorizzato per questa tipologia, ed erano infatti trattati come rifiuti non pericolosi “con ancora tracce di materiale biologico, deflussori, siringhe, guanti di lattice, a rischio infettivo”. L’impianto sequestrato è posto nella zona di Frosinone.  Altra indagine cui fa cenno Prestipino, sempre nella stessa zona, è relativa ad uno smaltimento di rifiuti speciali con l’attribuzione di un codice CER diverso da quello corretto, con conseguenti costi di smaltimento notevolmente inferiori: “per l’azienda significa percepire il prezzo del trattamento da chi conferisce, che è il prezzo per il rifiuto speciale, quindi elevato; poi viene trattato in tutt’altro modo, quindi c’è un margine di profitto derivante da quest’attività che è altissimo”.

I sequestri degli impianti: un problema amministrativo. In conclusione del suo intervento Prestipino sottolinea un’ultima criticità, legate al sequestro di plessi aziendali e relative attività: sequestrare “formalmente” e riconsegnare l’impianto a chi lo ha gestito illecitamente, perché comunque in possesso delle competenze, del know-how per poter proseguire l’attività, oppure chiudere l’impianto e mettere in difficoltà ad esempio l’ospedale che non saprà il giorno seguente a chi affidare i rifiuti. Il magistrato sottolinea la necessità di affidare la gestione dell’attività a “tecnici preparati, attrezzati professionalmente, che hanno studi e che si dedichino a questo tipo di attività, ma tutto questo ha un costo, perché sono professionisti”.

I codici a specchio. Il procuratore Galanti ha sollevato una nuova problematica legata ai cosiddetti codici a specchio, relativi a quei rifiuti che possono essere pericolosi o meno in base alle concentrazioni di sostanze pericolose o proprietà fisiche. Sul punto vi è stata nel corso degli anni una lunga diatriba a livello giurisprudenziale. È intervenuto il decreto Sblocca – Italia del 2014, ma successivamente l’Unione Europea ha legiferato in materia ed è in corso l’emanazione di un regolamento da parte del Ministero dell’Ambiente che abrogherebbe la parte del decreto citato sui codici a specchio, allo scopo di allinearsi con la nuova normativa europea. Il problema, cita Galanti, è una recente sentenza del Consiglio di Stato che esprime perplessità sulla possibilità che un regolamento ministeriale possa abrogare una legge dello Stato.  “Rischiamo di abrogare una norma per un asserito contrasto con una norma europea che forse andrebbe valutato” ha chiosato Galanti.

Audizione AMA. L’audizione verte sul futuro della partecipata che gestisce i rifiuti di Roma.

Differenziata in crescita. Nel 2016 sono state raccolte 1.691.000 tonnellate di rifiuti, di cui 725.000 tonnellate in modo differenziato – il 43 per cento. Il dato della differenziata nel periodo gennaio-maggio del 2017 indica un incremento di oltre un punto percentuale rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Viene ribadita la necessità di ridurre il GAP impiantistico della città, che ogni giorno deve smaltire circa 5mila tonnellate di rifiuti. Circa 1.200 tonnellate vengono destinate all’impianto di Colari, attualmente soggetto a commissariamento. Gli imprevisti della filiera, elemento più volte sottolineato nel corso delle precedenti audizioni sulla situazione di Roma, si ripercuote su un sistema molto fragile che va in emergenza con molta facilità e che si affida per il trattamento dei rifiuti ad impianti esterni, altro elemento di grande debolezza.

Priorità del piano industriale. Numerosi i punti evidenziati dai dirigenti AMA.

  • Nell’indifferenziato vi è una grossa percentuale di carta e cartone (circa il 28 per cento). Intercettarlo e sottrarlo allo smaltimento rappresenta uno degli obiettivi di AMA, che consentirebbe di ottenere un grosso vantaggio economico. Stesso ragionamento viene fatto su plastica (il 19 per cento dell’indifferenziato) e organico (16 per cento circa). Il 74% circa del totale dell’indifferenziato oggi a Roma potrebbe rientrare nel materiale differenziabile.
  • Rispetto agli standard di riferimento, gli 8mila dipendenti attualmente collocati in AMA rappresentano una cifra enorme in rapporto alla qualità del servizio fin qui offerto. Ne basterebbero la metà. Il servizio richiede un dipendente ogni 1.000 abitanti, mentre a Roma è presente un dipendente ogni 400 abitanti. Obiettivo finale non sono i licenziamenti ma un cambiamento del sistema operativo che valorizzi il personale a disposizione.
  • Viene indicato l’obiettivo del 70% di raccolta differenziata da centrare entro il 2021.
  • Agire sull’impiantistica, anche in relazione alla frazione organica di rifiuto solido urbano. Attualmente le strutture di Roma non coprono il fabbisogno del territorio. Analogo ragionamento viene fatto sui TMB per il trattamento dei rifiuti indifferenziati
  • Riduzione dei rifiuti del 16.5% entro il 2021 attraverso la riduzione degli imballaggi, il compostaggio domestico, l’introduzione premiante di modifiche nei comportamenti e nei consumi, la creazione di centri di riparazione e riuso presso i presìdi di municipio che l’AMA andrà a creare.

La situazione di Nettuno. Ascoltato in Commissione su sua richiesta, il Sindaco della città, Angelo Casto, illustra la situazione gestionale dell’ultimo anno a Nettuno, dopo che la Ipi srl, la società che gestiva il servizio, è stata colpita da interdittiva antimafia. Casto ricorda in che modo la società in questione ottenne l’appalto per la gestione del servizio. “Nel 2012 l’appalto fu dato a questa ditta in una gara cui era stata la sola a partecipare, una gara da 50 milioni e oltre, per cinque anni. La gara fu fatta con il capitolato speciale d’appalto, dove non era prevista neanche la pesa. Io non capisco come possa succedere una cosa del genere, ma è successo”.

Commissariamento della società e difficoltà economiche. La nuova giunta comunale, insediatasi nell’estate del 2016, fa richiesta al Prefetto di Roma di commissariamento straordinario per la gestione dell’appalto, ai sensi dell’art. 32 del decreto legge n. 90 del 2014: la risposta positiva giunge dopo oltre 40 giorni. Nel frattempo, però, sostiene il Sindaco, la società “ripulisce” la cassa della sua liquidità e “toglie le fideiussioni”, determinando una situazione di paralisi dell’azienda e della possibilità di pagare il personale.

Tale situazione ha portato alla decisione del Comune di procedere con i “pagamenti a vista” per tutto il 2016 e 2017, riferisce il Sindaco, al fine di risanare il bilancio, in attesa della definizione del nuovo bando, inviato anche alla Commissione europea.

Vulnus normativo e modifiche al codice antimafia. A luglio 2017 i pagamenti nei confronti dei dipendenti vengono però bloccati dalla Agenzia di Riscossione (ex Equitalia) per irregolarità nel versamento dei contributi. Il commissario prefettizio pagava tutto quello che doveva, anche i contributi INPS per il cantiere di Nettuno.  A Rieti (dove l’Ipi gestisce altri cantieri, ndr) questi contributi non venivano però pagati: il DURC diventa perciò irregolare. “Se poi voglio pagare come amministrazione il servizio reso, non lo posso fare; se lo faccio senza il DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva, ndr) che è irregolare, commetto reato”

Sarebbe questo per Casto un “vulnus normativo”. Il commissariamento è diverso da un’amministrazione giudiziaria. Secondo il Sindaco di Nettuno andrebbero aumentati i poteri del commissario straordinario, consentendogli la gestione sull’intera azienda e non soltanto su uno dei cantieri in cui opera. Inoltre occorre evitare il pignoramento presso terzi, non previsto nei casi di amministrazione giudiziaria: secondo Casto andrebbe inserito nell’articolo 50 del codice antimafia uno specifico riferimento a beni e servizi essenziali sottoposti a commissariamento prefettizio, come il servizio della raccolta rifiuti, destinato alla salvaguardia del bene della salute pubblica.

La nuova delibera del Comune. Per superare tali criticità, in primo luogo lo stop imposto dall’Agenzia di Riscossione, il Comune approva una delibera entro la scadenza del bando fissata per il 31 luglio, con la quale viene dato incarico al dirigente di trovare una “ditta ponte, per un affidamento in attesa che si sviluppino tutte le procedure del bando europeo”, allo scopo di mantenere e garantire il servizio.

(ultimo aggiornamento 7 settembre 2017)        (A cura di Claudio Forleo, giornalista professionista)