Commissione antimafia: rapporti tra mafia e mondo dell’informazione e ruolo del servizio pubblico

Premessa. La Commissione antimafia ha istituito un apposto Comitato su Mafia, giornalisti e mondo dell’informazione, che ha effettuato numerosi sopralluoghi ed audizioni, anche attraverso l’analisi degli atti giudiziari, approfondendo il fenomeno delle intimidazioni ai giornalisti ed il condizionamento che le organizzazioni criminali sono in grado di esercitare sul mondo dell’informazione. In seduta plenaria la Commissione ha effettuato il  un’audizione dei direttori de Il mattino e del Corriere del Mezzogiorno (seduta del 19 novembre 2014), una seconda audizione con il presidente dell’ordine dei giornalisti (seduta del 17 marzo 2015) ed una terza con la Federazione nazionale della stampa (seduta del 26 marzo 2015). Il 23 settembre 2015 si è svolta un’audizione del Direttore generale di Rai 1. Un’audizione con i vertici della Rai è stata dedicata specificatamente alla trasmissione Porta a porta nel corso della quale è stato intervistato il figlio di Totò Riina (seduta del 7 aprile 2016). Qui di seguito sono sintetizzati gli aspetti principali delle audizioni per le quali è disponibile il resoconto stenografico.

Gli atti di intimidazione nei confronti dei giornalisti. Nel corso delle audizioni sono stati forniti dati molto preoccupanti sugli atti di intimidazione ai danni dei giornalisti. Fortunatamente negli ultimi anni non si sono verificati casi di assassini nei confronti dei giornalisti (come quello di Beppe Alfano del 1993, del quale a lungo però non si è parlato), ma sono molto frequenti le minacce o gli atti di vandalismo, magari non denunciati, da parte della criminalità. Nel 2014 sono stati registrati oltre 400 atti intimidatori, con un aumento del 10 per cento rispetto al 2013. Tale fenomeno risulta particolarmente diffuso nelle regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia) ma recentemente viene registrato anche in altre aree del Paese (ad esempio Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna). Per maggiori informazioni al riguardo vedi i Rapporti di Ossigeno. Appare perciò necessario tenere accesi i riflettori a difesa di chi fa il mestiere di giornalista rischiando sulla propria pelle ed è costretto magari a vivere sotto scorta.

Le querele per diffamazione. E’ stata sottolineato anche un altro fenomeno negativo, rappresentato dalla crescita delle querele per diffamazione (129 nei primi 10 mesi del 2014 rispetto alle 84 del 2013), accompagnate spesso da citazioni per danni temerarie, magari per importi elevatissimi; tali liti temerarie rappresentano uno strumento molto efficace per condizionare il giornalista, soprattutto se esso non opera all’interno delle strutture editoriali solide, in grado di difendersi e di garantire i loro giornalisti dal punto di vista economico e legale. Però la realtà più frequente, soprattutto nel mezzogiorno, è quella di aziende editoriali piccole o piccolissime, spesso connesse a emittenti televisive o radiofoniche, che non sono in grado di resistere a questo tipo di pressioni, ancor più in una fase di grave crisi economica come quella che abbiamo attraversato;  e gli editori più piccoli tentano di rivalersi sui propri giornalisti in seguito a condanne a risarcimento deli danno. La situazione è ancora più delicata nel caso dei freelance, che non lavorano all’interno di una organizzazione editoriale, ma offrono il loro servizio operando all’esterno.

Il sindacato giornalisti ha istituito un apposito sportello per difendere i giornalisti ingiustamente attaccati. Però tale strumento appare insufficiente, in assenza di una apposita tutela a livello contrattuale. La legge sulla diffamazione, in corso di discussione alla Camera (AC925/B, attualmente all’esame della Commissione Giustizia della Camera in seconda lettura) prevede a tale riguardo il risarcimento al giornalista, e non solo il pagamento delle spese, In caso di querela temeraria, riprendendo un orientamento già emerso in sede giurisprudenziale. Secondo il presidente dell’ordine sarebbe necessaria anche la creazione di un fondo di garanzia, parametrato alla cifra richiesta per il risarcimento, in modo da contrastare l’utilizzo improprio dell’azione legale; e poi sarebbe utile rapportare la somma richiesta alla potenzialità economica del giornalista interessato, perché spesso i giornalisti coinvolti hanno un reddito molto basso.

L’accertamento delle responsabilità disciplinare dei giornalisti. D’altra parte si registra un immobilismo dell’ordine dei giornalisti nei confronti dei propri iscritti che assumono comportamenti contrari al codice deontologico; ciò è attribuibile, secondo il presidente dell’ordine, alla normativa vigente, che attribuisce agli ordini professionali solo il potere di segnalazione: spetta invece alle commissioni di disciplina istruire il provvedimento, e nei fatti si tende a rinviare ogni decisione in merito al procedimento disciplinare in attesa dell’esito del procedimento in sede penale, rinunciando ad intervenire anche nei casi più eclatanti di violazione della deontologia professionale.

La trasparenza sulla proprietà delle testate giornalistiche. La Commissione si è soffermata anche su alcune testate più permeabili alle infiltrazioni delle organizzazioni criminali oppure che svolgono, in taluni casi,  una vera e propria opera di fiancheggiamento. Talora capita che le campagne diffamatorie nei confronti dei giornalisti che svolgono attività di denuncia delle illegalità provengano dall’interno del mondo stesso dell’informazione. A tale riguardo il presidente dell’ordine sottolinea l’utilità di un registro dei giornali con notizie sulla loro proprietà effettiva (spesso ci sono società di comodo) presso il dipartimento per l’informazione e l’editoria, che consenta di fare maggior luce sugli interessi che sono dietro certe forme di giornalismo. Tale misura appare necessaria anche in considerazione della relativa facilità con la quale oggi si può aprire un blog o una radio o televisione locale, e la criminalità organizzata può essere interessata a tale strumento di comunicazione.

Su alcune trasmissioni televisive e sul ruolo del servizio pubblico. L’audizione del direttore di Rai 1, incentrata sulle trasmissioni di Porta a porta dedicate a Mafia capitale e ai funerali dei Casamonica, ha rappresentato un primo momento di riflessione sul ruolo che stampa e televisione devono avere per garantire una corretta informazione dell’opinione pubblica sull’attività delle organizzazioni criminali e sugli illeciti da esse compiuti. La successiva intervista al figlio di Totò Riina, sempre a Porta a porta (le cui caratteristiche hanno determinato reazioni fortemente critiche sia da parte dei parlamentari che della società civile) ha dato luogo all’audizione del Presidente e del direttore generale della RAI i quali, nel rivendicare l’impegno dell’azienda in questo campo, testimoniato dalle numerose iniziative programmate dalla Rai (non solo di natura giornalistica ma anche con produzioni dedicate a persone che hanno pagato con il prezzo della vita la loro lotta alle mafie) hanno espresso un giudizio negativo sulle modalità di tale intervista e sui messaggi tipicamente mafiosi che sono stati lanciati per il tramite di essa, annunciando una revisione dei meccanismi decisionali interni all’azienda, soprattutto riferimento al rapporto tra informazione ed intrattenimento da parte del servizio pubblico, volti ad evitare in futuro casi analoghi. Da parte del Presidente Bindi, in particolare, è stato ribadito l’auspicio che il confronto in Commissione antimafia permetta di sviluppare una proficua collaborazione con la Rai al fine di realizzare un salto di qualità nell’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo, fattore indispensabile per ridurre il consenso che le organizzazioni criminali – nonostante i successi ottenuti grazie alle inchieste giudiziarie – continuano ad avere nel nostro Paese. Si segnala che la trasmissione Porta a Porta con l’intervista al figlio di Totò Riina è stato oggetto di analisi anche da parte della Commissione di vigilanza sui servizi radiotelevisivi, che ha ascoltato il 13 aprile 2016  il direttore di RaiUno e il direttore editoriale per l’offerta informativa della Rai.

Relazione finale. La Commissione La Commissione ha approvato il 5 agosto 2015 la relazione finale (Doc.XXIII n. 6) (vedi anche le sedute del 1° luglio 2015 e del 30 luglio 2015) che fornisce elementi di valutazione sia quantitativi che qualitativi del fenomeno delle intimidazioni ai giornalisti, che purtroppo interessa la quasi totalità del territorio italiano (anche se gran parte delle intimidazioni riguardano giornalisti che operano in Sicilia, Calabria e Campania), e sulla forte capacità di condizionamento della libertà di stampa, fornendo anche alcune proposte di revisione della normativa vigente: leggi la sintesi).

L’Aula di Montecitorio ha esaminato la relazione il 29 febbraio 2016 ed il 3 aprile 2016, approvando all’unanimità, al termine del dibattito, un sintetico atto di indirizzo (vedi allegato)

A.ll.to Risoluzione 6-00211 (Bindi, Fava, D’Uva, Carfagna, Garavini, Prestigiacomo)

La Camera,

esaminata la Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, sullo stato dell’informazione e sulla condizione dei giornalisti minacciati dalle mafie, approvata dalla Commissione nella seduta del 5 agosto 2015;

la fa propria e impegna il Governo, per quanto di propria competenza, ad intraprendere ogni iniziativa utile al fine di risolvere le questioni e i problemi evidenziati nella citata Relazione.

(ultimo aggiornamento 20 aprile 2016)