Commissione antimafia: audizioni del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo

Premessa. La Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali anche straniere ha ascoltato il 2 marzo 2016 il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti, per una prima  illustrazione dei contenuti della relazione annuale sulle attività svolte dalla Procura Nazionale e dalla Direzione antimafia e antiterrorismo sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso (per i contenuti della precedente audizione del 16 settembre 2015 clicca qui). Successivamente è stato ascoltato anche il 9 novembre 2016, con riferimento alle risultanze delle missioni svolte in Canada dalla Commissione e dal Procuratore nazionale antimafia e, più in generale, alle problematiche relative alla cooperazione giudiziaria internazionale. Un’ultima audizione (parzialmente segretata) si è svolta l’8 novembre 2017 nell’imminenza della conclusione del suo incarico ed è servita anche a fornire un bilancio dell’attività svolta e della proficua collaborazione instaurata con la Commissione antimafia. Qui di seguito sono sintetizzati i contenuti delle audizioni sulla base dei resoconti stenografici disponibili.

Contrastare le mafie per contrastare il terrorismo. Il Procuratore ritiene pienamente condivisibile la decisione del legislatore di affidare alla DNA anche la competenza sull’antiterrorismo, novità introdotta lo scorso anno, sia dal punto di vista organizzativo che sostanziale. Roberti ritiene che le due competenze vadano a integrarsi l’una con l’altra, dal momento che “per contrastare efficacemente il terrorismo sia indispensabile aumentare l’efficacia del contrasto dei reati di criminalità organizzata transnazionale, a cominciare dal traffico di stupefacenti, passando per i traffici di rifiuti, i traffici di esseri umani, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, i contrabbandi di merci, i contrabbandi di petroli, tutto ciò che alimenta le casse dello Stato islamico”. Il Procuratore ricorda come sentenza della Cassazione dell’ottobre 2015 indichi lo Stato Islamico come “un’associazione con finalità di terrorismo internazionale”, definizione ritenuta necessaria in termini di contrasto giudiziario che si caratterizza come “uno Stato mafia, che si muove come un’organizzazione di tipo mafioso transnazionale, potendo disporre per svolgere i propri traffici criminali transnazionali, con i quali si autofinanzia e si autoalimenta”.

Fondamentale in tal senso è anche la stipula dei protocolli di indagine tra i magistrati delle procure distrettuali e delle procure. Il principio che sta alla base di questi protocolli consiste nello “scambiarsi le informazioni, scambiarsi dati, comunicarsi gli elementi di indagine con riferimento a quelli che noi chiamiamo i ‘reati spia’, cioè quei reati che, come per le mafie sono sintomatici dell’agire mafioso anche se non sono immediatamente riconducibili al catalogo dei reati mafiosi, possono essere sintomatici dell’agire terroristico” (come traffico di stupefacenti e armi, falso documentale, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina etc).

La diffusione delle mafie nelle aree centro settentrionali. Roberti sottolinea la continua espansione delle organizzazioni criminali in aree diverse da quelle tradizionali, anche se con modalità diverse: in particolare, Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte sono interessate da fenomeni di riciclaggio e reinvestimento dei capitali, mentre nel Lazio, Toscana, Umbria e Veneto siamo in presenza di un insediamento mafioso vero e proprio.

Segnalazioni di operazioni sospette in materia di riciclaggio. In base alla Direttiva Europea in materia di riciclaggio, recepita dal decreto 231 del 2007, il meccanismo fondamentale per contrastare il riciclaggio è il cosiddetto SOS (Segnalazioni di Operazioni Sospette). Un sistema fin qui “farraginoso e inutile”, per il tempo che trascorreva dalla segnalazione all’elaborazione che ne faceva l’UIF (Unità di Informazione Finanziaria) e successivamente la Direzione Investigativa Antimafia.  Tempi che sono stati abbattuti grazie ad una serie di convenzioni stipulate con la Finanza, la Polizia valutaria e la DIA. Ora i dati vengono subito comunicati alla DNA (70mila segnalazioni sospette ogni anno) e incrociati dalla stessa Direzione Nazionale Antimafia con la propria banca dati, in cui sono catalogati “1.650.000 soggetti, tra indagati, imputati e testimoni, tutti soggetti che a vario titolo, attraverso il meccanismo della banca dati del sistema SIDDA/SIDNA, entrano nella banca dati, ne fanno parte e possono essere utilizzati per gli incroci quando sia necessario”. I riscontri danno impulso ad attività investigative delle varie procure distrettuali.

Pianificare il coordinamento. Il Procuratore tiene a precisare l’importanza di una cooperazione internazionale per favorire l’accelerazione dei tempi sulle rogatorie, sistemi fondamentali tanto in materia di contrasto alle mafie che al terrorismo. Non attivarsi quando si crea l’esigenza, ma “prevenire le attività rogatoriali, stabilendo in anticipo tra le autorità giudiziarie che procedono a indagini collegate su un fenomeno di criminalità transazionale cosa fare insieme e chi fa cosa, facendo poi le rogatorie in modo molto più ragionato e consapevole, sapendo come calibrarle, quando farle e a chi dirigerle, quindi tutta un’attività di predisposizione delle attività investigative”.

Beni confiscati.  Viene sottolineata la criticità legata alla normativa in materia di beni confiscati, sia sul fronte dei mezzi a disposizione dell’Agenzia (“estremamente esigui, con personale estremamente esiguo”) che dell’operatività (“senza la possibilità di verificare nelle mani di chi vadano a finire veramente i beni, una volta confiscati e assegnati”). In tal senso si chiede al legislatore di procedere con la sollecita approvazione della riforma del Codice Antimafia, attualmente al Senato dopo l’approvazione da parte della Camera, anche allo scopo di dotare l’Agenzia “di soggetti con professionalità investigative di intelligence, capaci di verificare che fine facciano i beni, che uso se ne faccia”.

La mafia oggi e la riserva di violenza. Numerose indagini giudiziarie, anche quelle sulla mafia al Nord, evidenziano come la corruzione faccia parte “a pieno titolo del sistema mafioso, oggi le mafie preferiscono pagare piuttosto che sparare”. Non che la forza di intimidazione sia cessata, spiega Roberti citando la Cassazione sul caso Mafia Capitale, ma “l’organizzazione mafiosa corrompe, avvicina, collude, influenza le scelte dei soggetti che all’interno delle pubbliche amministrazioni possono poi decidere gli appalti e le attribuzioni alle varie imprese di interesse, determina quindi collusione e corruzione e tiene la riserva di violenza come garanzia del rispetto dei patti corruttivi”. Il Procuratore sottolinea l’opportunità di prevedere, all’articolo 416-bis, settimo comma, l’aggravante specifica della corruzione “quando si dimostri che la corruzione è stata … lo strumento per acquisire appalti, commesse, vantaggi economici o addirittura per influenzare la scelta dei soggetti che determineranno l’acquisizione di questi benefici”.

La droga e il target investigativo. Nel concludere la prima audizione, il Procuratore parla del traffico degli stupefacenti come del cuore del problema. Problema che è internazionale e necessità pertanto di risposte a livello globale. “Se non parliamo dell’incidenza dei traffici di droga sul potere economico della criminalità organizzata e sugli assetti ed equilibri economici non solo del nostro ma anche di altri Paesi, parliamo di poco”. I traffici sono in aumento e se il mercato della cocaina è influenzato al ribasso dalla situazione che si vive nel Centro e Sud America, il traffico di cannabinoidi è in deciso aumento, con l’Albania che si ritaglia un ruolo da protagonista in questo specifico mercato.

Roberti segnala inoltre una scarsa azione di contrasto nei confronti delle droghe sintetiche, il cui traffico non è nelle mani delle organizzazioni mafiose tradizionali e le cui rotte sono poco note alle forze di polizia, determinando un numero di sequestri piuttosto esiguo. Per arginare il mercato nel suo complesso bisogna modificare il “target investigativo”, andando a “colpire i santuari finanziari che muovono i traffici di droga” non solo a valle quando la ricchezza è già accumulata, ma a monte. Il Procuratore suggerisce le attività di undercover (sotto copertura), il cui utilizzo in Italia è sporadico. A tale scopo viene proposto di affidarne le autorizzazioni al Procuratore nazionale o ad altro “magistrato centralizzato”.

Sempre in materia di contrasto Roberti propone di “imporre ai gestori di telefonia che vogliano esercitare la loro attività nel nostro Paese di aprire una sede legale in Italia”, allo scopo di eliminare il tempo d’attesa delle rogatorie internazionali in tema di intercettazioni, tempi ritenuti incompatibili nell’azione di contrasto al traffico di stupefacenti. E di imporre analogo obbligo alle agenzie di money transfer, oggi un canale privilegiato di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo.

La criminalità organizzata italiana in Canada. L’audizione del 9 novembre 2016 è dedicata alla ricostruzione del lungo lavoro di confronto con le Autorità canadesi per superare le grosse difficoltà fino ad allora registrate con riguardo sia alle richieste di estradizione di numerosi latitanti sia alle rogatorie. Le ragioni di tali difficoltà vanno ricercate non solo nelle profonde diversità dei due ordinamenti (ad esempio per quanto riguarda i reati associativi) e nella necessità di una migliore descrizione delle fattispecie oggetto delle indagini, ad esempio per quanto concerne l’identificazione puntuale dei soggetti ricercati ed i reati da loro commessi (a tal fine sono state elaborate apposite linee guida) ma anche nella sottovalutazione da parte della polizia e magistratura canadese del forte radicamento di diversi gruppi criminali italiani nei settori degli appalti pubblici, dei giochi, delle scommesse, del riciclaggio di un volume molto elevato di capitali illeciti, in particolare nel Quebec e nella zona di Toronto.

Da questo punto di vista gli incontri effettuati dai magistrati – così come quelli promossi dalla Commissione parlamentare antimafia – hanno permesso di conseguire i primi importanti risultati nell’ottica di una proficua cooperazione e assistenza giudiziaria internazionale, assolutamente indispensabile per un’efficace lotta alla criminalità organizzata, con riferimento sia alle indagini effettuate dalla magistratura italiana che a quelle delle autorità canadesi.

Nel corso del dibattito sono state affrontate le tematiche riguardanti lo sviluppo della cooperazione internazionale anche con altri Paesi (ad esempio nell’area balcanica, con la Russia, l’Australia, gli Emirati arabi, l’Albania e con Andorra), a partire dall’adozione di normative idonee – soprattutto per contrastare il riciclaggio dei capitali – e dalla costituzione di squadre investigative comuni. Un’attenzione particolare è stata dedicata anche alle indagini in corso sul traffico di esseri umani legati ai fenomeni dell’immigrazione, sulle truffe ai danni dell’Unione europea e a quelle riguardanti le agromafie.

Le più recenti tendenze in atto. Nell’ultima audizione dell’8 novembre 2017 è stata evidenziata la tendenza di alcuni nuovi gruppi mafiosi a penetrare nei territori in cui i processi portati avanti dalla magistratura hanno determinato dei vuoti di potere criminale – come in ‘Emilia Romagna e Lombardia; non c’è attualmente una situazione di conflitto tra le diverse organizzazioni. Parallelamente si registrano rilevanti “movimenti di capitali, verosimilmente illeciti, che vanno dal sud verso il nord per l’acquisto di attività commerciali e la costituzione di società finanziarie riferibili, come le indagini hanno già evidenziato, a soggetti collegati a cosa nostra siciliana”; a quest’ultimo riguardo assumono particolare rilievo le misure di contrasto del riciclaggio recentemente recepite nell’ordinamento italiano e che assegnano un ruolo centrale alla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Appaiono sempre molto stretti gli intrecci e rapporti tra mafia e terrorismo e talora delle vere e proprie alleanze, come accaduto in Campania.

Il procuratore nazionale antimafia ribadisce l’importanza del coordinamento internazionale delle indagini, concretizzatosi anche con una serie di protocolli di intesa: ad esempio quelli con la Libia, – da cui arrivano materiali di contrabbando (soprattutto petroli), droga e criminalità organizzata – e con l’Egitto.

Il dibattito sul 416 bis. Viene ricordata la proposta – frutto dell’esperienza concreta delle indagini della magistratura sulle mafie – volta a “inserire nel 416 bis una circostanza aggravante specifica, quella dell’aver conseguito appalti e commesse pubbliche attraverso la corruzione e la collusione con pubblici ufficiali… Gli appalti venivano cogestiti da soggetti mafiosi, soggetti politici e soggetti imprenditoriali sulla base di un accordo di tipo corruttivo-collusivo in cui il camorrista non aveva neanche bisogno di minacciare. Era la semplice presenza del camorrista nell’accordo che garantiva il rispetto dei patti corruttivi: la spartizione delle tangenti, la spartizione dei subappalti, le tangenti per i politici e le tangenti per i pubblici amministratori. Erano accordi assolutamente basati sulla corruzione, che vedevano come protagonisti soggetti che oggi vengono chiamati facilitatori, ma che trent’anni fa chiamavamo faccendieri…la presenza del mafioso serviva a garantire con la riserva di violenza il rispetto dei patti corruttivi.”. Il procuratore nazionale antimafia ricorda altresì perché l’idea di “un 416-quater, patto imprenditoriale-mafioso, cioè prevedere, piuttosto che il concorso esterno dell’imprenditore, che è sempre difficile da provare…quando si dimostri un rapporto privilegiato tra professionisti o imprenditori e mafiosi”.

 

Per un approfondimento relativo ai contenuti della relazione annuale della Dna vedi le singole schede dedicate all’evoluzione di Cosa nostra, della ‘ndrangheta, della camorra e dei gruppi criminali pugliesi.

 

(Ultimo aggiornamento 13 novembre 2017)      (A cura di Claudio Forleo, giornalista professionista)