Premessa. La Direzione Investigativa Antimafia ha inviato alle Camere la Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla DIA nel secondo semestre del 2015 (luglio-dicembre) (Doc. LXXIV, n. 7), ai sensi dell’articolo 109 del decreto legislativo n.159 del 2011. Di seguito sono sintetizzati i passaggi più significativi.

Articolo 416bis (associazione mafiosa). Le segnalazioni riferite alle denunce per associazione mafiosa nel periodo luglio-dicembre 2015 sono state 34, in linea con il dato del periodo gennaio-giugno, quando furono 33. Un dato complessivo per il 2015 (67) inferiore sia al 2014 (89) che al 2013 (75). La regione con più denunce si conferma, anche per il semestre indicato, la Campania (19), a seguire Calabria (7), Sicilia (4), Puglia (2), Lazio e Lombardia (1). Allargando lo spettro ai soggetti denunciati/arrestati per associazione mafiosa nel periodo indicato, si giunge ad un totale di 1002. Un dato in netto calo sul 1° semestre (furono 1352) e sul 2°semestre del 2014 (1222).

Omicidi. Gli omicidi volontari consumati nell’ambito di contesti attinenti alla criminalità organizzata nel 2°semestre 2015 sono stati 23 (quasi esclusivamente a firma camorristica). Furono 26 nel 1°semestre 2015 e 11 nel 2°semestre 2014.

Cosa nostra. Le dinamiche che continuano a caratterizzare gli assetti e le attività dell’organizzazione criminale siciliana sono in grado di “preservare nel complesso l’originaria essenza unitaria, una spiccata pervasività e una forte potenzialità offensiva”. “L’oscillazione dei confini delle aree d’influenza delle consorterie mafiose costituisce spesso la risultante degli avvicendamenti nelle posizioni di vertice di alcuni boss, a volte autoproclamatisi, privi di lungimiranza, inclini all’affarismo ed inadeguati a garantire il rispetto delle regole associative. Si avverte un clima d’instabilità in cui le scarcerazioni degli affiliati potrebbero contribuire a rimettere periodicamente in discussione lo status quo, oltre che sotto il profilo delle alleanze, in alcuni casi frutto di strategie di inclusione verso consorterie storicamente antagoniste, anche per ridurre, in una prospettiva di sopravvivenza dell’intera organizzazione, la vulnerabilità verso l’azione repressiva. Altrettanto significative appaiono le condotte adottate dall’ala militare di cosa nostra che, nonostante i contraccolpi subiti, continua a perpetrare azioni di tipo coercitivo e predatorio…. Si tratta, nel complesso, di schemi criminali instabili in cui il ricorso ai consigli degli anziani, che operano in una logica di cooperazione orizzontale, sembrerebbe sopperire alle criticità connesse all’assenza di una reale struttura di raccordo sovra familiare, in grado di dirimere contenziosi, contenere le possibili situazioni conflittuali e tramandare ai più giovani le regole ‘ordinamentali’ di cosa nostra”.

“Verso il traffico di stupefacenti convergono indistintamente gli interessi di tutte le formazioni criminali dell’Isola, che negli ultimi anni stanno cercando di recuperare un ruolo di primo piano nella gestione della filiera della droga, come attestano le operazioni di contrasto condotte nel semestre. Continuano infatti, a pervenire conferme della rinnovata intraprendenza delle consorterie siciliane nell’instaurare rapporti diretti con le organizzazioni straniere per l’approvvigionamento dei narcotici, mantenendo, allo stesso tempo – in una sorta di sincretismo criminale – saldi legami con esponenti della ‘ndrangheta, per l’acquisizione delle partite di stupefacenti attraverso i canali delle cosche. Le indagini transnazionali hanno, peraltro, evidenziato come la criminalità organizzata calabrese sia divenuta primario referente delle famiglie di cosa nostra statunitense”.

Segue: corruzione e colonizzazione. “Il collante dell’accordo tra mafioso ed imprenditore non è sempre immediatamente percepibile, perché passa attraverso un sottobosco di pratiche corruttive che consentono a cosa nostra di “colonizzare” settori nevralgici del mondo pubblico e privato, con particolare pervicacia nei confronti degli Enti territoriali, soprattutto locali, chiamati a gestire le politiche economiche (lavori pubblici), sociali (formazione, occupazione ed edilizia popolare), ambientali (ciclo dei rifiuti, tutela idrogeologica) e del territorio (strumenti di pianificazione territoriale). Si tratta degli ambiti più esposti e vulnerabili all’infiltrazione mafiosa, in quanto centri di spesa titolati all’assegnazione di fondi, caratterizzati spesso da croniche carenze strutturali e gestionali, che offrono ampi margini ed opportunità di indebita ingerenza. Diverse operazioni di polizia confermano, infatti, anche nel periodo in esame, come la corruzione sia stata funzionale al perseguimento di affari illeciti di ampia portata, quali il riciclaggio di denaro, l’acquisizione illecita di finanziamenti e l’accesso a notizie riservate utili per l’aggiudicazione di gare di appalto”.

“Anche il comparto dell’agroalimentare appare esposto a forme di intrusione della criminalità organizzata, specie in relazione all’illecita acquisizione di fondi comunitari di sostegno all’agricoltura o alla zootecnia. Oltre ai profitti illeciti che derivano “a monte”, con l’illecita acquisizione di fondi comunitari nei menzionati settori, gli interessi di cosa nostra si estendono sull’intera filiera agroalimentare che offre, proprio grazie alle diverse fasi che caratterizzano l’indotto, ciascuno dei quali con forte richiesta occupazionale, la possibilità di esercitare un ramificato controllo sociale”.

“Sul piano ultra nazionale, cosa nostra mantiene legami con le aggregazioni criminali radicatesi, nel tempo, oltre che in Europa, anche in Paesi di altri continenti, specie gli Stati Uniti d’America ed il Canada”.

La rete relazionale della ‘Ndrangheta e il “mercato esterno” alla Calabria. “Se la ‘ndrangheta dovesse depositare un bilancio consolidato, è praticamente certo che i risultati economici del ‘gruppo’ dipenderebbero in larga parte dai proventi derivanti dalle attività fuori Regione d’elezione…. Appare determinante la rete relazionale che le cosche sono riuscite ad intessere con professionisti, operatori economici ed esponenti del mondo della finanza, disponibili a prestare la propria opera per agevolarne gli interessi, sostanzialmente riconducibili a due macro aree: l’accumulazione dei capitali – ed in questo è nota la forza della ‘ndrangheta nella gestione del narcotraffico internazionale – il riciclaggio e il reimpiego dei proventi illeciti. Il ‘mercato interno’ calabrese appare in qualche modo ‘asfissiato’ e comunque ancorato a logiche e ritualità mafiose che se da un lato tarpano la Calabria nei processi di sviluppo imprenditoriale ed industriale, dall’altro consentono alle cosche di mantenere una forte identità, vero volano verso l’esterno. È questo l’assioma che fornisce la chiave interpretativa delle manifestazioni contro culturali mafiose fuori Regione, dove la necessità di ampliare l’orizzonte degli investimenti – avvalendosi spesso di sofisticati meccanismi finanziari si sposa con un’organizzazione arcaica, strutturata in ‘ndrine, cosche e locali, repliche esatte di quelle calabresi”.

Segue: unitarietà e patrimonio identitario. “La vera forza dell’organizzazione si può cogliere, quindi, non tanto sull’unitarietà – che pure esiste e che sembra coniugarsi ad una spiccata autonomia dei gruppi di ‘ndrangheta disseminati su tutto il territorio nazionale e all’estero rispetto alla casa madre109 – quanto sul ‘patrimonio identitario’, ovvero su quella che in altri termini può essere definita una ‘grammatica ‘ndranghetista’ che appartiene a tutti gli affiliati. Ci si trova, così, di fronte ad un’organizzazione criminale che se da un lato opera alla stregua di una holding, indiscutibilmente riconosciuta tra i principali player internazionali del narcotraffico, dall’altro cementa ancora i patti di ‘ndrangheta attraverso pratiche medioevali. È in ragione di questo ancestrale patrimonio identitario che cosche di diversa matrice provinciale, in alcuni casi addirittura contrapposte, fuori Regione riescono a ‘dialogare’, creando solide convergenze affaristico – criminali. Ecco allora che Paesi come la Germania, il Canada e gli Stati Uniti d’America, per citarne alcuni, e più vicino a noi, Regioni come il Piemonte, la Lombardia, la Liguria, il Veneto, l’Emilia Romagna e il Lazio, diventano non solo aree di destinazione degli stupefacenti, ma veri e propri spazi di radicamento, in cui gli interessi delle diverse cosche si consolidano ed in cui è possibile attingere a figure professionali altamente qualificate, in grado di creare artifici contabili e finanziari per eludere i controlli e per riciclare capitali illeciti in attività commerciali ad alta redditività”.

Segue: strategie di espansione. “Questa strategia colonizzatrice, indissolubilmente legata ad un’espansione e diversificazione degli investimenti delle cosche, sembra superare la stringente compartimentazione presente sul territorio calabrese, aprendosi, invece, specie oltre confine, a sinergie operative di più ampia portata. Si colgono, infatti, con sempre maggiore frequenza, contatti diretti tra le cosche e frange di cosa nostra stanziate in Canada e negli Stati Uniti d’America, finalizzati all’organizzazione di grandi traffici internazionali di stupefacenti sulla rotta atlantica. Una collaborazione tra cosche ed altre organizzazioni criminali che, in linea di continuità con quanto registrato nel semestre nel corso dell’operazione “Gambling” in materia di scommesse on line, potrebbe rivolgersi, in futuro, verso altri settori illeciti sino ad ora non esplorati dalla ‘ndrangheta. In questa prospettiva, il deep web e i canali di comunicazione non convenzionali meritano una riflessione a se stante perché, oltre che per la pianificazione e realizzazione di traffici illeciti transnazionali, potrebbero rappresentare lo strumento relazionale chiave tra le ‘ndrine che insistono sul territorio nazionale e le propaggini internazionali delle cosche e delle altre organizzazioni mafiose, assieme alle quali avviare nuovi business criminali. A ciò si aggiunga il disallineamento con l’Europa, anche sul piano normativo, dei mercati finanziari e delle economie dei Paesi africani, di quelli dell’ex Unione sovietica, dell’Asia e del continente australiano, che rappresenta un forte fattore di rischio in termini di individuazione delle transazioni finanziarie sospette”.

Camorre, al plurale. “Il panorama criminale campano si conferma profondamente complesso ed instabile, fatto di alleanze fluide e mutevoli, finalizzate sia alla realizzazione di obiettivi di portata strategica sia alla gestione diretta di attività illecite di più basso spessore.  Si disegna, cosi, una geografia criminale eterogenea, dove a manifestazioni cruente che continuano a caratterizzare con decine di omicidi la città di Napoli, si alternano aree, quale quella vesuviana, in cui la presenza camorristica, comunque pervicace, si manifesta in maniera più silente ma non meno insidiosa, in quanto riflesso di assetti criminali più stabili. Le manifestazioni criminali che oramai appartengono, in senso molto ampio, alla Campania tradiscono questa unitarietà, che oggi è da ritenersi solo semantica e che, di fatto, è da intendersi come un retaggio storico del passato. Le attività investigative degli ultimi anni definiscono, infatti, sempre più chiaramente una linea di tendenza che vede, da un lato l’operato di organizzazioni strutturate e dall’altro di gruppi minori, con comportamenti criminali schizofrenici e per questo soggetti a continue ridefinizioni. Se entrambe le tipologie di aggregazioni sono senza dubbio accumunate dalla derivazione mafiosa, di contro è di tutta evidenza come non sia più possibile riferirsi al concetto di camorra se non declinandolo al plurale”.

Segue: modelli organizzativi e mutamenti. “Il modello organizzativo di riferimento di questi gruppi rimane la famiglia che, con una sempre più marcata logica imprenditoriale, tende a ‘terziarizzare’ ad autonome cellule criminali una molteplicità di attività illecite, che vanno dal contrabbando, alla ricettazione, fino allo spaccio di stupefacenti. Di contro, i clan riscuotono, con cadenze e modalità prestabilite, percentuali concordate dei proventi. Questa ‘apertura’ imprenditoriale dei clan, se da un lato investe innanzitutto i contesti ultra regionali, trova ennesima conferma, sul piano sociologico, con l’inclusione di ” professioniste” criminali donne nella conduzione e gestione degli affari illeciti. Da diversi mesi, proprio nel capoluogo, è in atto un mutamento nella fisionomia di alcuni clan che, privati di figure apicali di riferimento, sono gradualmente implosi, lasciando posto a gruppi composti da giovanissimi, discendenti da famiglie camorriste del passato. Caratteristica comune è il loro agire con particolare ferocia, dando vita a guerriglie tra bande rivali. In provincia di Napoli, i clan presentano un modello organizzativo più rigido, che passa anche attraverso una gestione ‘oligopolista’ delle attività e dei traffici illeciti ed una più intensa opera di condizionamento delle amministrazioni locali”.

Segue: i Casalesi. “In provincia di Caserta, la modalità organizzativa dei gruppi criminali, in primis del cartello dei Casalesi, appare, nell’ambito della Regione, quella maggiormente ancorata ad un modello mafioso basato su strutture gerarchicamente organizzate. Le difficoltà operative del clan, dovute alla pressante azione di contrasto della Magistratura, non hanno comunque precluso l’operatività di esponenti criminali minori del gruppo, che continuano ad esercitare il controllo del territorio innanzitutto praticando le estorsioni. Allo stesso modo, appare inalterata la capacità dell’organizzazione casalese di intessere relazioni con esponenti dell’imprenditoria e della politica, influenzandone le scelte attraverso un sempre più marcato ricorso alla corruzione, quest’ultima rivelatasi spesso funzionale a condizionare le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici. È, infatti, proprio la capacità di controllare imprese ed aziende che ha consentito al clan di acquisire ulteriore potere economico, avvalendosi allo scopo di figure professionali che rappresentano, a loro volta, non solo l’anello di congiunzione con il mondo politico, ma la nuova espressione della mafia casertana”.

Segue: profili evolutivi. “Evidente è la “coesione trasversale” tra i sodalizi operanti fuori Regione e all’estero, con forme di collaborazione che, come già riscontrato per il settore della ristorazione, dell’agroalimentare e dei rifiuti, potrebbero rivolgersi verso intere filiere dell’economia, con una emancipazione dal controllo delle singole realtà imprenditoriali, certamente meno remunerative. Tra queste, le indagini concluse nel semestre denunciano un forte interesse dei clan della provincia di Caserta ad affermarsi nel settore della gestione di apparecchiature videopoker e slot-machine nelle regioni del centro – nord Italia. Proprio ai clan della provincia di Caserta va guardato con particolare attenzione rispetto al rischio che possano continuare ad incidere e a condizionare le scelte della Pubblica Amministrazione, anche con riferimento all’illecito smaltimento dei rifiuti”.

Criminalità pugliese e sacra corona unita. “La struttura associativa della sacra corona unìta, espressione principale della realtà criminale pugliese e radicata nelle province di Lecce, Taranto e Brindisi, continua a risentire della penetrante azione investigativa portata a termine dalle strutture giudiziarie ed investigative che insistono sul territorio. Nei maggiori centri urbani si registra una spinta da parte di giovani leve che tendono, da un lato a risolvere le controversie anche attraverso scontri armati, dall’altro a guadagnare spazio rispetto alle storiche aggregazioni criminali. A fattor comune, i diversi sodalizi pugliesi evidenziano un perdurante interesse verso il traffico di stupefacenti e le pratiche usurarie ed estorsive, senza trascurare i vantaggi derivanti dalla gestione dei centri scommesse e dal condizionamento degli apparati politici locali. È tuttavia il traffico di sostanze stupefacenti il settore da cui le locali organizzazioni traggono i maggiori profitti e che proietta i sodalizi pugliesi sia fuori Regione che oltre i confini nazionali. Questi gruppi potendo contare su solide ed avviate collaborazioni con le organizzazioni albanesi, non solo riforniscono direttamente il mercato interno, ma offrono sicure basi logistiche per gli stupefacenti provenienti dalle coste prospicenti l’area balcanica, in transito verso le regioni del centro-nord”.

Segue: scenari sul territorio. “Nel territorio di Bari le estorsioni perpetrate attraverso la richiesta di denaro potrebbero essere sempre più associate all’imposizione di assunzioni di lavoratori o di contratti fittizi, spesso funzionali alla sostituzione nelle compagini societarie. In questa prospettiva, si colgono segnali di ingerenze dei sodalizi baresi verso i settori della ristorazione, dell’intrattenimento, dell’abbigliamento e della gestione delle sale gioco e dei centri scommesse. A Barletta, il rinnovato interesse verso il traffico di stupefacenti da parte di esponenti di gruppi mafiosi in passato disarticolati dalle attività di polizia giudiziaria, potrebbe costituire un fattore di rischio e un fulcro su cui stabilizzare nuove alleanze. Nella provincia di Foggia, a una costante ricerca di nuovi equilibri tra i gruppi criminali, si contrappone la predilezione per le consuete attività illecite, tra cui il traffico di sostanze stupefacenti, le estorsioni e l’usura. Per la provincia di Lecce, un fattore di rischio continua ad essere rappresentato dalle infiltrazioni dei clan nel settore dei giochi e scommesse, anche on line, con possibili nuovi collegamenti verso l’estero, dove già in passato sono state costituite delle basi logistico-informatiche per la gestione delle procedure di gioco. In provincia di Brindisi potrebbero, invece, consolidarsi ulteriormente i rapporti tra sodalizi locali e le organizzazioni albanesi per l’importazione nel territorio italiano di notevoli quantitativi di sostanze stupefacenti. La vicinanza geografica con la Calabria potrebbe, di contro, favorire l’utilizzo dei canali di approvvigionamento offerti dalle cosche calabresi. In provincia di Taranto, in particolare nel capoluogo, appaiono particolarmente esposti alle infiltrazioni dei gruppi criminali i settori produttivi locali, tra i quali una maggiore attenzione merita quello della pesca”.

Criminalità straniera. “Gruppi di matrice straniera, che spingono verso una compartimentazione e una autonoma strutturazione, sembrano trovare sempre più frequenti momenti di convergenza con cosa nostra, con la ‘ndrangheta, con la camorra e con le organizzazioni criminali pugliesi, rispetto alle quali assumono posizioni differenti in ragione dello spazio da queste concesso. I casi di stabili collegamenti con le mafie autoctone risultano, tuttavia, sempre più numerosi e preoccupanti. Si evidenzia, a tal proposito, il dato, avvalorato dall’analisi di diverse ordinanze cautelari eseguite nel recente passato3, relativo all’inserimento di alcuni stranieri di diverse nazionalità negli organigrammi mafiosi della provincia palermitana, anche se prevalentemente con mansioni esecutive. Le organizzazioni mafiose ed i gruppi criminali stranieri non si muovono, infatti, su piani contrapposti, ma continuano a manifestare delle convergenze in cui questi ultimi diventano strumentali a strategie criminose di più ampia portata”.

“La ‘ndrangheta, al pari di cosa nostra, in ragione della struttura, delle sue capacità militari e del forte radicamento, si pone come assoluta dominatrice della scena criminale regionale, affidando ai criminali dì altre etnie ben determinate attività delittuose, funzionali agli interessi dell’organizzazione sul territorio calabrese. Diverso, invece, l’atteggiamento fuori Regione, dove il rapporto meno pervasivo con il territorio da parte delle organizzazioni mafiose lascerebbe maggiori spazi operativi ai gruppi di matrice etnica, con funzioni che appaiono sempre più integrate nella gestione degli affari criminali, specie nel traffico dì stupefacenti. Quest’ultimo appare, anche per le consorterie camorristiche, l’ambito in cui si manifesta concretamente il sincretismo criminale con i gruppi di matrice straniera. Ancora il traffico di stupefacenti rappresenta il trait d’union tra le consorterie pugliesi e quelle dei Paesi dell’est Europa, in particolare dell’Albania – leader mondiale nella produzione di marijuana – che conta un consistente comunità stabilmente radicata in Puglia”.

Il protocollo di infiltrazione mafiosa. “Il ragionamento sin qui condotto pone in evidenza la forte propensione delle organizzazioni mafiose ad operare oltre le Regioni di origine, avendo preso coscienza che l’ambiente su cui applicare il “protocollo di infiltrazione mafiosa” non è tanto “geografico”, quanto sociale e conseguentemente economico. Questo impone che le linee evolutive delle mafie vengano colte su più dimensioni, con il profilo legato alla descrizione delle dinamiche dei territori d’elezione che rimane sempre attuale, non tanto perché soggetto a mutamenti tali da vedere significativamente alterati, nell’arco di un semestre, gli storici assetti criminali, quanto perché rappresenta il modulo di base su cui idealmente calcolare la capacità di espansione delle organizzazioni, questa sì in rapido mutamento. Ad oggi, è un dato di fatto che la crescita dei volumi dei traffici illegali – si pensi a quello delle sostanze stupefacenti, ma anche a quello delle scommesse on line – procede di pari passo con l’internazionalizzazione dei processi economici e finanziari, dai quali vengono mutuati i circuiti e le strategie di affermazione su mercati non ancora saturi”.

Forme di collaborazione tra mafie per conquistare nuovi settori economici. “Il rinvio al traffico di droga e a quello delle scommesse via web non è casuale. Si tratta di due settori che nel corso del semestre sembrano essersi definitivamente affrancati da quella logica di una frammentazione verticale degli interessi, in cui ciascuna mafia domina in maniera esclusiva un proprio business criminale. Le evidenze investigative rimandano, infatti, a forme di aggregazione e collaborazione sempre più strutturate tra le diverse organizzazioni mafiose, specie nei casi di attività avviate fuori dalle storiche aree di insediamento. Questo perché le mire espansionistiche delle mafie ricadono non tanto sui territori, quanto sui mercati o su nuovi settori economici, la cui estensione è per definizione trasversale e la cui complessità richiede l’integrazione di competenze diversificate, in grado anche di operare sul web, che a livello globale offre infinite opportunità criminali”.

Le dinamiche che favoriscono infiltrazione e radicamento. “In primo luogo, la sottovalutazione del fenomeno, in alcune aree non ancora avvertito come pervasivo per il solo fatto di non essersi esteriorizzato. In secondo luogo la corruzione, di per sé gravissima e in grado di creare l’humus ideale per far permeare la mafia: la corruzione diventa essa stessa reato spia di un meccanismo perverso, la cui unica finalità è quella di infiltrare e condizionare i processi della Pubblica Amministrazione. Logicamente concatenato ai meccanismi corruttivi, e di certo fattore che favorisce l’ascesa e consolida il radicamento delle mafie su un determinato territorio, è il pervasivo fenomeno dell’inquinamento nelle competizioni elettorali, sanzionato dall’art. 416 ter c.p., che mina il principio di legalità democratica e rappresentativa delle istituzioni politiche”.

 

(a cura di Claudio Forleo, giornalista professionista)