Rapporto su mafie e corruzione in Toscana. Intervista all’assessore regionale Bugli: “L’illegalità si insinua nelle vulnerabilità esistenti. Chi governa un territorio deve riconoscerle”

Lo scorso 11 dicembre è stato presentato a Firenze, alla presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando e del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, il Rapporto annuale sui fenomeni corruttivi e di criminalità organizzata in Toscana. L’indagine, realizzata dalla Scuola Normale di Pisa e curata dalla professoressa Donatella Della Porta, è il primo di tre studi concordati dalla Regione con l’ateneo fino al 2018, coinvolgendo le principali istituzioni impegnate in Toscana nell’attività di prevenzione e contrasto fenomeni criminali.

Avviso Pubblico ha intervistato Vittorio Bugli, assessore al Bilancio della Regione Toscana, per saperne di più.

Assessore, perché la Regione ha ritenuto necessario affidare alla Scuola Normale di Pisa uno studio sulla corruzione e sulle infiltrazioni mafiose in Toscana?

Perché non esistono territori totalmente immuni a mafia e corruzione, nemmeno la Toscana, che pure si può considerare un territorio che ha sempre combattuto con buoni risultati il fenomeno. Con questo progetto ci siamo prefissi l’obiettivo di dare a tutti i livelli istituzionali della Regione gli strumenti per riconoscere i segnali della presenza di fenomeni mafiosi e per poter valutare efficacemente le situazioni di vulnerabilità economica, sociale e istituzionale che rendono alcuni territori toscani potenzialmente permeabili alle organizzazioni criminali.

Chi governa non può agire in emergenza, ma deve riconoscere immediatamente le dinamiche che portano alla diffusione di mafie e pratiche corruttive, che non sono il prodotto di una minaccia “esterna”, ma agiscono a partire dalle vulnerabilità già esistenti. Faccio un esempio: un territorio dove l’usura e l’intermediazione illecita del credito sono la regola, è un territorio che ha una “naturale” domanda di mafia, non solo perché necessita di capitali illeciti da immettere nel sistema, ma perché ha magari bisogno di “professionalità” criminali nel ritorno crediti. Ecco, le istituzioni dovrebbero essere capaci di riconoscere queste criticità, prima che da semplici criticità si trasformino in altro.

Le cronache ci restituiscono un’immagine della Toscana diversa da altre Regioni del Nord: le mafie ci sono, ma non sono radicate come, ad esempio, in Lombardia ed Emilia-Romagna. È uno scenario che emerge anche dalla Relazione della Scuola Normale?

Al momento non sono emerse evidenze giudiziarie di insediamenti organizzativi, ma solo procedimenti contro singoli individui per i quali è stato ipotizzato, e in alcuni casi anche riconosciuto in sede di giudizio, l’utilizzo del metodo mafioso e il favoreggiamento. Questo però dobbiamo dirlo sapendo che stiamo parlando di fenomeni illegali, e dunque di per sé invisibili. A ciò si aggiunge che la nostra regione, come altri territori del Centro e Nord Italia, sconta un ritardo nel riconoscere le nuove forme di mafia, che sono duttili, “silenti”, e travalicano il repertorio d’azione tradizionale del fenomeno. Fenomeno che in Toscana ha radici lontane nel tempo, almeno fin dagli anni Settanta, come emerge dal nostro rapporto, e anche dalla ricerca del professor Enzo Ciconte, promossa dalla Regione qualche anno fa. Perché questa presenza, lunga quarant’anni, è passata spesso inosservata? Appunto perché non era riconoscibile, oltre a sporadici casi di collusione.

Che tipo di metodologia è stata utilizzata nel corso dello studio?

Abbiamo adottato una strategia mista di indagine: sono state consultate le statistiche sulla delittuosità, le statistiche giudiziarie, i dati sui contratti pubblici in Toscana (per evidenziare anomalie nel mercato degli appalti), nonché fonti giudiziarie e giornalistiche (come fa CECO, un progetto pilota che monitora annualmente gli eventi di corruzione su scala nazionale). Nel rapporto si trova una preliminare presentazione dei risultati sulla Toscana, ma già a dicembre abbiamo avuto l’aggiornamento sui dati nazionali. Tra i nostri obiettivi c’era anche la creazione di uno strumento, un archivio digitale, capace di mettere in rete tutte le informazioni che stiamo raccogliendo e metterle poi a disposizione delle istituzioni, nonché di tutti cittadini per un controllo dal basso. 

Qual è il grado di vulnerabilità della Regione in tema di penetrabilità mafiosa? Vi sono territori maggiormente a rischio?

Le vulnerabilità sono di natura diversa, come diverso è il loro impatto nelle tante parti della Regione. In questa prima fase, la ricerca identifica alcune principali linee di criticità potenziali: territoriali e demografiche, entrambe connesse a fenomeni di marginalizzazione sociale ed etnica, economiche, cioè legate alle caratteristiche del tessuto produttivo, al perdurare degli effetti della crisi e alle difficoltà di accesso al credito, e infine istituzionali e amministrative, che hanno a che fare con le difficoltà del sistema di certificazione antimafia e del ciclo dei contratti pubblici.

Nel secondo rapporto, se i dati raccolti lo permetteranno, vorremmo sviluppare un indicatore del rischio di penetrazione criminale in tutti i comuni della Toscana, che tenga in considerazione le diverse criticità presenti. L’obiettivo è ambizioso, ma intende sopperire alla pressoché totale impossibilità per gli enti locali di valutare in maniera oggettiva i rischi che corrono i propri territori rispetto a queste minacce.

“Mercati illeciti e capitali ripuliti” sono le principali direttrici seguite dalle organizzazioni criminali in Toscana. Ci può spiegare questa definizione? In riferimento alle infiltrazioni economiche, di che settori parliamo?

In Toscana c’è un’elevata domanda di beni e servizi illeciti: stupefacenti, prostituzione, intermediazione e sfruttamento illegale del lavoro, cioè caporalato – soprattutto per alcune attività produttive ad elevata stagionalità e intensità di lavoro, agricoltura e confezioni – e smaltimento illegale di rifiuti speciali. Non mancano opportunità economiche per le mafie, che naturalmente le sfruttano ben volentieri.

A questo si aggiunge che l’economia toscana è piuttosto florida, quindi gli investimenti, anche leciti, soprattutto in alcuni settori, sono di per sé molto profittevoli. Perché le mafie non dovrebbero quindi “ripulire” i loro capitali illeciti investendo nella nostra Regione? Lo hanno sempre fatto, perché hanno due vantaggi: occultare più facilmente le proprie transazioni economiche, e avere rendimenti soddisfacenti. Si tratta di una dinamica preoccupante, che inquina profondamente l’economia locale.

Qual è il grado di evoluzione dell’imprenditoria mafiosa e criminale in Toscana, anche rispetto ad altre regioni settentrionali?

In Toscana osserviamo un modus operandi preoccupante: imprenditori che usano il metodo mafioso per acquisire il controllo di settori economici. Di recente, sono emerse evidenze sempre maggiori di un’imprenditorialità mafiosa proattiva sul mercato, con caratteristiche, sporadicamente, anche di impresa-mafiosa, soprattutto nel settore dei rifiuti (tessile) e nel mercato degli appalti pubblici.

La nostra ricerca offre una prima mappatura della presenza economica delle mafie e di altri fenomeni criminali (soprattutto legati a forme gravi di criminalità economica) in Toscana. Secondo i dati dell’Agenzia, le aziende sotto sequestro e in gestione sono nel 38% dei casi legate ad attività finanziarie; 19% al commercio; 17% a turismo e ristorazione; 12% ad attività immobiliari; 5% ad attività edilizie. Quest’ultimo è un dato anomalo, se comparato con il 23% nel Centro-Nord di Italia.

Cosa emerge in tema di beni confiscati alle mafie? Crede che la riforma del Codice Antimafia potrà aiutare gli Enti locali sul tema?

Il numero di beni confiscati in Toscana è significativo, ma comunque inferiore rispetto alle altre regioni a non tradizionale presenza mafiosa. Le difficoltà nella gestione, però, sono le medesime. Per tempi e durata dei procedimenti, siamo in linea con la media nazionale: oltre il 66% dei beni in gestione in Toscana (144 su 215) ha ottenuto un provvedimento di confisca definitiva, e solo in pochi casi si è assistito a una revoca parziale di un sequestro o di una confisca, mentre i provvedimenti di sequestro pendenti sono in larga parte preventivi.

Rispetto alla destinazione, dei 392 beni totali attualmente censiti solo 54 hanno ricevuto una destinazione finale, mentre negli altri casi – 86% del totale – i beni, sia immobili che aziende, restano in amministrazione e gestione. Per quanto riguarda lo scarto tra confisca definitiva e destinazione, la Toscana patisce tutte le criticità che interessano l’ultima fase delle politiche di gestione dei beni confiscati, soprattutto per quanto riguarda le aziende, per cui il processo di destinazione definitiva risulta più difficoltoso dei beni immobili.

Sui 54 beni censiti, per i quali sono disponibili anche le informazioni sull’anno di emissione del decreto di confisca, l’attesa media è stata di circa 7 anni, anche se dal 2004 i provvedimenti di destinazione sono stati promossi con maggiore celerità (5 anni contro 9 anni di attesa media). Per quanto invece riguarda gli enti destinatari, il 69% dei beni sono stati trasferiti al patrimonio degli enti territoriali, ovvero i Comuni, che li destinano principalmente a scopi sociali.

Il Codice Antimafia, recentemente approvato dal Parlamento, credo che dia alle istituzioni locali gli strumenti per operare in maniera più efficace: fa in modo che i procedimenti di sequestro e confisca dei beni avvengano con maggiore tempestività, mette in atto una riforma dell’Agenzia per i beni sequestrati aumentando la trasparenza dei processi e impegna lo Stato a controllare le aziende a rischio infiltrazione sostenendo, al tempo, quelle sequestrate.

Lo studio dedica un focus specifico alla corruzione. Quali sono le linee di tendenza in Toscana?

Per il monitoraggio dei reati contro la pubblica amministrazione in Toscana, ci affidiamo a tre fonti principali: le statistiche ISTAT, le relazioni della Corte d’Appello di Firenze e la codifica del progetto CECO. I dati ISTAT indicano un aumento dei procedimenti per corruzione per atti contrari a doveri d’ufficio (art. 319 c.p.) e una graduale riduzione dei procedimenti per concussione (art. 317 c.p.) durante il periodo 2010-2014. Stando ai dati presentati dalla Corte d’Appello per il periodo 2014-2015, notiamo un aumento dei processi sopravvenuti per reati contro la pubblica amministrazione nei tribunali di Arezzo, Firenze, Lucca e Prato. Infine, il progetto CECO (fonti giornalistiche) ha evidenziato una significativa divergenza tra la media italiana e quella toscana. Nell’anno 2016, le varie fattispecie corruttive riportate a mezzo stampa sono circa il 47% nella nostra regione contro il 35% in Italia. Questi dati fungono senz’altro da campanelli d’allarme, anche per un contesto tradizionalmente virtuoso come quello toscano.

Vi sono settori della Pubblica Amministrazione che risultano maggiormente vulnerabili?

Il progetto CECO è stato avviato nel 2017, e ci aiuterà a delineare una prima panoramica a livello nazionale e regionale in tema di corruzione. Tra gli attori pubblici coinvolti in reati contro la pubblica amministrazione nell’anno 2016, notiamo che quasi la metà sono funzionari, dipendenti o dirigenti pubblici – osservazioni queste, valide sia per il territorio italiano che per la Toscana, dove però quasi un terzo degli attori pubblici coinvolti sono dipendenti pubblici –.  I settori maggiormente affetti da scambi corruttivi sono quelli che hanno a che fare con appalti per servizi e opere pubbliche (1 caso su 4), sanità e controlli. L’analisi approfondita dei casi ha evidenziato condizionamenti impropri da parte di portatori di interessi privati economicamente rilevanti (come, ad esempio, case farmaceutiche). Allo stesso tempo, un numero di criticità è emerso riguardo alle attività di controllo fiscale, ambientale, stradale, che sembrano presentare favorevoli opportunità di corruzione e pressioni estorsive.

Anche in Toscana le organizzazioni criminali si affidano maggiormente all’arma della corruzione – al posto dell’intimidazione – per non destare allarme sociale?

È necessario avere dati oggettivi per fare valutazioni di questo tipo. La ricerca sta raccogliendo informazioni più precise sulle vittime di danneggiamenti da incendio, per esempio, per comprendere se effettivamente il metodo mafioso, inteso come intimidazione violenta, sia davvero così “sottodimensionato” in Toscana. Che ci sia nei nostri territori anche un effetto di sostituzione con altri metodi, come quello corruttivo, è plausibile. Ma voglio sottolineare come, addirittura, le mafie penetrino nell’economia senza utilizzare né violenza né corruzione, ma semplicemente gli “strumenti” del mercato. Pensiamo alle commesse pubbliche aggiudicate con gare al massimo ribasso: costituiscono un canale facile per l’ingresso criminale nel mercato dei contratti pubblici, senza che le imprese mafiose debbano corrompere o intimidire nessuno.

Alla luce dello studio in questione, la Regione Toscana ha previsto di rafforzare le proprie politiche anticorruzione e antimafia? In che modo?

Il nostro impegno contro mafie e corruzione non si esaurisce, naturalmente. Implementeremo il rapporto, perché sia uno strumento di supporto operativo agli enti locali, individuando indicatori territoriali di rischio all’interno del ciclo degli appalti e alcuni segnali di anomalie nelle procedure di gara e di esecuzione. Stiamo anche lavorando per supportare gli enti locali nella redazione dei piani anticorruzione, nonché a stimolare processi di coordinamento tra i vari livelli dell’amministrazione pubblica nella gestione delle politiche antimafia (es. affidamento e riuso dei beni confiscati, certificazione antimafia).

Il nostro maggior impegno, però, riguarda il fronte degli amministratori pubblici: si è appena concluso un corso di formazione su ecomafie ed eco-reati, fatto in collaborazione con ANCI Toscana e Legambiente. Amministratori locali onesti, appassionati, con in mano strumenti, ideali e operativi, per contrastare quotidianamente il malaffare nei loro territori sono il miglior investimento che possiamo fare per un futuro della Toscana libero da mafie e corruzione.

Qual è il suo giudizio in merito alla legislatura appena conclusa, in tema di leggi per prevenire e contrastare mafie e corruzione?

La legislatura che si è appena conclusa, pur tra mille difficoltà, si è caratterizzata per avere un forte impianto riformista in molti ambiti che toccano da vicino la vita dei cittadini, e anche in tema di contrasto a mafia e corruzione: il caporalato e il voto di scambio sono stati riconosciuti come reati specifici, si è messo mano alla riforma sugli appalti e si è istituita l’Autorità anticorruzione, tra le altre cose.

Colgo l’occasione per ringraziare nuovamente il Guardasigilli Orlando, che è intervenuto anche alla presentazione ufficiale del nostro rapporto, e che sul tema in questi anni ha mostrato grande attenzione. Solo negli ultimi 12 mesi, il Parlamento ha approvato la riforma del Codice Antimafia, già ricordata, e proprio la scorsa settimana la legge sui testimoni di giustizia. Il Presidente Mattarella poche settimane fa individuava nella lotta a mafia e corruzione una priorità del Paese, su cui serve una collaborazione di tutti, istituzioni, cittadini, imprese. La strada è lunga, ma lo Stato – e la Regione Toscana – stanno facendo la loro parte.

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