Audizioni in Parlamento del Ministro dell’Interno sul tema dell’immigrazione

Premessa. L’8 febbraio 2017 le Commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato hanno svolto un’audizione del Ministro dell’Interno, Marco Minniti, la cui esposizione si è concentrata su due aspetti: la minaccia internazionale del terrorismo e la questione dell’immigrazione. Il Ministro è stato successivamente ascoltato anche dal Comitato Schengen (sedute del 15 febbraio 2017  e del 10 ottobre 2017) e dalla Commissione di inchiesta sul sistema di accoglienza (seduta del 22 febbraio 2017) sulle misure riguardanti il flusso dei migranti. Qui di seguito sono sintetizzati i contenuti più rilevanti di queste audizioni.

Il terrorismo internazionale.  Il Ministro sottolinea la ripresa di attività terroristiche prima delle ultime vacanze di Natale, caratterizzata da un sempre maggiore imprevedibilità, ciò che rende ancora più complessa l’azione di prevenzione e di contrasto; ad aggravare la situazione ci sono i fenomeni della diaspora di ritorno (che rende indispensabile una difesa efficace dei confini esterni dell’Unione europea) e dell’autoinnesco di atti individuali. Giudica positivamente l’attività di controllo del territorio e dell’ordine della sicurezza pubblica sin qui garantita in Italia, grazie ai Piani di sicurezza coordinati con i sindaci, senza che ciò abbia determinato una compressione delle libertà individuali: va comunque ulteriormente potenziata sia l’attività di intelligence e prevenzione sia la collaborazione con i presidenti delle Regioni e con i sindaci al fine di  acquisire la massima conoscenza del territorio e giungere così ad un “progetto organico di sicurezza urbana, in cui ci sia un ruolo del Ministero dell’interno e un ruolo dei sindaci del territorio”, da sottoporre alla valutazione del Parlamento.

Le politiche dell’immigrazione. Il Ministro giudica indispensabile elaborare un progetto organico per “governare” un fenomeno così complesso come quello dei flussi migratori. Gli ultimi dati Frontex indicano con chiarezza una drastica riduzione dei flussi di migranti sulle rotte balcaniche occidentale ed orientale mentre i flussi sulla rotta del Mediterraneo centrale continuano a crescere (più 18 per cento). D’altro canto, risultano deludenti i dati sulle ricollocazioni (in due anni, solo 3.600 a fronte delle 40.000 previste), anche se ci sono segnali importanti di un maggiore impegno da parte dei Partner europei (la Germania ha ora garantito 500 relocation al mese).

I rapporti con i Paesi africani. Il punto centrale riguarda comunque le politiche dell’Unione europea nei confronti dell’Africa, a partire dal Niger (con cui è stato stipulato un importante accordo) e soprattutto dalla Libia, da cui provengono nel 2016 più del 90 per cento dei flussi arrivati in Italia, anche se non sono di nazionalità libica. L’accordo raggiunto dall’Italia con il Governo riconosciuto dalla comunità internazionale in Libia permetterà di svolgere un controllo delle coste e delle frontiere a sud, contrastare il traffico di uomini ed assicurare il rimpatrio verso i Paesi di provenienza di coloro che passano dalla Libia. Essenziale ovviamente è la stabilizzazione della situazione politica in quel Paese (come per tutta l’area africana), accanto al rafforzamento dei presidi di controllo. Gli accordi stipulati dall’Italia (è in corso di discussione quello con la Tunisia) devono funzionare come “apripista” per una serie di iniziative (di carattere economico, sociale, di rafforzamento delle istituzioni locali, di prevenzione e raffreddamento dei conflitti) che veda come protagonista l’Europa, come sta avvenendo per la Libia.

Un nuovo modello di accoglienza. Al 31 dicembre 2016 nei diversi centri di accoglienza sono ospitate 176.000 persone, il 70 per cento in più del 2015. Per far fronte a flussi migratori così elevati, è innanzitutto indispensabile allargare la platea dei comuni che aderiscono volontariamente al sistema Sprar, anche per superare progressivamente i grandi centri di accoglienza. E’ stato definito un accordo con l’ANAC sulle procedure e i protocolli di affidamento degli appalti e la gestione dei centri di accoglienza, basato sul superamento della figura del gestore unico, sulla tracciabilità dei servizi e sul potenziamento delle attività di ispezione e di monitoraggio del Ministero dell’interno.

Altrettando importante è ridurre drasticamente i tempi per la risposta definitiva per i richiedenti asilo (oggi in media pari a due anni) grazie al potenziamento delle commissioni territoriali e alla riduzione dei gradi di giudizio. Durante il periodo di attesa, così ridotto, si possono utilizzare i richiedenti asilo per lavori di pubblica utilità finanziati con fondi europei; un’attenzione particolare dovrà essere data al tema dei minori non accompagnati, sulla base del testo attualmente all’esame del Senato, di cui sollecita l’approvazione.

Occorre infine rendere efficaci le procedure di rimpatrio di chi non ha diritto a rimanere nel territorio italiano; a tal fine, per impedire che tante persone entrino in clandestinità, il Ministro propone l’apertura di nuove strutture (i Centri permanenti per il rimpatrio), una per regione, di piccole dimensioni (preferibilmente fuori dei centri urbani e vicini a nodi infrastrutturali) per un totale di 1.600 posti. Rendendo effettivi i rimpatri forzati, diventerà più efficace anche il rimpatrio volontario assistito, per il quale sono disponibili nuovi fondi da parte della Comunità europea.

La libera circolazione di uomini e merci all’interno dell’Europa. Per riaffermare tale principio è necessaria una “politica seria e severa” per il controllo dei confini esterni dell’Europa, con l’adozione di diverse misure, alcune già realizzate: la costituzione della Guardia costiera e di frontiera europea (misura molto rilevante per l’Italia); il PNR (Passenger name record), che permetterà di avere l’elenco dei passeggeri che volano verso e dall’Europa; l’ETIAS (European travel information and authorisation system) e l’EES (Entry/Exit System), volti a garantire controlli preventivi nei confronti dei migranti che arrivano in Europa senza visto.

L’audizione del 10 ottobre 2017 presso il Comitato Schengen. Per il Ministro Minniti, così come già dichiarato in precedenza, l’obiettivo cruciale rimane quello di governare i flussi migratori: riferisce dei progressi del Governo, primo fra tutti la riscontrata diminuzione dei flussi in arrivo nel nostro Paese (attualmente nella misura del 25,7 per cento – sebbene non si tratti di un dato strutturale), risultato di una complessa manovra articolata in tre capisaldi fondamentali. Il primo, sul quale si sono registrati numerosi successi, riguarda il controllo delle acque territoriali libiche da parte delle Guardia costiera di quel Paese, che ha risolto molti dei suoi problemi pratici grazie all’attività congiunta dell’Italia e della Commissione europea. Il secondo è relativo al controllo del confine sud della Libia, rilevante sia per il traffico di esseri umani sia per il contrasto al terrorismo. Su quest’ultimo punto, poi, si concentra il Ministro in relazione alla possibile rotta di ritorno a casa di tutti i foreign fighters dispiegati nel territorio siriano e iracheno, che potrebbe essere la stessa dei trafficanti di esseri umani: da qui, il collegamento fra i due temi.

Rapporti e accordi con le comunità libiche. Al fine di contrastare attività terroristiche e di fronte al paventato rischio di utilizzo delle sopracitate rotte, il Governo ha messo in atto una doppia attività di controllo del confine meridionale. La prima è consistita nell’attivare positivamente le tre tribù che agiscono in quella zona del deserto. Il Ministro ritiene, peraltro, particolarmente importante il dato che l’Italia costituisca un elemento di garanzia per la pace tra le tribù che per anni erano state tra loro in conflitto. Poter contare su queste tribù, “vecchi guardiani del deserto”, è di cruciale rilevanza. La seconda interviene sui rapporti con i Paese confinanti a sud cioè il Mali, il Ciad e il Niger con i quali si è attivata una cabina di regia, ciò a emblema del clima di forte cooperazione tra i rispettivi ministri dell’interno dei singoli paesi. L’esito di queste attività è la diminuzione di arrivi e partenze dalla Libia di cui al dato fornito inizialmente, con il punto di snodo fondamentale costituito dalla diminuzione del flusso soprattutto nel confine meridionale. Il Ministro, in riferimento all’importanza del rapporto con i sindaci locali, al fine di contrastare e sconfiggere il traffico di esseri umani, ha spiegato, infatti, che “si deve essere capaci anche di presentare una convenienza positiva alle popolazioni”. In questo senso l’Italia ha permesso con il suo tramite di portare le istanze dei sindaci libici innanzi alla Commissione europea.

Metodi di identificazione e ricollocazione dei migranti. Nonostante la Libia non abbia mai firmato la Convenzione per i diritti dell’uomo di Ginevra, il Ministro riferisce positivamente sul dato contingente che vede progressivamente attive sul territorio sia l’OIM sia l’UNHCR. L’idea alla base di questi interventi è, quindi, quella di individuare le cosiddette “fragilità”, cioè bambini, donne e anziani, degne di protezione internazionale al fine di poterle ricollocare in paesi terzi fuori dalla Libia.

Contrasto al traffico di esseri umani e il destino incerto dei fondi europei. Il Ministro ha definito “non scontata” la cooperazione giudiziaria tra Italia e Libia, descrivendola come un notevole passo in avanti. Inoltre ha voluto sottolineare che, nel processo che ha visto il progressivo coinvolgimento dell’Europa su questi temi, l’Italia ha svolto un ruolo di “apripista”.  L’impegno di Commissione europea e Unione europea diventa più consistente in relazione alla rotta balcanica e al rapporto con la Turchia; tra le varie questioni irrisolte vi è, poi, quella sul come viene rafforzato il Fund Trust Africa, non sufficientemente sottoscritto.

Le nuove rotte migratorie e il rapporto con l’UE. Oltre alla rotta libica, il Ministro riferisce sui dati che riguardano la Turchia, l’Algeria e la Tunisia avvertendo però che, nonostante il dato numerico sia stabile e significativo, non è ancora possibile parlare di rotte alternative. L’Italia ha, nel frattempo, instaurato rapporti bilaterali con l’Algeria e, in particolare, con la Tunisia concentrando la propria attenzione sui due questioni essenziali: il rafforzamento della cooperazione per quanto riguarda le rotte e un rafforzamento della politica dei rimpatri, strettamente interrelata con il rilascio dei visti. A mancare è ancora, pertanto, una politica europea dei rimpatri sebbene – sottolinei il Ministro – sia cambiato “in maniera positiva, anche se non risolutiva, il rapporto con l’Unione europea”. Il principio stabilito è quello di legare, quindi, la mancata accettazione dei rimpatri, con una politica di restrizione dei visti di ingresso nell’Unione, un’iniziativa ritenuta di considerevole importanza, per evitare “che ogni Paese non si senta impegnato da solo in questo tipo di progetto”.  Il dato più importante è, quindi, quello di aver costruito un rapporto positivo con i Paesi che hanno deciso di accogliere, fra tutti la Germania e la Francia.

Il modello dell’accoglienza diffusa e il Piano organico per l’integrazione. L’idea è quella di avere una distribuzione il più possibile molecolare sul territorio nazionale e, a tal fine, si è firmato un accordo con l’ANCI che ha portato il 39 per cento dei Comuni italiani a collaborare con progetti di collocazione degli aventi diritto richiedenti asilo nel nostro Paese: un passo in avanti ma ritenuto “non ancora sufficiente” dal Ministro. Incrementare e lavorare su questo punto vorrebbe dire avvicinarsi maggiormente all’obiettivo di eliminare i grandi centri di accoglienza, non funzionali a un processo di integrazione. Per preservare l’equilibrio democratico di un Paese è bene bilanciare – ha detto il Ministro – il diritto di chi è accolto ma, al contempo, il diritto di chi sta accogliendo. In questo senso vanno le proposte di creazione dei centri di rimpatri, più piccoli dei grandi centri di accoglienza e volti alla valorizzazione del territorio oltre che alla collaborazione positiva con le Regioni. Per la prima volta è stato, inoltre, presentato un piano articolato sull’equilibrio tra diritti e doveri che riguarda, però, coloro che hanno avuto già una protezione internazionale e ispirato ai principi fondamentali della Carta costituzionale italiana, con cui devono confrontarsi coloro che in questo paese hanno trovato protezione internazionale.

Le ipotesi di modifica del Codice Schengen. Per rispondere all’esigenza di una maggiore protezione innanzi alle minacce del terrorismo da più Paesi è stata avanzata la richiesta di una modifica del codice Schengen relativamente a una diversa disciplina dei controlli alle frontiere. Per il Ministro il punto rilevante è qui la forte motivazione della sicurezza nazionale. “Deve essere, cioè, evidente che la sospensione di Schengen è una misura eccezionale, non una misura ordinaria”.

I permessi di soggiorno per motivi umanitari: il rilascio e il rinnovo. A tal proposito il Ministro specifica che nel decreto sull’immigrazione è prevista la possibilità, che poi è diventata legge, del superamento di un grado di giudizio con riguardo al percorso per la definizione di coloro che hanno diritto alla protezione internazionale. A parer del Ministro, l’obiettivo di ridurre da due anni a sei mesi la definizione di una pratica è un principio che attiene innanzi tutto alla tutela dei diritti fondamentali della persona umana qui coinvolti. Per fare ciò il Ministero si servirà, infatti, di nuove figure specializzate – le cui pratiche concorsuali per l’individuazione sono già in corso di svolgimento – che andranno a costituire la spina dorsale delle Commissioni territoriali, con la loro esperienza e conoscenza nel campo dell’integrazione e della mediazione culturale e linguistica.

Revisione del Piano operativo dell’operazione Triton. Dato che Triton si rinnova il prossimo 31 dicembre, per il Ministro bisogna prevedere prima un action plan e questo è il motivo per cui vi è in corso una discussione tra Frontex e l’Italia, che poi si allargherà ai singoli Stati membri.

(Ultimo aggiornamento 8 novembre 2017)     (a cura della Dott.sa Antonia Albanese – Master in Parlamento e politiche pubbliche -Luiss Guido Carli)