Relazione 2017 della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: le mafie straniere in Italia

Premessa. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha presentato a giugno 2017 la Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo luglio 2015 – giugno 2016. Di seguito viene sintetizzato il capitolo dedicato alle mafie di origine straniera che operano in Italia.

La presenza straniera nelle carceri italiane. Un terzo dei detenuti al 30 settembre 2016 è di origine straniera. Quanto alla provenienza, le presente più significative sono nell’ordine quelle del Marocco (17,4 % sul totale degli stranieri presenti), della Romania (14,9), dell’Albania (13,1), della Tunisia (11,0).

A questi dati va però aggiunto un elemento fondamentale: “Mentre la percentuale di stranieri presenti in carcere è superiore a quella degli italiani per condanne fino a cinque anni, per le condanne superiori a cinque anni il rapporto s’inverte e gli italiani risultano dunque maggioritari rispetto agli stranieri. Con specifico riguardo al catalogo dei reati di criminalità organizzata, la partecipazione ad associazioni finalizzate alla commissione di delitti in materia di sostanze stupefacenti resta la condotta delinquenziale più ricorrente, a cui segue la fattispecie di riduzione o mantenimento in schiavitù e di sequestro di persona a scopo di estorsione”.

Gli affari illeciti. Vi sono alcune organizzazioni transnazionali – perlopiù di origine nigeriana e balcanica – la cui struttura, organizzata e articolata, consente di gestire più attività illecite su più territori nazionali. Nell’Italia del Centro – Nord i gruppi stranieri operano maggiormente nel settore del traffico di stupefacenti, armi e tratta di esseri umani. Nel Sud, dove il controllo del territorio delle mafie tradizionali è pressoché totale, lo spazio d’azione si riduce all’immigrazione clandestina e ai reati collegati, nonché allo sfruttamento della prostituzione e lavorativo.

La cooperazione tra mafie e organizzazioni straniere. Nel Mezzogiorno la DNA ha accertato “forme di cooperazione tra sodalizi mafiosi e di matrice etnica, registrando l’interazione tra organizzazione albanese e le cosche della ’ndrangheta ed i clan pugliesi o, in Campania, tra la camorra e la criminalità cinese, nordafricana o ucraina, con riferimento al traffico di stupefacenti e di armi ed all’introduzione di prodotti contraffatti. Negli ultimi anni, in Sicilia e in area pugliese, sono stati documentati rapporti di imprenditori locali con sodalizi di matrice maghrebina e subsahariana, funzionali al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed alla tratta prevalentemente di connazionali, da sfruttare successivamente in ambito lavorativo”.

Gruppi stranieri ed “aree di interesse”

  • I sodalizi albanesi e slavi sono attivi nel settore del traffico di stupefacenti e sfruttamento della prostituzione.
  • Gruppi di origine est europea e balcanica sono più interessati allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina – finalizzato anche allo sfruttamento della prostituzione – traffico di armi e stupefacenti, contraffazione ed indebito utilizzo di strumenti di pagamento elettronici
  • La criminalità cinese è attiva nel riciclaggio e in reati di natura finanziaria. Gestiscono inoltre merci contraffatte e di contrabbando, nonché rilevanti flussi migratori illegali. Il ROS ha inoltre segnalato inusuali segnali di sfruttamento di manodopera di altra etnia
  • I gruppi criminali africani (nigeriani, magrebini, senegalesi) sono dediti al traffico di stupefacenti, alla gestione dei flussi migratori illegali connesso allo sfruttamento lavorativo e/o della prostituzione attraverso il costante utilizzo di metodi di forte coercizione fisica e psicologica sulle vittime
  • La criminalità sudamericana, oltre all’interesse per il narcotraffico, è attiva anche nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nello sfruttamento della prostituzione di ambosessi

(A cura di Claudio Forleo, giornalista professionista)