Relazione 2016 DNA: l’evoluzione della ‘ndrangheta

Premessa. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha diffuso la propria Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo luglio 2014 – giugno 2015, illustrata nel corso di un’audizione presso la Commissione antimafia. Di seguito viene sintetizzato il corposo capitolo dedicato alla ‘ndrangheta.

L’internazionalizzazione della ‘ndrangheta. Conferma i consolidati assetti raggiunti negli anni passati, con un radicamento dei propri Locali in varie località del centro nord. Accanto ad una presenza ormai storica in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Lazio, si registrano “cellule solidamente impiantate in Liguria, Umbria, Veneto e Marche”. Le inchieste sul fenomeno condotte negli ultimi anni sono confermate da diverse sentenze che hanno certificato una “manifesta elasticità” dell’organizzazione criminale, “sufficiente per mantenere un profondo legame con l’associazione ‘madre’ senza rinunciare all’autonomia indispensabile per operare in territori distanti e diversi dalla Calabria”.

L’internazionalizzazione raggiunta dalla ‘ndrangheta, maggiore rispetto alle ‘mafie storiche’ nate in Italia, la sua capacità di creare solidi legami con altre organizzazioni criminali in Europa e non solo, favoriscono il traffico di stupefacenti in cui l’organizzazione mantiene una posizione “assolutamente dominante”, grazie anche al totale controllo del porto di Gioia Tauro, e le attività connesse di riciclaggio di denaro sporco anche sui mercati stranieri. Altra peculiarità delle ‘ndrine è la “colonizzazione dei territori stranieri” attraverso la nascita di “vere e proprie strutture estere, che replicano modelli organizzativi tipici delle locali calabresi”, soprattutto in Germania e Svizzera.

Il controllo degli stupefacenti. La posizione dominante della ‘ndrangheta viene favorita, oltre a quanto sopraesposto, dal fortissimo legame con i paesi produttori di cocaina in Sudamerica. Un rapporto “privilegiato, se non esclusivo” dovuto alla patente di affidabilità che le ‘ndrine si sono guadagnate con i cartelli, garantendo alla merce approdi sicuri in Europa dall’Olanda, dalla Germania e dall’Italia. La ‘ndrangheta è fornitrice di cocaina in Europa, tanto che persino altre organizzazioni criminali italiane (oltre a molte straniere) si rivolgono alle cosche calabresi. L’importanza già segnalata del porto di Gioia Tauro (a cui vanno aggiunti gli scali di Genova, Rotterdam e Valencia) è rimarcata dal quantitativo di sostanze stupefacenti sequestrate negli ultimi tre anni, pari a circa 3 tonnellate. Il controllo del mercato non si esaurisce in quanto fin qui evidenziato, ma trova conferma nel radicamento anche in Canada e negli Stati Uniti, dove agiscono ‘ndrine stabilitesi da decenni, e in America Centrale, territorio di snodo dei traffici di cocaina. “L’altro dato – si legge nella Relazione – è costituito dalle rotte dell’eroina e della marijuana, importate in grosse quantità dall’est europeo, e in particolare dall’Albania”.

La forza delle ‘ndrine. L’operatività delle cosche calabresi è estesa e su più livelli: illeciti (“dal traffico internazionale di stupefacenti e delle armi all’attività estorsiva, praticata con modalità diverse e sempre più sofisticate”) e di infiltrazione nell’economia legale (“dagli appalti pubblici alle attività imprenditoriali, nei settori del commercio, dei trasporti, dell’edilizia ed in quello di giochi e scommesse, soprattutto on line).

La forza dell’organizzazione risiede ormai non solo nella sua struttura militare, quanto “nel suo potere economico e nel condizionamento della politica” attraverso il consenso che è in grado di gestire. Una forza che si esprime “su tutto il territorio nazionale”. Si è largamente inserita nel mondo dell’imprenditoria attraverso una “infiltrazione silenziosa” e la rinuncia di azioni eclatanti che le ha consentito di prendere piede nel Centro-Nord in vari settori d’impresa, attraverso l’utilizzo di numerosi prestanome.  Non rinuncia però ai modi tipici dell’organizzazione mafiosa e all’utilizzo di minacce e intimidazioni. Le cosche hanno invaso anche il settore degli ordini professionali, creando “rapporti stabili tra sodalizi e professionisti, sempre pronti a dare il proprio apporto rispetto alle esigenze associative via via prospettatisi”.

La testa in Calabria. Il cuore della struttura operativa resta la provincia di Reggio Calabria che, “attraverso l’organo di vertice denominato Crimine o Provincia, ne governa gli assetti, assumendo o ratificando le decisioni più importanti, che coinvolgono, cioè, gli interessi di più cosche o, addirittura, dell’intera organizzazione”. Il ruolo del Crimine resta fondamentale sotto vari aspetti: “garantisce il mantenimento degli equilibri generali, il controllo delle nomine dei capi-locali e delle aperture di altre cosche, la risoluzione di eventuali controversie”.

Nell’evoluzione dei rapporti tra ‘ndrine sembra però superata la subalternità delle cosche del Distretto di Catanzaro rispetto alla Provincia di Reggio Calabria. “Si registrano numerosi segnali di una sostanziale pariteticità con le cosche reggine, almeno per quanto attiene alle più importanti organizzazioni del Crotonese, tra le quali spicca quella di Cutro facente capo a Nicolino Grande Aracri, il quale – non a caso – avrebbe voluto realizzare, prima del suo arresto, una struttura paritetica alla Provincia reggina, chiamando alla partecipazione tutti gli esponenti dei territori ricompresi nel distretto, con eccezione del solo circondario di Vibo Valentia”.

Infiltrazioni e radicamenti nel resto d’Italia. Nelle altre regioni spiccano due casi a cui la Relazione dedica passaggi tanto duri quanto preoccupati. In Lombardia non si può più parlare di infiltrazione quanto di radicamento, favorito da una predisposizione di quello che viene definito “il capitale sociale della ‘ndrangheta”, vale a dire la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni. Un passaggio particolarmente significativo della Relazione recita: “Le indagini hanno quasi sempre riscontrato la presenza di figure riconducibili al paradigma della borghesia mafiosa, canali di collegamento tra la società civile e la ‘ndrangheta e nessuna categoria professionale è esente da questa considerazione: forze di polizia, magistrati, avvocati, imprenditori, medici, appartenenti a livelli apicali della pubblica amministrazione, politici”.

Citando l’Emilia-Romagna, finita nell’ultimo anno sotto i riflettori mediatici a seguito dell’inchiesta Aemilia, si evidenzia come negli anni passati “il silenzio e l’omertà, hanno caratterizzato l’atteggiamento della società civile, rallentando il formarsi di una piena consapevolezza della reale dimensione del fenomeno e compromettendo e rendendo più complessa una tempestiva ed efficace azione di contrasto… L’immissione nel circuito legale di denaro di provenienza illecita, il radicamento nel territorio di rappresentanti del sodalizio in giacca e cravatta e dotati di competenze professionali e manageriali, il sostegno di una parte della stampa locale, il colpevole silenzio delle istituzioni, preoccupate dalle conseguenze derivanti dalla diffusione di notizie sulle presenze mafiose nei territori amministrati, la forza di intimidazione propria del gruppo operante in Emilia, hanno determinato una vera e propria trasformazione sociale, e del tessuto economico ed imprenditoriale. Una alterazione delle regole del gioco, dei compensi, dei prezzi, della qualità dei servizi che si è tradotta in una vera e propria aggressione all’ordine democratico”.

Riguardo al Veneto la DNA riferisce di “propaggini” di ‘ndrine che assumono “la forma di terminali di investimento e gestione del denaro”. In Piemonte la criminalità di origine calabrese non è insidiata dalle altre mafie, esercitando “un palese predominio” sul territorio e un controllo dominante in diversi settori economico-imprenditoriali. In Liguria, altra regione in cui la ‘ndrangheta si è insediata da tempo, strategica per i suoi interessi a causa della posizione di confine e per gli scali portuali alternativi a Gioia Tauro nella gestione del traffico di stupefacenti, la DNA riferisce di una “capillare presenza sul territorio” e in diversi settori dell’economia. Una presenza caratterizzata da un basso profilo per limitare le attenzioni delle forze dell’ordine. In Toscana non si può parlare di radicamento, ma di “presenze operanti e attive di soggetti legati alle ‘ndrine e interessati alle opportunità economiche che offre il territorio”.

In Umbria “la tranquillità ambientale, la ricchezza derivante dalle floride attività produttive del territorio, la poca dimestichezza della popolazione a riconoscere i tipici segnali della presenza mafiosa, hanno favorito progressivi insediamenti personali ed economico-produttivi di interi nuclei di famiglie mafiose”, facendo emergere “un pericoloso trend evolutivo nella dimensione quantitativa e qualitativa dei fenomeni criminali organizzati”. Nel Lazio la presenza “è articolata e varia” e operano gruppi che sono le proiezioni degli interessi della ‘ndrangheta come delle principali organizzazioni criminali. Roma e il Lazio, rappresentando un territorio particolarmente vasto, sono terreno ideale per mimetizzare gli investimenti e dedicarsi al riciclaggio di denaro sporco attraverso l’acquisizione di immobili e società nel settore edilizio e finanziario.

(A cura di Claudio Forleo, giornalista professionista)