Dal teatro civile nascono fiori di consapevolezza e responsabilità. L’intervista a Tiziana Di Masi

Mafie in pentolino è la versione rivolta ai ragazzi delle scuole elementari e medie del fortunato spettacolo Mafie in pentola – Libera Terra, il sapore di una sfida, esempio di “teatro civile – gastronomico”, capace di raccontare l’antimafia della quotidianità attraverso la storia dei cibi che nascono nelle terre confiscate alla criminalità organizzata.

Mafie in pentolino è realizzato dall’autrice e attrice Tiziana Di Masi e dal giornalista Andrea Guolo, in collaborazione con Libera e Avviso Pubblico e con il sostegno dalla Coop Adriatica, Nordest e Lombardia. Abbiamo intervistato Tiziana Di Masi, che ci ha spiegato il senso del suo spettacolo e la declinazione che offre del valore antimafia.

Come si unisce l’impegno antimafia al concetto di buon cibo nel tuo teatro civile – gastronomico?

Mangiare bene è uno dei più grandi piaceri della vita. Ma che piacere potrà mai essere, se il pomodoro che mangio è stato raccolto pagando 20 euro al giorno in nero a lavoratori trattati come schiavi? Se quel che pago va a ingrossare il ventre di chi gestisce anche attività come traffico di droga, racket, prostituzione? Il collegamento mi è parso naturale così come la risposta: va premiato il cibo che rappresenta una speranza di liberazione dalle mafie, come ad esempio il cibo prodotto dalle cooperative di Libera Terra.

Come hai scelto i prodotti rappresentati nello spettacolo?

Mafie in pentola nasce da un viaggio in tutte le cooperative di Libera Terra, dalla Sicilia al Piemonte. Un viaggio in cui ho incontrato persone, parlato con chi lavora nei campi e con chi ha creato le condizioni per la rinascita di quei terreni, ieri in mano alle mafie, oggi simbolo del riscatto di una terra che rifiorisce e offre lavoro regolare, oltre a tanti prodotti buoni. Da quel viaggio è nato un menù che comprende friselle, taralli, carciofi, olio, olive peperoncino, pasta, mozzarella di bufala campana, fino ad arrivare a torrone e miele. E tanti altri sono i prodotti che continuano ad aggiungersi alla lista.

Perché hai sentito la necessità di adattare “Mafie in pentola” in una versione destinata ai più giovani?

È stata una sfida stimolante. Ho pensato che, con un linguaggio immediato e frutto di un lungo lavoro svolto nella mia “prima vita” nel teatro ragazzi, i concetti di “Mafie in pentola” potessero essere compresi anche dai bambini delle scuole elementari. Del resto, sono convinta che proprio a quell’età si debbano gettare i semi che diventeranno fiori di consapevolezza e responsabilità. Il teatro civile ha un senso soltanto se contribuisce a cambiare le coscienze. E il terreno dei bambini è in assoluto il più fertile.

Che cos’è l’antimafia della quotidianità?

Esiste un’antimafia diversa? Se pure esistesse, non mi interesserebbe: sarebbero soltanto parole. L’antimafia, se così vogliamo chiamarla, dev’essere pratica quotidiana e la si fa attraverso le azioni più semplici, come fare la spesa scegliendo prodotti “mafia free”. La mia antimafia quotidiana è innescare la cultura del dubbio, indurre le persone a farsi delle domande ogni volta che acquistano qualcosa.

Come e perché hai deciso di declinare la tua capacità comunicativa, la tua arte nel teatro civile, in particolare nel campo dell’antimafia?

Voglio essere sincera: nel mio teatro precedente, fatto di grandi “classici”, non trovavo quella parola che “vive” nella contemporaneità. Non riuscivo a individuare un’azione che contribuisse a migliorare la qualità della vita delle persone. Ho sostituito gli eroi della classicità con quelli della contemporaneità, persone come Nino Di Matteo, che si adoperano ogni giorno affinché noi possiamo sentirci finalmente liberi in una società più giusta.

Girando l’Italia con i tuoi spettacoli, avverti nel nostro paese “fame” di legalità?

Le persone oneste hanno davvero fame di legalità… ed è vergognoso constatare come, in molti casi, proprio chi ne ha fatto un mestiere sia stato il primo a sprofondare negli scandali. Mi riferisco ad associazioni e leader di una presunta antimafia che hanno sposato la causa della legalità per coprire attività illecite. Tutto questo crea una profonda sfiducia verso chi invece ha svolto uno straordinario lavoro per ottenere giustizia. L’importante è non fare mai di tutta l’erba un fascio, cercando di capire chi lavora per la società e chi lavora per proprio tornaconto.

Dopo la contraffazione e i prodotti dei terreni confiscati, qual è l’argomento del prossimo progetto?

Voglio concentrami su due temi a me cari. Il primo è uno spettacolo sull’educazione alimentare, affiancata da un nutrizionista, per trasmettere l’idea che noi saremo domani ciò di cui ci nutriamo oggi. Il secondo è uno spettacolo sul valore autentico della vita, un viaggio spirituale che scava nel profondo di una società “venduta” ai social ma sempre meno sociale, stritolata dalle logiche dell’apparire, dove non siamo più noi stessi ma il modo in cui ci vogliamo presentare attraverso canali sempre più virtuali. In contrapposizione c’è l’essere davvero se stessi e vivere a fondo la propria vita. D’altronde, “per essere sé stessi bisogna essere qualcuno”. Mai citazione è più vera di questi tempi.

BREVE BIOGRAFIA
Tiziana Di Masi è stata insignita del Premio cultura contro le mafie 2014, del Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa 2014, del Premio Impegno civile per le nuove Resistenze 2015. Ha lavorato con Moni Ovadia, Carlo Lucarelli, Daniele Biacchessi, Oliviero Beha e Marco Baliani. Dal 2008 indirizza il proprio teatro civile alla promozione attiva di una cultura della legalità e nel 2010 crea un nuovo genere, il teatro civile-gastronomico, con lo spettacolo “Mafie in pentola. Libera Terra, il sapore di una sfida”, che ha all’attivo quasi 200 date in tutta Italia e ha toccato luoghi simbolo della lotta contro le mafie.

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