Terzo Rapporto FLAI-CGIL su Agromafie e Caporalato: scheda di sintesi

Premessa. La FLAI – CGIL (Federazione Lavoratori AgroIndustria) e l’Osservatorio “Placido Rizzotto” hanno pubblicato la terza edizione del Rapporto “Agromafie e Caporalato”. Nel Rapporto 2016, suddiviso in tre parti, viene ricostruita la filiera dell’illegalità, a partire dai campi di raccolta, passando per 5 casi di studio sul suolo italiano, fino ad un confronto con altre situazioni di sfruttamento della manodopera in contesti europei e internazionali.

Le infiltrazioni mafiose nella filiera agroalimentare e nella gestione del mercato del lavoro. Nella prima parte vengono analizzate le illegalità che ruotano attorno al settore agroalimentare, partendo dalle infiltrazioni nella gestione del mercato del lavoro mediante il caporalato, intermediazione illecita di manodopera attraverso un regime di sfruttamento. La FLAI-CGIL stima un giro d’affari illegale e sommerso tra i 14 e i 17,5 miliardi di euro, registrando sul tema una crescita di attenzione delle Istituzioni nell’azione di contrasto. In particolare vengono citate numerose inchieste giudiziarie riferite ad alcuni settori strategici dell’economia: import-export dei prodotti agroalimentari italiani, contraffazione di pane, vino, prodotti della macellazione e della pesca (solo nel settore agroalimentare viene stimato un business da un miliardo di euro l’anno).
“Di particolare interesse delle mafie resta il settore della logistica, del commercio all’ingrosso e al dettaglio, dei mercati ortofrutticoli e dei diversi passaggi che caratterizzano la filiera….Una spia dell’interesse delle mafie rispetto al settore agricolo è testimoniata dal fatto che quasi il 50% dei beni sequestrati o confiscati alle mafie sono proprio terreni agricoli (30.526 su 68.194)”. I proventi delle attività illecite vengono reinvestiti nell’economia legale, soprattutto in tempi di crisi dove molte aziende della filiera faticano ad accedere al “credito legale”.
Per quanto riguarda la “gestione” del mercato del lavoro, spesso lo sfruttamento della manodopera in agricoltura viene preceduto da un altro fenomeno: la tratta degli esseri umani. Secondo le rilevazioni della FLAI – CGIL vi sono in Italia circa 80 distretti agricoli, sparsi equamente tra il Settentrione e il Mezzogiorno, nei quali “è possibile registrare grave sfruttamento e caporalato, seppur con diversi livelli di intensità”.

Il caporalato. Tutte le forme di caporalato, compreso quello mafioso, colpiscono circa 430mila lavoratori, equamente distribuiti fra manodopera italiana e straniera. Rispetto al precedente Rapporto si registra un aumento del 10% di lavoratori sfruttati (tra le 30mila e le 50mila unità). Circa 100mila vivono una condizione di “grave sfruttamento e vulnerabilità alloggiativa”.
Seppur il caporalato viva una trasformazione in linea con la metamorfosi del mercato del lavoro sempre più flessibile e precario, le pratiche di sfruttamento dei caporali nei confronti dei lavorati rimangono più o meno le stesse: mancata applicazione dei contratti, un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno, inferiore del 50% di quanto previsto dai CCNL e CPL, orari tra le 8 e le 12 ore di lavoro, lavoro a cottimo (esplicitamente escluso dalle norme di settore), fino ad alcune pratiche criminali quali la violenza, il ricatto, la sottrazione dei documenti, l’imposizione di un alloggio e forniture di beni di prima necessità, oltre all’imposizione del trasporto effettuato dai caporali stessi“.

I controlli. A testimonianza di una maggiore attenzione verso il fenomeno, il Rapporto cita alcuni dati sulle ispezioni, aumentate del 59% nel corso dell’ultimo anno. Il quadro che ne emerge è definito inquietante: più del 56% dei lavoratori trovati nelle aziende agricole sono parzialmente o totalmente irregolari, con 713 fenomeni di caporalato registrati dalle autorità ispettive.

5 casi di studio. Nella seconda parte del Rapporto vengono approfondite le condizioni di vita dei lavoratori sfruttati, sia in relazione alle dinamiche con i datori di lavoro che con i caporali incaricati del reclutamento della manodopera che sarà destinata alla raccolta dei prodotti. Condizioni che vengono definite “indecenti”. Viene evidenziato il fenomeno delle imprese intermediatrici, “agenzie di lavoro interinale o cooperative apparentemente legali ma che nascondono ciò che legale non è“. Fra queste spiccano le “Cooperative senza terra”, ossia delle imprese/aziende che non svolgono attività agricole, utilizzate ad hoc per forme di elusione contrattuale al fine di costituire “rapporti fittizi di lavoro agricolo”.
Nel Rapporto vengono riportati 5 casi di studio:

  • aree della Bassa mantovana (Lombardia)
  • aree della Piana del Fucino (Abruzzo)
  • aree dell’Alto-Bradano (Basilicata)
  • aree della Piana di Sibari (Calabria)
  • aree della zona di Modena (Emilia-Romagna)

Il confronto con il contesto internazionale. L’ultima parte del Rapporto confronta la situazione italiana con tre studi riguardanti Francia (immigrazione in contesti rurali), Spagna (sfruttamento manodopera) e California (utilizzo nelle piantagioni di clandestini sotto ricatto). Questa terza parte mira a inquadrare il fenomeno dello sfruttamento come fenomeno globale. Si stima che solo in Europa siano quasi un milione (880mila) le persone che vivono sotto quello che viene definito dalla FLAI-CGIL “ricatto del lavoro forzato”. In tutto il mondo sarebbero 3,5 milioni i lavoratori ridotti in schiavitù nel settore agricolo, per un profitto stimato in 9 miliardi di euro.

Le infografiche del terzo rapporto “Agromafie e Caporalato”

 

(a cura di Claudio Forleo, giornalista)